riceviamo e volentieri pubblichiamo

“La scuola aperta a tutti”: il primo comma dell’articolo 34 della Costituzione individua nel diritto all’istruzione il principio fondamentale che sta – o dovrebbe stare – alla base di ogni politica per l’istruzione. La Repubblica, cioè, è chiamata a rimuovere tutti gli ostacoli (sociali, politici, economici e fisici) che impediscono l’accesso alla scuola e all’istruzione e, con esse, alla possibilità di costruirsi un futuro.

La scuola, dunque, viene definita dalla Costituzione come un elemento centrale non tanto, o non solo, nella costruzione di un sistema educativo o culturale, ma nell’ambito della formazione dei cittadini e della società civile, della coscienza civile e democratica su cui fonda una comunità, dando a tutti la possibilità di migliorare la propria istruzione e, di conseguenza, la propria posizione sociale e lavorativa. E anche se questo avviene ancora in modo troppo limitato – sappiamo infatti dai dati sulla mobilità sociale, per esempio, che solo il 6% dei giovani i cui genitori non hanno il diploma ottiene la laurea – è significativo che la Costituzione si occupi, in modo così diretto, della questione, riconoscendo, anche in questo modo, la centralità dell’idea di “comunitа”, alla cui base ci sono la scuola, la valorizzazione dei talenti, il diritto allo studio e il diritto di essere messi nella condizione di poter eccellere e – aspetto non secondario – raggiungere traguardi di soddisfazione personale e di arricchimento sociale.

A mio avviso, dunque, proprio perché la scuola è “costituzionalmente” al centro della nostra comunità, occorre che la comunità si adoperi il più possibile affinché nessuno si perda durante il percorso scolastico o, peggio ancora, non abbia capacità o possibilità di accesso. Infatti, il secondo comma dello stesso articolo recita che “i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”, ma sappiamo bene quanto la nostra scuola, pubblica ma non gratuita, ponga ostacoli economici che crescono sempre più, via via che si prosegue, fino a rappresentare valichi insormontabili per troppe famiglie e troppe situazioni, fattore che deve richiedere tutta la ns attenzione (basti pensare ai libri testo, al materiale scolastico, a mensa e trasporti).
Altre questioni riguardano, poi, le disuguaglianze legate alle condizioni abitative, alla localizzazione geografica, alla stessa sensazione che le informazioni importanti arrivino prima a chi le ha già, con quella finta idea di “parità” che, invece, si traduce troppo spesso nel voler fare “parti uguali tra diseguali”. Io credo, invece, che le capacità di un sistema educativo si misurino non solo sui risultati ottenuti dai migliori, ma anche su quanto esso sia in grado di accogliere e accompagnare situazioni di disabilità, fragilità o di marginalità, fornendo la possibilità ai ragazzi e alle ragazze, indistintamente, di acquisire nuove prospettive e consolidare strumenti, attraverso un sistema di regole sicure e che valgono e devono valere per tutti. I laureati italiani guadagnano in media il 40% in più rispetto ai soli diplomati, e diventa quindi una questione di giustizia, ad esempio che le donne abbiano le stesse possibilità rispetto ai maschi, svincolandosi, per esempio, da quel percorso culturale e da quei pregiudizi sociali che ancora oggi le vedono fortemente sconsigliate nell’accedere alle materie e alle discipline STEM.

“Stare bene a scuola”, quindi, è la questione fondamentale di un ambito con il quale ha a che fare e si confronta circa il 44% degli italiani ogni giorno, considerando anche i genitori e le famiglie. A questi numeri corrispondono, purtroppo, situazioni gravemente insufficienti: basti pensare agli oltre 170mila supplenti che sono ogni anno chiamati a coprire cattedre scoperte, agli insegnanti di sostegno, spesso lasciati soli, senza specializzazione e garanzie insieme agli studenti con disabilità, alla sicurezza degli edifici (il pnrr è una opportunità), alle classi numerose, alla situazione di insegnanti e dirigenti, alla dispersione scolastica, alla sensazione di abbandono, anche emotivo, percepito da lavoratori e studenti, che vedono mancare proprio quella fondamentale connessione tra mondo della scuola e comunità su cui insiste la Costituzione, essendo venuto a mancare quel riconoscimento sociale (oltre che economico) del ruolo dell’insegnante e spesso anche della scuola.

Come si risponde a tutti questi problemi? Io credo ancora molto nel concetto di “comunità educante”, su cui abbiamo depositato una pdl. Vale a dire uno spazio, sociale e culturale, dove tutti noi ci sentiamo coinvolti nel fornire un servizio attraverso la scuola. Un contributo che può arrivare da associazioni e interazioni di vario tipo che, tramite la scuola e a favore della scuola, contribuiscono al protagonismo dell’ambito scolastico ed educativo. Una comunità educante, appunto, che senta la responsabilità e il dovere prioritario di tutelare tutte le variabili di crescita di tutti i suoi cittadini e cittadine più giovani.

Una comunità educante è quella che riconosce il ruolo della scuola come principale investimento per la propria comunità, strumento di emancipazione, equità, democrazia e libertà.
Perché la scuola è di tutti e per tutti come dice il preside Mattarella.
Luogo di educazione, di conoscenza, di formazione, di inclusione, dove si impara la cultura della legalità, della convivenza e del rispetto, ma soprattutto il gusto per l’apprendimento, la cultura, la vita insieme.

Alla centralità dell’articolo 34 e all’importanza del diritto all’istruzione dedichiamo quindi questa sessione di lavoro, articolo che lo stesso Calamandrei in un suo celebre discorso ha definito “il più importante di tutta la costituzione, il più impegnativo”.
Lo facciamo in un momento in cui in parlamento si sta discutendo della riforma dell’autonomia differenziata, che mina proprio quegli articoli 33 e 34 su cui si fonda diritto all’istruzione e diritto allo studio, bene comune e diritto sociale di un paese avanzato come il nostro. Il rischio è quello della frammentazione del sistema scolastico, una proposta che mina le basi del diritto allo studio e crea un vulmus profondo alla identità del nostro paese”.

Ilenia Malavasi, deputata del Pd ed ex sindaca di Correggio

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