Scuola e Covid: è possibile prevenire e limitare i contagi. Ne parliamo con Stefano Berto, Assistant Professor and Director Department of Neuroscience, Medical University of South Carolina.

In questi giorni si è riacceso il dibattito su Scuola e Covid, un binomio che speravamo di esserci lasciati alle spalle. Seppur l’incidenza di casi gravi nei bambini è limitata, non bisogna trascurare gli effetti del Long Covid così come non dimenticare la presenza di bambini – e di adulti – con fragilità all’interno delle aule scolastiche. Ci si chiede ancora una volta (dopo 3 anni e mezzo, sigh! qualcosa avremmo pur dovuto imparare!) quali possano essere le misure più idonee a prevenire e a mitigare la diffusione del virus ed i contagi tra alunni e docenti; ricordando che il SCoV2 è un virus a trasmissione aerea così come lo sono gran parte dei virus influenzali e parainfluenzali. Mitigare il contagio del Covid significa quindi mitigare il contagio anche di raffreddore ed influenza, con benefici non solo sulla didattica e sul rendimento scolastico, ma su tutta la collettività.

Ne parliamo oggi con Stefano Berto, Assistant Professor and Director Department of Neuroscience, Medical University of South Carolina.

Le scuole sono appena iniziate o inizieranno a breve qui in Italia, sappiamo che già negli USA ci sono state diverse sospensioni delle lezioni per focolai. In Italia non è prevista nessuna misura particolare per positivi, se non una generica raccomandazione di restare a casa in caso di febbre oppure alla mascherina in caso di sintomatologia quale tosse e raffreddore. Professore, in luogo chiuso, affollato e poco aerato come può essere un’aula scolastica, cosa comporta ciò?

“Il consenso scientifico è abbastanza solido a riguardo e lo è non solo per il SCoV2 ma anche per altre malattie infettive. I luoghi chiusi, dove la distanza tra le persone è ridotta, aumentano la probabilità di stretto contatto e lo stretto contatto aumenta la probabilità di infezione. Logicamente questo può variare in base all’epidemiologia del virus in questione. Ad esempio i rischi aumentano durante un picco e viceversa. Perciò, riguardo le scuole, è logico pensare, e mi sembra banale, che il rischio aumenti dato che si tratta di un luogo chiuso dove i bambini/giovani “convivono” per diverse ore al giorno. Io però cerco di mettere nell’equazione anche il rischio derivato dal virus che dipende non solo dall’immunità dell’individuo ma pure dalla patogenicità del virus. L’interazione con il SCoV2 è cambiata, fortunatamente, ma è chiaro che sia ancora un problema.

La mia opinione scientifica specifica riguardo ad esempio le mascherine si basa sui dati. L’efficacia tecnica delle mascherine è stata studiata e validata in set up specifici e la conosciamo da pre-covid. Il problema è che deve interagire con noi, essere umani, e su larga scala per avere un impatto significativo sulla trasmissione. Per funzionare bene deve essere portata da molti individui, deve essere efficace come ad esempio una FFP2, deve essere portata correttamente, e deve essere cambiata periodicamente. Qui parliamo di scuole: gestire classi di bambini controllando quale studente la porta, come la porta, quante volte la cambia non credo sia il modo giusto per affrontare un problema, anzi credo aumenti lo stress. I dati parlano chiaro, ci sono troppe variabili che minano la stessa efficacia della mascherina sebbene, tecnicamente, potrebbero funzionare. L’efficacia dipende fortemente da noi, e, nella situazione attuale e nel contest attuale, non so quanto siano valide come metodo mitigante.”

Cosa ne pensa della dichiarazione ANP (associazione nazionale presidi) di distribuire su richiesta mascherine (chirurgiche) e gel disinfettanti?

