Dott.ssa Lucattini, dal punto di vista psicoanalitico come viene valutato il fenomeno del cosplay, ovvero l’arte di travestirsi da protagonisti del mondo fantasy, film, serie tv, fumetti come “anime o “manga, e videogiochi?

Travestirsi e giocare a essere qualcun altro ha origini antiche. Il cosplay è un mezzo attraverso il travestimento e un modo grazie all’identificazione con il personaggio che s’incarna, per esprimere liberamente emozioni (è catartico) e rappresentare, attraverso il corpo, pensieri e vissuti inconsci.  Come avviene anche nella recitazione teatrale, permette di giocare creativamente con la propria identità e aiuta a definirla.

Per molti rappresenta un modo per affrontare sotto mentite spoglie, alcuni aspetti negativi o tristi della propria vita e per condividerli con gli amici con cui hanno in comune la stessa passione.  In tutti, favorisce un’appartenenza, ad un gruppo e a qualcosa di più grande, durevole, stabile e organizzato.  È un luogo interno ed esterno, uno spazio transizionale, in cui presentificare i ricordi, fare vivere i propri sogni, scoprire le attitudini personali e rivitalizzare i desideri.

Tutti gli anni si svolgono manifestazioni come il Romics, Festival Internazionale del fumetto e Lucca Comics, dove sono numerosissimi i ragazzi a mascherarsi per parteciparvi. Secondo Lei, quali sono le regioni di questa grande partecipazione ed entusiasmo da parte dei ragazzi? 

Innanzitutto, perché è una festa, in cui si respira un clima serio e giocoso al tempo stesso. Ci si mostra, si appare, si è protagonisti. Si compete per il miglior costume, si ammirano quelli degli altri, si possono ascoltare autori  e disegnatori, attori  e registi. C’è buona musica da ascoltare in compagnia. Divertimento e cultura: il piacere della festa, si accompagna ad una stimolante offerta culturale e alla competizione tipica dei “contest”, necessari per i giovani, poiché sono desiderosi di farsi notare ed emergere.

In Italia, il riscontro di pubblico nasce da una proposta rivisitata secondo le esigenze contemporanee in un terreno culturalmente preparato.

Infatti, s’inseriscono in una lunga tradizione che parte dall’antica Roma con le sue feste, tra cui i “baccanali” (la festa di Bacco) a marzo e gli “Augustalia” a ottobre.

Nella Firenze, rinascimentale di Lorenzo de’ Medici sono stati celebrati i Giochi Carnascialeschi, con trionfi, carri, mascherate e canti. A quel periodo risale l’inizio dei carri allegorici e dei travestimenti di carnevale come oggi li conosciamo.

La “Festa di Ognissanti” che si festeggia il 2 novembre a partire dalla notte che la precede, naturalmente confluita in “Halloween” (All Hallows’ Eve, la “vigilia di tutti i Santi”) della tradizione anglosassone.

Inoltre, le numerose Giostre e i Palii con personaggi in costume e disfide, ad Arezzo, Pistoia, Foligno, Ferrara, Asti, Legano, Fucecchio, solo per citarne alcune, fanno parte del patrimonio folcloristico condiviso. 

Il cosplayer può essere una strada per aiutare i ragazzi a sentirsi meglio e a definire la  propria identità?

È indubbio che il cosplay offra benefici psicologici a chi lo pratica. Tuttavia, come ogni attività, in alcuni adolescenti e giovani più fragili, può essere estremizzato e divenire un’ossessione che non permette di uscire dal personaggio. È noto che l’adolescenza è periodo di sviluppo e crescita psicofisica in cui prorompono le emozioni, la creatività acquista una sua vitale autonomia e la costruzione dell’identità è un processo centrale. Il cosplay permette di giocare con le sfaccettature della propria identità: esplorandola, confrontandola con altri e conoscendola meglio.

Numerosi studi ne hanno evidenziato gli aspetti positivi, il cosplay attiva un processo di “negoziazione delle identità” tra la propria identità e quella dei personaggi che i cosplayers scelgono di rappresentare. Inoltre, offre la possibilità di mettere alla prova capacità  intellettuali, relazionali e fisiche in un contesto sociale ordinato e con regole ben definite. Oltre a ciò, la produzione creativa mentale (imparare delle “parti”) associata alla componente artigianale (confezionare i propri abiti) ha una funzione positiva la modulazione di affetti ed emozioni e sull’autoregolazione del Sé.

E invece può aiutare anche timidi e insicuri?

