Il 12 novembre 2023 segna il ventesimo anniversario della strage di Nassirya, un tragico evento che ha visto la morte di 19 italiani in Iraq a causa di un attentato suicida kamikaze.

 

Ero un giovane di poco più di 19 anni, di servizio all’ospedale militare da campo Role2+ di Tallil. Alle 10.40, una telefonata ha cambiato tutto nella mia vita. “C’è stato un attentato, venite qui che è l’inferno“.

Non ho avuto il tempo di ragionare, ho solo avuto il tempo di avvisare il Direttore e di salire sulla mia ambulanza a sirene spiegate. Ho indossato il giubbotto antiproiettile, ho caricato il fucile, e ho sentito l’adrenalina salire a mille.

Non lo sapevo in quel momento, ma stavo per mettere piede nel luogo più tragico della storia militare italiana degli ultimi 100 anni.

Arrivato sul luogo dello scoppio, ho trovato la base MSU “Maestrale” sventrata. Oltre 300 chili di tritolo, un’autocisterna usata come ariete, 28 i morti di cui 19 italiani sarà il tragico risultato.

Il carabiniere Andrea Filippa, di guardia all’ingresso della base principale, riuscì a uccidere i due attentatori, stando ai verbali, evitando così una strage di più ampie proporzioni.

Ero il primo a scendere dall’ambulanza, catapultato in una scena che sembrava uscita da “Apocalypse Now“. Ho visto mezzi in fiamme, fumo, gente che si disperava o che esultava come se fosse allo stadio. Un uomo in divisa mi ha indicato un mezzo blindato e mi ha gridato “men, men“.

Ho aperto il portellone e ho visto quattro uomini a terra. Solo dopo poco mi sono accorto di un quinto corpo, coperto dagli altri. La tristezza di quel momento ancora mi assale, il ricordo mi spacca il cuore, il quinto era purtroppo Pietro Petrucci, un mio pari corso, un ragazzino come me.

Pietro morirà inesorabilmente dovuto ai tanti traumi subiti, qualche giorno dopo, e io rimpiangerò per sempre il fatto di non essere stato in grado di dargli un’altra possibilità. Come Pietro, ne moriranno tanti altri, padri di famiglia, militari specializzati, carabinieri prossimi alla pensione, ragazzi alla loro prima esperienza e figli di generali.

Tutti accomunati quella maledetta mattina da un terribile destino: erano lì per un solo ed unico obiettivo, la pace in una terra martoriata. Nonostante il tempo trascorso, il dolore e il senso di ingiustizia persistono ancora.

Gli abiti intrisi di sangue, lo scoraggiamento per una perdita così grave aumentava in me un grosso senso di delusione che poi ha trovato riscontri in uno stato latente di fronte a tanto. A cotanta tristezza, ricordo come se fosse ieri il mancato riconoscimento da parte dello Stato anche di un semplice grazie, verso chi come me, ha vissuto quel tragico evento. Non mi sono pertanto impressionato quando nessuno oltre a chi doveva raccattare qualche voto si è fatto portatore di un istanza di riconoscimento della medaglia d’oro al valor militare alle vittime. Continuo a pensare che sia dovuto tutto ciò e mi auguro che prima o poi davvero qualcuno si impegni a darne mandato, in contrario resta uno sgarbo ingiustificato alle bandiere di guerra, alle brigate impegnate, ai gesti eroici dei caduti, alle famiglie dei caduti e dei superstiti ma sopratutto all’intelligenza di un Paese intero che si è unito davvero intorno a quel tragico evento.

Rinnegare pertanto il conferimento della medaglia d’oro al valor militare o delle medaglie d’oro al valore dell’Esercito o dell’Arma dei carabinieri, per un cavillo burocratico, non giustifica nessuno, chi governa e chi dirige certe istanze, politici e politicanti, società e giustizia.


Per spiegare il perché di tanto, ricordo che la concessione della medaglia d’oro al valor militare non è stata conferita, perché è prevista solo per coloro che “hanno affrontato un grave e manifesto rischio personale in imprese belliche”, e come tale non è stata considerata applicabile alle vittime dell’attentato di Nassirya, una vergogna.

Nel 2009, è stata istituita la Giornata del ricordo dei Caduti militari e civili nelle missioni internazionali per la pace, che si celebra proprio oggi il 12 novembre, anniversario degli attentati di Nassirya appunto.


Questa giornata non è sufficiente per onorare adeguatamente il sacrificio di questo fratello in armi che hanno perso la vita in quella tragica giornata.

Qualche medaglia sul petto di questi uomini però è arrivata e non arriva dallo Stato, iniziative come quella dell’Associazione Coletta, fondata da Margherita Caruso in memoria del marito caduto a Nassirya, dimostra ancora oggi che il sacrificio di coloro che hanno perso la vita può essere trasformato in azioni positive e contribuire alla costruzione di un futuro di pace che pensando ai tanti e conoscendone qualcuno, questa di medaglia la sfoggia con estremo orgoglio molto di più di quella che meritavano per vie militari ed istituzionali.

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