Oramai è campagna aperta, senza limiti e attese. Otto mesi per preparare l’esame di Stato, quello che la destra dovrà superare a pieni voti per tentare di garantirsi il governo della legislatura in Italia e magari avere ben altro peso in Europa. Il Ministro Valditara lo ha fatto capire benissimo a Pontida dove si è trovato a suo agio di fronte a una platea che, come è noto, non ha uno spiccato interesse per la cultura e l’istruzione.

L’ossessione del Ministro è apparsa netta: l’Italia deve essere liberata dai postumi della rivoluzione del ’68 che è la radice di tutti i mali. A chi gli fa notare sommessamente che il ‘68 è oramai passato remoto e ben diverse iatture si sono realizzate nel mondo e nel nostro Paese, lui non arretra di un passo: serve una sana iniezione di ordine, severità, punizioni adeguate al male che avanza in questa “società allo sfascio”.

E così dispone che torni al più presto il voto in condotta, quello in decimi (si capisce meglio, a suo dire), in modo che il mascalzone di turno sia bocciato con il cinque, fin dalla scuola media; alle superiori, in caso di voto 6, rinviato a settembre con esame di educazione civica e penalizzazione certa del credito per la maturità. Altro che “statuto dei diritti delle studentesse e degli studenti”. Ed ecco servito il rispetto e l’autorevolezza degli insegnanti rimessi in primo piano.

Ma è così davvero allo sfascio questa gioventù? Tra scuola media e superiori, in Italia ci sono circa quattro milioni e mezzo di studenti. Ci vuol dire il Ministro sulla base di quanti minori responsabili di atti violenti (nei confronti dei propri compagni, dei docenti, degli arredi e strutture) in questo anno o nel 2022, ha deciso questi provvedimenti?

Dal Ministro, ad oggi, nessun dato è pervenuto.

Certo, un fatto è inequivocabile: la difficile condizione dei giovani e la perdurante crisi educativa dei genitori. Gli studenti hanno iniziato la scuola con alle spalle l’esperienza covid: un dramma che li ha privati di oltre due anni di relazioni, rapporti con il mondo, con le amicizie e con la scuola come luogo significativo della propria crescita. Chi era in difficoltà prima del covid ha visto crescere i suoi problemi e ne porta ancora i segni. Questo Ministro su tutto ciò non ha espresso una sola parola né tantomeno un indirizzo o un messaggio da rivolgere alle scuole affinché la preoccupazione prima fosse quella di ricostruire i legami, le relazioni educative, il superamento di traumi e dolori sofferti.

Iniziando dall’ascolto della voce dei giovani, chiamandoli a partecipare a una grande discussione pubblica su quelle difficili esperienze per cercare insieme una nuova ripartenza.

Forse il ministro avrebbe capito di più i fenomeni di autolesionismo, di chiusura all’ascolto, di paura dell’altro, di overdose da computer. E anche di reazioni violente, casuali e inquietanti (gli scontri convocati via chat, le bande giovanili, ecc.). Forse avrebbe capito quanto sarebbe importante pensare e realizzare non evanescenti figure inventate a tavolino ma una struttura di supporto alle scuole, ben radicata nell’ambito dei Comuni e solida anche sul piano sanitario (proprio quella medicina scolastica territoriale cancellata in questi anni di demolizione della sanità pubblica), per sostenere le scuole e il territorio nella cura e il recupero dei casi più difficili anche avvalendosi dell’aiuto di specifiche professionalità (il pediatra, lo psicologo, il medico, il pedagogista ecc.).

Il bisogno innanzitutto, per la scuola, di mettere al centro la cultura della cura, della riabilitazione: parole che questo Ministro non pronuncia perché non gli appartengono, confermando così la sua estraneità al mondo della scuola.

Di scuola che vuole formare, includere, promuovere. Sono accaduti fatti gravi, si dirà. Certamente. Che vanno approfonditi con serietà e rigore, sapendo che gli strumenti, anche quelli repressivi, ci sono già. Se uno studente aggredisce un docente, un coetaneo, commette un reato; come è reato danneggiare strutture pubbliche. Di fronte ai reati non c’è un problema di voto di condotta, c’è la magistratura minorile e il codice di procedura penale. Anche in questo caso si potrebbe fare una operazione educativa importante.

