Da sempre si parla degli effetti positivi della musica sul cervello umano. Dal punto di vista psicoanalitico, quali sono, a Suo avviso,  i benefici più importanti? 

La musica influenza positivamente lo sviluppo emotivo e accresce l’intelligenza in tutte le sue forme: l’intelligenza emotiva, linguistica, logico-matematica, astratta o spaziale, intrapsichica e riflessiva, relazionale, corporea e naturalmente musicale. Il cervello e la  mente hanno la capacità innata, di sentire i suoni già da quando si è nel grembo materno, per questo alle mamme è consigliato di ascoltare la musica, in particolare la musica classica, ma ogni musica gradita alla mamma va bene anche per il suo bambino, purché non vi siano bassi molto forti, come ad esempio nella musica techno.

Il neonato fin dalle prime ore di vita è già in grado di elaborare sonorità, d’identificare le dissonanze  e voci diverse, possono distinguere i cambiamenti di tono, le madri parlano col il baby-talk , il “cinguettio” in tono un po’ acuto, mentre i padri usano toni più bassi. Infine, i bimbi già da piccolissimi riconoscono la musica. L’ infant research psicoanalitica e le neuroscienze hanno messo in luce la funzione essenziale del ritmo e della musicalità già nei primissimi scambi fra il neonato e le figure di accudimento, ovvero le persone che si prendono cura di lui, i genitori e i caregiver.

Per quanto riguarda i bambini, la musica può avere effetti positivi per il miglioramento delle capacità linguistiche e a risolvere disturbi del linguaggio come la dislessia? 

Numerose ricerche hanno dimostrato che processi musicali analitici, come la percezione del ritmo, sono elaborati principalmente nell’emisfero sinistro che prevalente nell’elaborazione del linguaggio. Sono state trovate correlazioni tra sensibilità ritmica ed abilità nella lettura, tra abilità verbali (ricchezza lessicale e costruzione sintattica delle frasi, quantità di parole conosciute e capacità di coniugare i verbi) e capacità musicali (sia connaturate che sviluppate attraverso lo studio di uno strumento e della musica). Vi è inoltre un rapporto tra musicalità e uso creativo della lingua, non solo la propria lingua nativa, ma anche lingue straniere che possono essere utilizzate per la composizione di canzoni, ad esempio, come accade spesso negli adolescenti. E ciò accade perché alcuni aspetti della musica, attivano e richiedono funzioni mentali astratte e capacità psico-emotive inconsce, utilizzate anche nella elaborazione del linguaggio. Da non trascurare il  ruolo centrale degli aspetti relazionali con l’insegnante e dei genitori che partecipano alle attività musicali dei figli, li accompagnano, ascoltano i pezzi che suonano e li incoraggiano.

La dislessia richiede un trattamento riabilitativo specifico e anche un trattamento psicoanalitico di supporto per le difficoltà emotive dei bambini e degli adolescenti dislessici e poiché il processo di riabilitazione li affatica e richiede tempi piuttosto lunghi. La musica è senz’altro un’attività complementare assolutamente indicata e utile nei bambini e negli adolescenti dislessici, per le sue qualità intrinseche legate al ritmo e perché è antidepressiva. 

Tra effetto Mozart e quoziente intellettivo, è un crescendo di studi che dimostrano come la musica, l’ascolto, ma soprattutto lo studio, può modificare alcune funzioni cerebrali e migliorare le performance in tutti gli ambiti di apprendimento. Eppure, a scuola non si studia abbastanza la musica, è a volte relegata ai margini. Qual è la sua opinione?

Numerosi studi di neuropsicoanalisi, disciplina che nasce dalla collaborazione tra neuroscienziati e psicoanalisti, indicano che la formazione musicale, studiare uno strumento, cantare in un coro, imparare a leggere la musica, hanno un effetto positivo sullo sviluppo neuro-psico-emotivo del bambino e dell’adolescente. Ad esempio, la musica agisce sulla “plasticità neuronale”, che non è solo una capacità compensatoria rispetto ad alcune carenze costituzionali o traumatiche, ma determina la possibilità di sviluppo di funzioni mentali necessarie nell’apprendimento scolastico e  nella vita quotidiana. La  musica è uno degli elementi che facilita anche lo sviluppo di una rete neuronale bilaterale, nei due emisferi cerebrali, in grado di facilitare nel cervello infantile, ma non solo, funzioni compensatorie in particolare nelle regioni temporo-parietali dell’emisfero sinistro.

Lo studio della musica a scuola è purtroppo un tasto dolente. Le ore di insegnamento sono poche, la gamma di strumenti musicali è limitata, fatta eccezione per le scuole medie a indirizzo musicale, le cui classi sono ridotte e per il liceo musicale, che allo stesso modo, può accogliere meno studenti di quelli che ne fanno richiesta.

Fortunatamente nelle scuole sono presenti dei cori con insegnanti diplomati che suggeriscono in molti casi di studiare uno strumento musicale.

Sarebbe importante che anche nelle scuole fossero istituite delle “bande musicali scolastiche”, esattamente come un tempo esistevano ovunque le bande di paese, in cui chiunque poteva studiare uno strumento ad un buon livello. Se fosse un’attività pomeridiana, immagino che i genitori sarebbero ben lieti di lasciare i figli a scuola una o due ore in più durante la settimana.

L’esercizio della musica rende il cervello più veloce, preciso, efficiente e sostiene l’umore? 