“Onestamente, la trovo inadatta. Delle mascherine ho parlato sopra, per me sono inadatte a mitigare i rischi nel set up scolastico. Lo sono per il semplice fatto che vengono gestite in malomodo: non puoi distrubuire mascherine, oltrettutto chirurgiche cioè quelle a minor efficacia, senza insegnare come portarle e quando cambiarle. Deve esserci un training necessario per abbassare l’effetto della variabile umana e devi distribuire quelle a maggior efficacia. Inoltre, tralascio volutamente il fatto che fuori da quel luogo non sono usate e quindi il rischio, per il bambino o giovane a rischio e non, torna alto appena esce da scuola. Se non viene insegnato, ti aspetti che la variabile umana abbia un effetto sull’efficacia delle mascherine rendendole possibilimente insignificanti nel mitigare le infezioni. In secondo luogo, il gel disinfettante per me è pressochè inutile per un virus che si trasmette per via aerea. Da ricercatore non parlo quasi (sono umano :-)) mai di cose senza dati alla mano, e se non erro, nessuno ha mai testato il gel a livello scientifico. A mio parere è una semplice prassi motivante, un semplice metodo che suggerisce prudenza portando le stesse persone ad essere più prudenti spingendole a pulirsi le mani piú volte. Ma non credo abbia un grosso impatto da questo lato, si vede chiaramente. È difficile cambiare un comportamento umano semplicemente mettendo il gel affiance ad una porta.”

Quali sarebbero invece le misure necessarie?

“Ho tre idee principali. 1) filtri aria e aerazione controllata sono i metodi più efficaci da usare nelle scuole. Considero questi metodi più stabili, meno influenzati dalla variabile umana, e più facili da gestire. Questo purtroppo dipende anche dalla qualità strutturale della scuola stessa. 2) una comunicazione migliore riguardo la vaccinazione pediatrica e i rischi soggettivi. Questa dovrebbe arrivare dagli Istituti nazionali e ci dovrebbero essere delle web-app che facilitino la valutazione del rischio per il soggetto. Ad esempio, un soggetto potrebbe immettere i propri dati clinici (e.g. diabetico) e capire il rischio personale in quel momento della curva epidemiologica. 3) Stanze specifiche per bambini a rischio. Questa potrebbe essere vista come idea discriminatoria da alcune persone ma è già presente in USA e altre nazioni. In questo caso penso semplicemente a stanze/tavoli specifici e/o separati per bambini a rischio esclusivamente durante i picchi COVID.”

La vaccinazione pediatrica Covid non è decollata: pensa che invece sia importante? Perché?

“Il nostro sistema immunitario è un tessuto altamente plastico. A livello di sviluppo la sua plasticità (capacità di adattamento) è migliore durante la giovane età e cala quando invecchiamo. Perché la vaccinazione pediatrica è importante? Perché si fa in un momento di massima plasticità e con alta probabilità di generare risposta immunitaria cellulare con memoria. Questo vuol dire allenare i bambini a combattere un virus e far si che da adulti abbiano un numero di cellule con memoria per combattere il virus per i quali sono stati vaccinati anni prima. Il concetto non è mai stato spiegato bene nei canali nazionali e forse questo ha di fatto contribuito alla mancanza di fiducia verso la vaccinazione pediatrica che considero estremamente importante.”

Cosa può consigliare alle famiglie con alunni con fragilità?

“La vaccinazione è importante perciò la valuteri insieme al medico curante dato che dipende anche dal tipo di fragilità. Come dicevo sopra, allenare un giovane che diventerà adulto è meglio che allenare un adulto con un sistema immunitario influenzato dall’avanzamento dell’età. Poi, consiglio la prudenza e una discussione con la scuola riguardo la possibilità di aule specifiche o tavoli specifici durante picchi eventuali. E logicamente spingere, e molto, affinchè la scuola investa per migliorare l’aria, facilitando donazioni private come avviene in USA.”

Ringraziamo il Prof. Stefano Berto per la sua disponibilità e le indicazioni fornite; nella speranza di un anno scolastico il più sereno possibile per tutti seguendo le indicazioni che arrivano dalla scienza.

 

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