Quanti ragazzi sanno che dai 14 anni sono soggetti imputabili e che questo comporta responsabilità importanti? Perché a partire dalle aree più a rischio non si promuovono progetti tra scuole e Tribunali per i Minorenni, per far incontrare i giudici con gli studenti e far crescere una cultura della cittadinanza, della legalità? Io ho memoria di esperienze molto significative condotte dal Tribunale minorile di Roma in collaborazione con le scuole, con la dott.ssa Maria Teresa Spagnoletti nel corso degli anni 90/2000. Perché invece di agitare solo la minaccia delle punizioni non si riprendono quelle esperienze?

E ho trovato di grandissimo interesse pedagogico ed educativo le esperienze di “processo simulato” nelle scuole dove i ragazzi, insieme ai giudici, capiscono dal vivo cosa voglia dire “mettersi nei guai” ma trovare anche le vie di uscita dalle situazioni più difficili. Perché anche la giustizia minorile, menZ tre deve sanzionare un giovane che ha commesso un reato, si pone nello stesso tempo il problema di come fare in modo che quel giovane esca da quella condizione di rischio e faccia tesoro della dura esperienza vissuta e degli errori commessi.

Deve sempre prevalere la cultura della riabilitazione e non quella della punizione. Chi non ha capito questo ci condurrà al disastro. Come rischia di condurci al disastro la “cultura” che avanza, purtroppo non solo nella scuola, tutta ripiegata sul pugno duro, sulla repressione, la condanna, il respingimento.

È un sottoprodotto che si vende facile a coloro che cercano un tutore cui delegare l’ordine e libera dalle proprie responsabilità. Lo ha capito di recente persino Luca Ricolfi, che appoggiando ovviamente l’operato del Ministro, riconosce che, nel consenso che questa impostazione punitiva riscuoterebbe tra i genitori, c’è un messaggio inquietante: puniteli perché noi non siamo capaci di educarli. Ha ragione Ricolfi in questa lettura ma non tira la conclusione giusta.

Non ci possiamo arrendere né tantomeno possiamo accettare che si speculi sulla crisi educativa dei genitori. Va affrontata perché è nell’interesse degli adulti e dei loro figli. È nell’interesse e nella funzione della scuola pubblica. E la scuola è il luogo giusto in cui dipanare anche la complessità educativa che i genitori debbono oggi affrontare. Nella scuola si chiama “patto di corresponsabilità”: riflettere sul comportamento dei ragazzi (la parola condotta appartiene al linguaggio delle istituzioni costrittive) e il senso della conquista dell’autonomia da parte di un giovane, oggi. Nel rispetto dei singoli ruoli e responsabilità, genitori, insegnanti e studenti possono costruire quella comunità in cui cresce la capacità di educare e rapportarsi con un mondo che cambia, in cui anche la battaglia contro la violenza sulle donne, l’educazione di genere, trovi nella comunità educante il luogo per far crescere insieme una nuova cultura dei diritti e delle differenze. E se vorranno avvalersi di qualche esperto, lo decideranno loro e non il Ministro dell’Istruzione.

Non delegare al Ministro il senso e il contenuto dell’azione educativa e i criteri per la valutazione degli studenti: rivendicare la propria autonomia nell’ambito delle norme previste dalla Costituzione e dal regolamento dell’autonomia scolastica ancora una volta ignorato. Rifiutare, proprio nel centenario di don Milani e Bruno Ciari, la svolta autoritaria che il Ministro vuole imporre. È questo che ci attendiamo dalle scuole, docenti, studenti, genitori, in questi mesi, per affermare che “un’altra scuola è possibile”. È anche per questo che saremo in piazza il 7 ottobre, con la Cgil.

Nel 1974, quasi 50 anni fa, il Parlamento decise, sull’onda di un grande movimento innovatore di cui furono protagonisti i lavoratori e i giovani, di istituire nelle scuole i luoghi in cui costruire la comunità educante e nacquero gli organi collegiali. Sarebbe il caso di tornare a valorizzarli, aprendo un nuovo processo di partecipazione che le associazioni professionali della scuola proprio in questi giorni rilanciano con l’iniziativa del 6 ottobre al liceo Vittorio Colonna di Roma, insieme ai sindacati confederali della scuola.

Per riprendersi la parola, il senso del proprio lavoro, il ruolo sociale cui aspirano.

Il Ministro Valditara non lo farà: il 1974 è troppo vicino e troppo figlio di quel ’68 da cancellare.

Dario Missaglia

Presidente nazionale Proteo Fare Sapere

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