giuseppe valditara

Agenda Sud, istruzione tecnico-professionale, tutor e orientatori, voto in condotta “sono i nostri quattro pilastri di una scuola di tutti” ha detto il ministro della destra al governo, Giuseppe Valditara. Occasione: la Festa dell’ Ottimismo 2023, dove rispondendo al vicedirettore del Foglio, Maurizio Crippa, aveva spiegato: “la scuola del merito è la scuola della Costituzione” e per corroborare la tesi, aveva citato come sua fonte di ispirazione, il “sindaco santo” Giorgio La Pira.

Ora, è chiaro che ai tempi della “modernità liquida” che ha messo da parte le grandi narrazioni del ‘900 può risultare sostanzialmente inutile (se non incomprensibile) il tentativo di comprendere e decodificare la visione del ministro. E però, e forse proprio per questo, colpisce la scelta di collocarsi in continuità con il pensiero del cristianesimo sociale che in La Pira ha avuto uno dei suoi esponenti di spicco perché la storia del cristianesimo sociale nella seconda repubblica ha coinciso con la storia del centro sinistra e dell’ Ulivo di Romano Prodi.

Eppure la storia politica di Valditara comincia proprio nella seconda repubblica, con l’ adesione nel 1995 a quell’ Alleanza Nazionale della “svolta di Fiuggi”, con cui il Msi di Gianfranco Fini si sciolse dichiarando di abbandonare ogni riferimento ideologico al fascismo per confluire nel variegato mondo del conservatorismo europeo. Senatore del nuovo partito poi confluito nel Pdl, il ministro seguirà Fini nell’ esperienza di Futuro e Libertà nel 2010, per poi approdare alla Lega di Matteo Salvini di cui diventa consigliere politico nel 2022.

In pratica, mentre gli eredi di La Pira e Dossetti sceglievano la strada dell’ alleanza organica con gli eredi della socialdemocrazia e perfino del Pci, il poco più che trentenne Valditara sceglieva la strada della destra appena dichiaratasi antifascista. In fin dei conti una scelta in armonia soprattutto con la storia di famiglia, con un padre veterano della seconda guerra mondiale decorato per la campagna di Russia e poi deportato dai tedeschi dopo l’ armistizio dell’ 8 settembre 1943, che finirà la sua carriera come Comandante Generale dell’ Arma dei Carabinieri.

Una storia individuale che rimanda al tema irrisolto dell’ Italia antifascista ma anche anticomunista dei primi anni ’90, quella di cui parlava Pinuccio Tatarella, autodefinitosi missino non nostalgico ma semplicemente anticomunista, convinto che a ben guardare, la maggioranza degli italiani non era certamente di sinistra. Una società ancora solidamente legata alla prima repubblica nella quale la destra era quella dei nostalgici del ventennio e l’ antifascismo era sinonimo di sinistra, in un Paese che appena cinquant’ anni prima da fascista e monarchico era diventato di botto antifascista e repubblicano. “Il fatto è che in Italia, nel discorso pubblico, nel senso comune, destra rimane una parola minacciosa, equivoca, quanto meno inelegante. Non evoca il conservatorismo, i Tories, i gollisti. Evoca il Fascismo. Ancora oggi, a settant’ anni dalla fine della dittatura, destra e fascismo sembrano, in Italia, un binomio inscindibile” ha scritto Paolo Macry nel suo “La destra italiana” (edizioni Laterza).

E’ in questo quadro che l’ ostinato rimandare al merito come valore costituzionale piuttosto che categoria socio-economica è in perfetta sintonia con la fase incarnata dal governo Meloni. Che non è altro che l’ occasione storica per la destra italiana di rinascere effettivamente conservatrice ed europeista, perfino atlantista; una destra che almeno fino ad ora, nel dibattito pubblico italiano non c’ è mai stata davvero.

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