Certamente, tanti ragazzi, più timidi o chiusi, col tempo si rassicurano e col tempo riescono ad uscire fuori dal loro bozzolo, librandosi nel caleidoscopico modo delle emozioni. Indossare un costume e giocare in un ruolo che si è scelto, aiuta a superare l’insicurezza, poiché permette di attingere a una sorgente vitale interna che talvolta non si sapeva di avere e a provare fiducia nelle proprie possibilità. Inoltre, frequentando questo ambiente, trovano la forza di uscire dal guscio protettivo della propria casa o stretta cerchia di amici, allargano la rete sociale e stringono nuove relazioni.  Condividere la stessa  passione, accomuna e avvicina, fa sentire di essere parte di un gruppo vivace, che attraverso un serissimo “gioco delle parti”, allontana tristezza e solitudine, regalando attimi di intensa felicità. 

È un fenomeno che non conosce età e che interessa generazioni diverse. Sicuramente gli adolescenti sono quelli più prevalenti. Ma nel caso di bambini piccoli e di adulti, cosa si può dire al riguardo? È solo un gioco o c’è altro? 

Il termine “cosplay” nasce delle parole inglesi costume (“costume”) e play (“gioco” o “interpretazione”), è stato coniato nel 1984 il reporter giapponese Takahashi Nobuyuki per descrivere i giovani mascherati da protagonisti di serie di fumetti e fantascienza che aveva visto a Los Angeles in occasione della WorldCon. Indossare un costume, comporta il vestirsi fisicamente e mentalmente come un personaggio ideale, scelto tra tanti, rappresentare la personalità che ha nell’opera di finzione da cui è tratto e incarnarne lati del carattere che aspetti di sè. I genitori possono stare tranquilli, per i bambini è una festa e un bel gioco che sperano di fare non solo ad Halloween e durante il Carnevale! Anche a scuola, fin dalla materna, i bambini recitano e costruiscono i loro vestiti insieme ai genitori e alle insegnanti.

È su questa scia che bambini, adolescenti e adulti partecipano alle “serate a tema” durante i fine settimana, i balli in costume, a toga-party, pigiama-party, jurassic-party, etc. Il cosplay è sì una sperimentazione ma anche un punto di arrivo, poiché il personaggio e il costume non sono imposti dall’esterno, sono una scelta libera. All’inizio disegnano e costruiscono i propri costumi con l’aiuto dei genitori, per poi confezionarli da soli, con un amico o un’amica.

Chi sceglie un personaggio, al di là dell’aspetto estetico, lo fa anche perché incarna particolari caratteristiche che si cercano nella vita di tutti i giorni? 

Alcuni adolescenti che non riescono a esprimere alcune loro emozioni, perché sentite come socialmente o culturalmente non accettabili, poiché rientrano nella loro educazione familiare o sono lontane dalle esperienze della vita quotidiana, trovano nel cosplay un modo per viverle. Non si è mai così sinceri come quando gli altri credono che si stia recitando. Il costume è una protezione, un involucro, un contenimento anche per emozioni negative che sono spesso difficili da manifestare. Il cosplay offre la possibilità di impersonare numerosi tratti di un personaggio immaginario: audacia, coraggio, aggressività, ostilità, ostentazione, passione, seduzione, in un contesto che permette la trasgressione sotto forma di gioco e di metafora. Le emozioni drammatizzate, recitate, divengono accettabili, questo consente ai giovani di sentirsi riconosciuti e autorizzati ad esprimere quello che sentono, buono o cattivo che sia, poiché nessuno può farsi male. Aumenta la confidenza col corpo e contribuisce ad ampliare l’alfabetizzazione affettiva e la gamma emozionale, rende più sicuri e fiduciosi in se stessi.

Che consigli si possono dare ai genitori che hanno figli “cosplayer” e che non riescono ad accettare questa passione? 

Sapere che il Cosplay è una naturale evoluzione delle recite scolastiche e dei costumi di carnevale, reinterpretati alla luce di personaggi contemporanei più adatti all’età che crescono;

Se non si comprendono o apprezzano i tipi di costume, chiedere ai figli, informarsi anche attraverso di loro, è un modo per essere vicini e sentirsi sempre meno estranei;

Considerare che è un gioco, anche gli adolescenti e gli adulti hanno bisogno di giocare, sebbene in modo diverso rispetto ai bambini, il Cosplay è un gioco sano che fa sentire vivi, aiuta conoscersi  meglio e non fa male;

Conoscere i personaggi amati e impersonati dai figli, dicono molto di loro, è uno dei modi possibili per comprenderli meglio, per capire i loro desideri, le aspirazioni e anche le loro paure “nascoste”;

Offrire a figli di aiutarli nella confezione dei costumi, “fare insieme” permette di stare insieme in modo creativo, di sintonizzarsi e di divertirsi;

Prestare, tuttavia, attenzione se il Cosplay diventa un’ossessione o se i figli restano nel personaggio, in quanto ciò può essere invece il primo segnale di un disagio psicologico, che può essere affrontato consultando uno psicoanalista.

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