Possibile che ci siano così poche repliche, anche nel mondo pedagogico, rispetto a certe affermazioni singolari nella campagna per l’abolizione dei voti? Qui qualche risposta del nostro gruppo:

 

1) “I voti bloccano/inibiscono l’apprendimento”.

Incredibile che qualcuno possa davvero credere o far credere, sulla base di “sperimentazioni” prodotte in casa (con gli sperimentatori che scalpitano per confermare le proprie ipotesi e ignorano l’infinita varietà di situazioni, contenuti valutati, richieste, modalità relazionali possibili nel contesto scolastico), che si tratti di un’affermazione scientifica.

 

2) “Si possono mantenere i voti finali, eliminando quelli in itinere” [a voler prendere per buona la dichiarazione che i voti finali non sarebbero in discussione, per non compromettere il valore legale del titolo di studio].

Se non fosse per il martellamento continuo, necessario a creare una sorta di distorsione cognitiva, qualunque persona di buon senso capirebbe che è dannoso, arbitrario e paradossale assegnare dei voti a fine percorso senza mai dare prima indicazioni chiare in proposito. Bisogna sapere davvero poco di scuola per non accorgersi di un’ovvietà: se è vero che il voto è sempre un’approssimazione, è bene compiere questo esercizio di approssimazione e di traduzione in voto del lavoro svolto e di ciò che uno studente ha imparato non una sola volta, ma più volte nel corso dell’anno.

 

3) “Il voto è in alternativa alla spiegazione dell’insegnante, se c’è il voto si tende a fermarsi a quello e a non dare spiegazioni sugli errori commessi”.

Affermazione del tutto campata in aria. La stragrande maggioranza degli insegnanti spiega e motiva il voto, e questa spiegazione rientra a pieno titolo nell’ambito di un’indispensabile relazione educativa, da far crescere con la massima cura. Semmai sono le descrizioni standardizzate, burocratizzate e astratte di “livelli di competenze” nella scuola primaria a sottrarre spazio alle spiegazioni personalizzate degli insegnanti.

 

4) “Non si può valutare tutto quello che gli studenti fanno o producono”.

E chi intende valutare tutto? Si valutano sempre dei percorsi. Ma qualunque persona di media intelligenza capisce che tra assegnare un voto a qualunque passaggio didattico e assegnarlo improvvisamente a fine quadrimestre o a fine anno c’è un’infinità di possibilità intermedie.

 

5) “Si valuta per trasformare o per riprodurre”.

Questo assioma metafisico posto sotto forma di aut aut non trova corrispondenza nella concretezza e nella complessità di ciò che avviene davvero ogni giorno nelle classi, nelle dinamiche dell’insegnamento e dell’apprendimento. E far rientrare il voto, di per sé, nell’area della “riproduzione”, senza tenere conto della situazione, dei contenuti, dei modi, delle finalità con cui viene assegnato, è del tutto arbitrario.

 

6) “Gli insegnanti vogliono i voti per fare una media matematica ed evitare così di prendersi la responsabilità di valutare”.

È ovvio che è esattamente l’opposto. È proprio assegnando dei voti e spiegandoli (piuttosto che certificando “livelli di competenze”), con un tatto pedagogico che non ha bisogno di medie matematiche, che gli insegnanti si prendono l’impegno e la responsabilità di dare indicazioni chiare agli studenti sull’andamento del lavoro e sull’acquisizione di conoscenze.

 

Gruppo La nostra scuola 

Associazione Agorà 33

 

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