Rilanciamo questa missiva inviata al CAI (Club Alpino Italiano) da una docente con disabilità motoria.

L’argomento è l’inclusione intesa come possibilità di vivere una vita piena e soddisfacente, proprio come illustrato con dovizia di particolari anche nel Convegno romano di marzo, promosso da Fiaba Onlus, cui la ns. Redazione ha partecipato.

È un tema importante per molte persone, e dovrebbe essere il tema portante ai fini di una intera società inclusiva, mentre ancora in Italia ci troviamo a vivere un territorio di spessore culturale e ambientale adatto solo alla parte di popolazione più performante (cosa che si nota spesso dolorosamente anche a scuola, nelle proposte annuali di viaggi di istruzione).

Buongiorno,
vi scrivo dalla provincia di Modena, sto in sedia a rotelle (sono automunita e con un buon livello di autonomia); in passato ho fatto un paio di esperienze di escursioni con la Joelette in luoghi naturalistici che sarebbero stati per me altrimenti inaccessibili. In particolare l’anno scorso a Ischia grazie al CAI locale ho potuto fare il giro della bocca del vulcano, ed è stata per me un’esperienza particolarmente emozionante anche perché sono una naturalista e insegnante di Scienze Naturali, quindi sono sempre alla ricerca di esperienze a contatto con la Natura nella misura in cui mi è possibile. Mi sono sentita profondamente grata verso i volontari del CAI che con molta professionalità ed empatia si sono prestati per farmi vivere questa esperienza, ma ho maturato alcune riflessioni un po’ controcorrente che vorrei esporvi di seguito.

Se da un lato questa opportunità, per chi non ha la fortuna di camminare sulle proprie gambe e di poter fruire in modo autonomo del contatto con la Natura se non in misura molto limitata, è motivo di grande emozione, dall’altra il fatto di dover ricorrere a un aiuto esterno, per chi come me ha un forte senso della dignità e dell’importanza dell’autodeterminazione, fruirne attraverso l’apporto di volontari può essere avvilente. Perché se da una parte chi presta servizio gratuitamente può viverlo come una soddisfazione personale nel sentirsi utile, esiste anche il punto di vista di chi ha un’autonomia ridotta e può sentirsi di peso e frustrato, seppur grato di poter vivere questa esperienza. Non so se riesco a rendere l’idea di quello che intendo dire. Quindi mi permetto di scrivervi per sottoporvi una proposta: invece che organizzare sporadiche iniziative a cui magari non tutti possono partecipare e che capitano raramente e a titolo gratuito, credo che, per dare valore all’impegno delle persone che prestano questo servizio e devono anche frequentare prima un corso per imparare a manovrare la Joelette, e contemporaneamente per rendere il servizio più funzionale e mettere le persone che ne usufruiscono in condizioni di non sentirsi inferiori, di peso o come se ricevessero una carità, si potrebbe pensare di dotare tutte le sezioni locali del CAI (o il numero più alto possibile) di una Joelette, e istituire un servizio a pagamento a una cifra equa sia per la persona con disabilità sia per chi fornirebbe la prestazione, in determinati giorni e orari (o anche solo nel fine settimana) dando continuità al servizio e fornendo un lavoro dignitoso e di utilità sociale a chi svolgerebbe questa mansione. Spero che la mia proposta venga presa in considerazione e che possa essere attuata nella misura in cui realisticamente possibile. Se posso essere utile in tal senso, mi rendo volentieri disponibile a fare da “cavia” per testare eventuali percorsi di interesse naturalistico.

Grazie per l’attenzione, cordiali saluti.

Linda Guerra

 

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