Stefano Caliandro - Emilia-Romagna

E’ la cronaca di un fallimento annunciato quella del flop delle chiamate veloci in Emilia-Romagna a meno di un mese dalla partenza delle lezioni. Ma stavolta i numeri sono impietosi e non lasciano spazio ad interpretazioni: su 2137 posti a disposizione per l’ assunzione in ruolo di docenti provenienti da altre regioni, accettano solo in 17. Con buona pace del “posto fisso” che deve aver perso per strada quel carattere di sacralità che lo accompagna da sempre nei luoghi comuni nel belpaese.

Poca voglia di lavorare? Magari c’ è chi lo pensa ma non lo dice. Allora “colpa del caro alloggi e del costo della vita troppo alto” concordano i giornali che hanno raccontato il caso. E nei gruppi di precari dei social network si sottolinea come chi accetta quest’ anno è vincolato per tre anni a non chiedere trasferimento e con un punto interrogativo ancora tutto da chiarire sulla mobilità annuale.

Senza dire che al di là dei vincoli giuridici, entrare in ruolo al nord per poi rientrare dopo qualche anno nella regione di residenza è oramai un terno al lotto per i docenti di un Mezzogiorno oramai in decrescita, che pure avevano seguito questa strada per decenni.

Intanto l’ Emilia Romagna si trova a meno di un mese dall’ inizio delle lezioni a dover fare i conti con la mancanza di docenti di ruolo in un momento quantomeno delicato dopo l’ alluvione che a maggio ha causato l’ esondazione di 21 fiumi e allagamenti diffusi in 37 comuni.

A chiedere alla giunta regionale di sollecitare il Governo a garantire un corretto funzionamento del sistema scolastico è stato il Presidente della Commissione Territorio, Ambiente e Mobilità del Consiglio Regionale, Stefano Caliandro del Partito Democratico. In un’interrogazione ha evidenziato come “a criticità di natura organizzativa che riguardano il personale si affianchino i problemi agli edifici scolasti rappresentanti dai gravi danni causati dall’alluvione”. Sottolineando come “per l’anno scolastico imminente sembra profilarsi l’impiego di circa 11.000 docenti supplenti nelle scuole dell’Emilia-Romagna. La situazione riguardante il personale di sostegno è particolarmente preoccupante, con migliaia di posti vuoti che saranno ricoperti tramite supplenti, compromettendo la qualità dell’istruzione in particolare per gli studenti con bisogni speciali”.

Onorevole Caliandro, lei parla di qualità dell’ istruzione a rischio in Emilia Romagna. Nell’ interrogazione sono partito da un concetto di fondo: il combinato disposto della mancanza di docenti, dei danni dell’ alluvione e del taglio di fondi del PNRR per la costruzione di asili nido e scuole, genera una situazione di rischio “povertà educativa” destinata a sommare disagio a disagio.

Fa discutere il flop così clamoroso della chiamata veloce, ma la necessità di insegnanti da altre regioni c’ è perché da voi ci sono tanti posti disponibili che restano vacanti. Da cosa dipende secondo lei? Oggi gli stipendi di un insegnante sono parificati agli stipendi più bassi dei livelli lavorativi del nostro territorio. Non possiamo pensare che chi fa una vita di studi e fa uno dei lavori più importanti che abbiamo venga pagato così male. È una contraddizione in termini ed una sfida da lanciare al governo che ha promesso un nuovo mega concorso di cui non si sa ancora niente e un “ritocco” del contratto collettivo che però sul piano retributivo non si è visto.

In sostanza fare l’ insegnante non è gratificante sul piano economico? Esatto. Ma non solo economico. Il dato economico-sociale è la classe degli insegnanti che si vede mortificata da un lungo precariato e da uno stipendio non adeguato. La retribuzione inadeguata completa il quadro.

Qual è la soluzione? Noi dobbiamo pretendere che gli stipendi degli insegnanti italiani valgano come quelli dei tedeschi tenendo presente che i nostri insegnanti sono personale altamente specializzato che lavora in situazioni demografiche e sociali particolari. Posso aggiungere una cosa?

Dica… Perché noi abbiamo così tanta richiesta di nuove classi, richiesta che non c’ è al sud? Perché qui si trasferiscono in tanti per lavorare, anche tra gli insegnanti ed il personale della scuola. Tante nuove famiglie che vengono dall’ estero e dalle altre parti del Paese a lavorare soprattutto nei settori dell’ industria e del commercio. Ci sono tante persone che sono venute qui per lavorare nella scuola e poi si sono messe a fare altri lavori perché è cambiato talmente il concetto di formazione stessa che il laureato in filosofia che un tempo aveva come unico sbocco l’ insegnamento, oggi può tranquillamente essere riconvertito nel settore della business administration. E se deve scegliere a parità di formazione ma al doppio dello stipendio, magari lascia il suo sogno dell’ insegnamento e fa altro.

La chiave sembrerebbe l’ aumento dello stipendio per chi lavora nella scuola dell’ Emilia Romagna… Qualcosa che ricorda la famosa “autonomia differenziata”, non trova? Non possiamo assolutamente pensare che gli insegnanti del sud siano pagati meno di quelli del nord. Gli insegnanti vanno pagati tutti di più, magari creando le condizioni per cui chi si impegna e ottiene risultati possa sentirsi valorizzato anche economicamente, cosa che oggi non avviene. Prenda ad esempio i test INVALSI che hanno influito anche sul modo stesso con cui si concepisce la docenza. Ma cosa guadagna un docente che porta una classe a dei livelli più alti degli altri? Sono medaglie simboliche e nulla di più. Invece dovremmo ragionare in un’ ottica premiale per queste figure. Così come dovremmo pensare ai contesti complicati, a chi  lavora in zone di disagio sociale ed economico. Il modo in cui ti porto alla conoscenza dall’ ignoranza è una cosa che va valorizzata.

Le piaceva la proposta premiale della buona scuola di Renzi? E però questo Renzi lo voleva fare bypassando tutti i corpi intermedi e non riesco ad immaginarmi un sistema equo senza i corpi intermedi perché la scelta non può essere come nei budget delle aziende private dove decide il capoarea. Bisogna avere dei criteri oggettivi di valutazione. Investire sulla scuola significa investire anche su criteri premiali oggettivi e che vadano da Palermo a Milano, senza alcuna disomogeneità territoriale.

Dando per scontato che nell’ immediato non ci saranno aumenti di stipendio come quelli di cui parlava prima, cosa pensa dell’ idea di incentivare chi viene dalle altre regioni sostenendo i costi della casa e degli spostamenti? Mi pare una proposta da valutare con attenzione perché rischia di essere l’ unico modo per tornare ad essere attrattivi. Perché se non cambia la retribuzione dei docenti dobbiamo trovare il modo di offrire un sistema di welfare diverso che passi dai trasporti, la sanità, i salari accessori e magari anche un contributo all’ affitto ed ai costi che sostiene chi viene a lavorare qui da lontano.

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