napolitano berlinguer

Non so dire, in tutta onestà, se prima che giunga quell’ incapacità di intendere e di volere che attende ognuno (e che per quanto mi riguarda tendo a collocare nel mio futuro remoto) sarà possibile che qualcuno, da qualche parte, riesca ad emettere una valutazione politicamente ed umanamente obiettiva sulla figura di Giorgio Napolitano.

Quello che nel giorno della morte si leggerà è viziato dal ricordo dell’ uomo di Stato e servitore delle istituzioni che corse in soccorso dell’ Italia con un piede fuori dall’ Europa (e di conseguenza di un’ Europa sull’ orlo del disastro) contribuendo a liquefare definitivamente il quadro politico della cosiddetta seconda repubblica.

Quello che invece nessuno andrà a rivangare è il Napolitano nemico pubblico numero uno della sinistra dura e pura. Io, invece, su questo ricordo un sacco di cose.

Quando appena diciottenne mi ritrovai ad auspicare la rivoluzione sociale pur scettico su quella proletaria, scoprii che il nuovissimo partito della sinistra ortodossa, il Pds di Achille Occhetto, a Napoli soffriva di un male che lo rendeva peggio del peggio dei democristi e socialisti solidamente alla guida della città: quel male erano i miglioristi di Giorgio Napolitano.

Confesso che il mio punto di osservazione era condizionato dalla pletora di giovani figli d’ arte cresciuti con le idee ben chiare su dove fosse esattamente situato il confine tra il bene e il male (da leggere sinistra e destra), educati in famiglia al comunismo come medicinale contro i mali del mondo, che poi somigliavano in maniera sospetta ai mali loro. Che però erano tutti educati a stupefacenti abilità retoriche utili a ridefinire quel termine (comunismo), ed a declinarlo a seconda delle esigenze del momento. Era comunismo la lotta per il lavoro e per la casa, quella per i diritti dei disabili, quella per la trasparenza delle istituzioni, insomma tutto quello che serviva a far trionfare il bene. Un bene che poteva essere il lavoro per i disoccupati (comunisti o almeno amici) ma anche il posto all’ università per il compagno tanto dotato. Tutti consapevoli che “nulla salus extra ecclesiam”. Dove l’ ecclesiam era il Partito, quello comunista anche se aveva cambiato (solo) il nome.

Dal che, poi, discendeva l’ ovvia considerazione per cui chi non era comunista era un nemico, certamente una specie di pervertito, un malato mentale, come poi aveva sempre sostenuto (evidentemente a ragione) l’ indimenticato Giuseppone Stalin.

Unico neo a quella vera e propria weltanschauung era la presenza nel partito dei miglioristi. Che osavano teorizzare la necessità del socialismo e perfino della socialdemocrazia, con ragionevoli sospetti di liberal socialismo.

Va detto per chiarezza: i miglioristi erano una casta elitaria. Intellettuali, problematici, squassati da eterni conflitti interiori, trascorrevano serate tra pochi intimi a discettare di essere e dover essere. Insomma una vera palla. I giovani che vezzeggiavano e crescevano amorevolmente erano più vecchi e pallosi di loro. Senza contare le relazioni indicibili con questo o quel pezzo di potere reale. Erano insopportabili, e infatti quando li conobbi perché in fondo ero d’ accordo con loro e no con gli altri, scoprii che non li sopportavo. Fatto salvo il fatto inoppugnabile che sul merito di quello che dicevano avevano perfino ragione.

Poi vennero tangentopoli, qualche avviso di garanzia, qualche arresto, e per volontà di Achille Occhetto venne a Napoli Antonio Bassolino. Anzi ci tornò, perché da segretario regionale era finito altrove proprio per incompatibilità ambientale con i miglioristi, che avevano cercato qualche soluzione ai problemi della città parlando perfino con socialisti (vedi Giulio di Donato) e democristiani (perfino il famigerato Pomicino).

Per Napolitano ed i suoi fu un tracollo. Finì esiliato al Parlamento Europeo con i suoi sparsi lontano, tra Europa e Roma. Poi si vendicherà anni dopo, proprio come un vecchio comunista incapace di dimenticare e di “levare occasione”. Bassolino lo ricorderà a qualche decennio di distanza nel suo libro-confessione, “Le Dolomiti di Napoli”. Veri orfani di Napolitano furono quelli che gli avevano dato ragione senza stare nel suo (minuscolo) cerchio magico, e perfino il suo vero erede politico, Umberto Ranieri, che per due volte venuto a Napoli se ne tornerà a Roma con un nulla di fatto.

Poi venne il Napolitano Presidente. Ex comunista, ma uno statista, un uomo delle istituzioni. Atlantista e europeista. I mal di pancia erano cominciati nel 1978, quando in pieno sequestro Moro, fu (grazie all’intercessione di Andreotti, come dice Wikileaks) il primo comunista italiano ad ottenere un visto per gli Usa. Dove Henry Kissinger lo ribattezzò come il suo “comunista preferito”.

Ma il climax dei sospetti sul “migliorista” arrivarono con la trattativa Stato-mafia. Napolitano “distrusse le telefonate con l’ indagato Mancino e lanciò un segnale di silenzio ed omertà” (si può leggere ancora oggi su Antimafiaduemila.com)

Eccola l’ ultima fase della storia segreta di Giorgio Napolitano (narrata senza conferme). Quella del Presidente-cinghia di trasmissione dei poteri forti. Se cercate in rete troverete milioni di bit a sostegno della tesi dell’ uomo dei poteri forti, forse massone, al soldo delle multinazionali e dei potenti (americani, ovviamente).

A me, dopo oltre trent’ anni dalla sua conoscenza (prima indiretta, poi diretta) resta il ricordo di un uomo pieno di contraddizioni. Il comunista filosovietico ben oltre il lecito, con la condanna della scissione del Manifesto e di Solgenitzyn, le cui opinioni bolla come “aberranti”. Poi avversario dell’ eurocomunismo di Berlinguer (onestamente debole e asfittico) con il sospetto di una voluta rivincita nei confronti del giovane “don” sardo, preferitogli da Luigi Longo nella carica di vice segretario del PCI. E il ripudio del comunismo sovietico per una svolta socialista e perfino socialdemocratica.

E poi il discreto dissenso sul rinascimento bassoliniano, fino al Presidente della Repubblica che farà fuori Berlusconi con il governo Monti, appassionato europeista e atlantista .

Ma, come dicevo, forse proprio per aver vissuto quest’ epoca, mi ritrovo incapace di dire se Giorgione nostro avesse ragione o no…

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