riceviamo e volentieri pubblichiamo

Ci lasciamo alle spalle un’estate caldissima, opprimente. Una sensazione di malessere in cui è difficile distinguere cosa ti ha colpito di più: se l’aria irrespirabile, gli incendi, le temperature proibitive che hanno convinto anche i più ostinati che il cambio climatico è in azione o il carico di angoscia per le notizie di cronaca. Gli sbarchi continui di persone in fuga dall’incubo, i femminicidi che non si arrestano e ora l’allarme che si accende nei confronti di episodi terribili in cui sono coinvolti giovani e giovanissimi. Sullo sfondo resta una guerra abbandonata a se stessa e già pesante nelle sue ripercussioni sull’economia in zona Europa. Eppure un’estate vissuta con spocchia dal ceto di governo, arcisicuro del consenso sociale e del vento in poppa sull’economia nazionale.

I venti del nord hanno spazzato via l’afa e anche l’ubriacatura estiva del governo. Cala il Pil, cala l’occupazione, cala il turismo nazionale, aumentano i poveri, entrano in crisi i conti pubblici falcidiati dall’assurdità del superbonus e dal peso della guerra. Il PNRR che sembrava l’asso nella manica per dare nuovo slancio alla crescita, è scomparso nelle nebbie dei rinvii, riformulazioni, nuove intese a Bruxelles che non arriveranno perché tutti oramai si collocano in attesa di capire quale sarà l’Europa del dopo elezioni del 2024. In sostanza, un clamoroso fallimento. Persino la stampa di regime scopre il malessere sociale che avanza, del carovita che erode i salari, della precarietà che divora il futuro dei giovani e, drammaticamente, anche la sicurezza, la vita, dei lavoratori in subappalto.

Si torna a guardare in faccia la realtà. Scoprire che immigrazione e femminicidi interrogano anche la sfera dell’educazione e dell’istruzione: serve un’idea di cittadinanza, basata su una nuova legge di riferimento sui diritti e sulle responsabilità di chi arriva, di chi accoglie e di chi, dopo anni di scuola in Italia, chiede il diritto alla cittadinanza; serve un’idea di modelli educativi che scalfisca il maschilismo dominante e la brutalità di una sessualità ridotta a puro consumo dalle multinazionali dei video porno che oggi dilagano tra i giovanissimi e accumulano rendite record. Temi di grande potenzialità per tornare nelle scuole a parlarsi, discutere, cercare insieme, insegnanti, genitori, studenti e istituzioni, le risposte. Eppure la dimensione educativa è ridotta al silenzio.

Il Ministro Valditara non ne fa proprio cenno, per lui basterebbe inasprire le pene; come del resto evita accuratamente di parlare di rinnovo contrattuale: meglio la favoletta dei tutor e orientatori. Prima della vicenda di Caivano, in cui è stato di necessità coinvolto, i suoi temi estivi sono stati tutti all’insegna della retorica: il prestigio degli insegnanti, la polemica inutile contro i Tar che invadono il campo della valutazione, la riaffermazione che la scuola non si tocca e deve essere difesa da ogni ingerenza, l’ossessione per la personalizzazione dell’insegnamento che altro non è che una scuola selettiva ed elitaria.

L’esatto opposto di ciò che sarebbe necessario: riaprire il cantiere della valutazione formativa (dalla scuola elementare alle superiori), favorire con mezzi e strumenti che non siano il mercato dei crediti un rinnovamento profondo dei contenuti e del modo di insegnare per realizzare un apprendimento a portata di tutti, ricostruire i legami scuola-territorio, abolire le catene della burocrazia e dare spazio e vigore all’autonomia, quella vera, della scuola e non quella differenziata cara al governo. Neppure una parola su tutto ciò e solo una modifica al piano “straordinario” per il Sud, dopo i fatti di Caivano.

A intermittenza, bordate contro i genitori, irresponsabili nei confronti dell’educazione dei loro figli. Bel tema, non c’è dubbio, se fosse discusso con rigore e serietà perché la crisi educativa c’è e da anni e non la si è voluta vedere perché non rientra tra gli interessi né del sistema produttivo né della politica. Dov’erano i soloni di oggi quando abbiamo insistito in ogni dove perché si accendesse l’attenzione verso quei milioni di ragazzi reclusi per oltre due anni, privati di socialità, di relazioni, di amicizie, di cure, a causa della pandemia? Eppure inchieste e dossier sui danni, malesseri e vere patologie del caso, erano stati pubblicati e diffusi. Non c’è tempo per le questioni che riguardano le persone, la vita. Un bonus per lo psicologo e avanti. Bisogna parlare di voti, condotta, sanzioni disciplinari, merito. E non importa se qualcuno si attarda su don Milani, ci sarà sempre un convegno per dire che è stato una “guida autorevole” e che ora la pace, con lui, è fatta.

Non possiamo accettare una deriva di questo genere. Dobbiamo ripartire dai territori, dalle associazioni vere che rammendano una socialità lacerata, dalle scuole che con coraggio provano a costruire comunità educanti ricercando senso e contatti con il mondo.

Rimettere al centro la Costituzione e i suoi valori, gli impegni che debbono valere per tutti e che sono scritti a chiare lettere. Per questo Proteo Fare Sapere sarà in piazza il 7 ottobre con la Cgil e tutto il vasto mondo delle associazioni per rendere visibile, come necessario, che c’è un futuro che sta a noi rendere possibile. A partire magari proprio dalla scuola. Sarebbe un buon inizio d’anno, per tutti.

È il nostro augurio e il nostro impegno.

Dario Missaglia
Presidente nazionale Proteo Fare Sapere

 

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