La musica ha un effetto estremamente positivo sulla mente. È dimostrato che ascoltare musica classica o jazz migliora le capacità matematiche, l’apprendimento delle lingue e la creatività. È noto che prendere lezioni di musica, può implementare le qualità intellettive, l’empatia e le capacità relazionali. La musica non solo favorisce lo sviluppo psicologico se praticata fin dall’infanzia, può essere utilizzata a scopo terapeutico (musicoterapia) ed è una vera e propria prevenzione dei disturbi dell’umore e anche del disagio emotivo.

Da non sottovalutare, inoltre, il suo valore rivitalizzante, la musica appaga, vivacizza, rallegra e fa sognare. Bisogna imparare dai giovani che hanno sempre una  canzone o una musica, scelta tra tante, che scandisce i vari momenti delle loro giornate, che li accompagna e lascia un segno, per loro, della loro esistenza.

Esiste una correlazione tra Musica e Scienza?  

La musica è una scienza, a differenza ad esempio dell’arte, che è considerata un ramo creativo che afferisce alla divulgazione scientifica. Nella musica, infatti, i toni, i ritmi e i tempi sono gli ingredienti ti tipo matematico che la creatività del compositore utilizza per produrre la grande varietà di suoni presenti negli arrangiamenti musicali. Già la scuola pitagorica dell’antica Grecia affermava la natura scientifica della musica, la tradizione filosofica platonica sviluppò un ambito di indagine  dedicato e incentrato sulla musica collocata fra le scienze, in particolare nelle discipline matematiche. Questa tradizione si è protratta anche nell’Impero Romano d’Occidente,  Il filosofo e senatore romano Boezio definì la musica “la scienza del numero applicata al suono”, confermando così il valore di questa disciplina nell’ambito del sapere scientifico.

Gli esperimenti acustici di Galileo Galilei e di Cartesio, si indirizzano nei primi decenni del Seicento verso un’analisi fisica del suono consentendo lo sviluppo della “fisica acustica”, poggiando la natura del suono su teorie matematiche e geometriche. Il filosofo, matematico e scienziato Gottfried von Leibniz dirà che “la musica è un esercizio occulto di aritmetica dello spirito, ignaro del proprio numerare”.

Oggi la musica è oggetto di studio come disciplina scientifica e artistica, è oggetto di ricerca ed ha un utilizzo clinico anche nella psicoanalisi. Unisce in sé molti elementi: scienza, arte, creatività, cura.

Di recente, si è svolta la Giornata Mondiale dell’Alzheimer. In diversi convegni si è parlato molto dei benefici che ha la musica verso chi soffre di questa terribile malattia. La musica, dunque, può sostituirsi in alcuni casi ai farmaci? 

In questi casi, la musica può essere, a buon titolo, un’integrazione rispetto alle terapie farmacologiche e ai protocolli riabilitativi già consolidati, non può mai sostituirsi ad essi. Può diventare uno degli strumento messi in campo nella lotta contro la malattia di Alzheimer. La stimolazione musicale, in particolare, le melodie significative per il paziente, hanno un effetto positivo nel modulare la progressione della perdita di memoria, dei tempi di decadimento cognitivo e sulla perdita di funzioni corporee. La musica non compie miracoli, ma certamente migliora la qualità della vita.

Visti i tanti genitori in ansia per i bambini alle prese con il nuovo anno scolastico. Può essere utile iscrivere i piccoli a un corso di musica? 

Certamente, la musica è senz’altro un complemento rispetto alle attività scolastiche. La musica per i bambini è innanzitutto gioco e piacere, imparano divertendosi a giocare con le note all’interno di una disciplina con delle regole molto precise. Apprendono il piacere delle regole che aiutano ad ottenere i risultati desiderati.

Le persone, che fin dall’età dell’infanzia, ricevono una formazione musicale hanno più successo a livello scolastico e accademico, poiché sviluppano maggiormente  le capacità mentali, sono più intuitive, emotive stabili e in grado di attingere alle proprie qualità psichiche e interiori, hanno un contatto più diretto e immediato con il proprio inconscio. Si parla anche di inconscio musicale.

Suonare uno strumento, unito all’ascolto della musica, aiuta gli studenti a memorizzare più facilmente i contenuti, poiché rafforza e organizza il ritmo interno, e attinge a caratteristiche personali inconsce. Fin dall’antica Grecia, la tradizione orale dei grandi poemi epici, come l’Iliade e l’Odissea omerici, era sempre accompagnata dalla musica, proprio perché facilitava la memorizzazione e la ripetizione fedele delle parole.

Quali consigli si sente di dare ai giovani?

  • Studiare musica e suonare è divertente e da grandi soddisfazioni. Certo, richiede un po’ di impegno, ma ripaga di tutti i sacrifici. La musica dà sempre più di quel che promette;
  • Fa bene all’umore, rallegra, carica e tranquillizza, a seconda dei momenti e del bisogno;
  • Aumenta l’intelligenza, sviluppando le capacità intellettive, quindi facilitando nello studio scolastico e universitario;
  • Suonare permette di conoscere persone nuove e con la stessa passione, favorisce la socializzazione e le relazioni interpersonali;
  • Rende sicuri, basta pensare al potere di una chitarra sulla spiaggia o l’effetto di suonare il pianoforte tra amici o nelle sale di attesa degli aeroporti e in tutti quei luoghi dove è messo a disposizione di tutti;
  • Per chi ha paura del pubblico, la musica si suona per se stessi, innanzitutto, la paura del pubblico e del successo si possono superare, sia da soli, che rivolgendosi ad uno psicoanalista.

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