Femminicidio e progetto Valditara

L’ennesimo caso tragico di femminicidio (ma, forse, sarebbe più giusto scrivere «donnicidio», visto che «femmina», spesso, ha valenza negativa), con l’uccisione di Giulia Cecchettin, per mano del suo ex fidanzato, dovrebbe suggerire a tutti, giornalisti, politici e commentatori vari, il silenzio, specie in questi primi giorni di dolore. Invece, assistiamo al solito circo mediatico delle vanità e dell’ipocrisia, delle parole in libertà, con analisi e commenti che non hanno il rispetto di chi è stata uccisa, e con i politici, che (in pieno stile famiglia Buitoni) dicono che si devono mettere finalmente tutti assieme,  invocando non si sa quali provvedimenti drastici e bi-partisan, per fermare questi crimini. Fra pochi giorni, come sempre, la notizia scivolerà in quinta o in sesta pagina, e il grande circo mediatico parassita scapperà altrove, a rincorrere la notiziona di turno, con la quale mettersi in mostra. Del dramma di Giulia, della solitudine dei nostri giovani, della inadeguatezza del nostro sistema scolastico, delle famiglie che sono sempre più simili a nidi di ghiaccio, non gliene importerà più nulla a nessuno.

Prima di scaricare sulla scuola doveri (che già svolge), impegni (che già assolve), emergenze (che già affronta), responsabilità (che non sono sue), i politici dovrebbero farsi un esame di coscienza, e chiarire il senso (sempre oscuro) delle loro pseudo-proposte. Cosa significa, infatti, nello specifico, carissime Meloni e Schlein, la comune proposta di provvedimenti urgenti da prendere per scongiurare questi crimini? La castrazione chimica? L’arresto preventivo? Un vasto programma educativo?

Per rispetto di chi è stata uccisa, e di quante (troppe) donne, tutti i giorni, nell’anonimato della propria casa, o del posto di lavoro, vengono picchiate, offese e vilipese, ebbene, nei loro confronti, prima di (s)parlare in pubblico, bisognerebbe indicare quel minimo terreno comune sul quale convergere, per far diventare concrete le tante (troppe) parole in libertà pronunciate. Diversamente, sarebbe meglio tacere. La Schlein, per esempio, accetterebbe le (immancabili) limitazioni alla libertà personale che una proposta “di destra” presupporrà? E la Meloni, dal canto suo, accetterebbe gli (immancabili) allentamenti delle punizioni che una proposta “di sinistra” presupporrà? Dicano, cioè, entrambe, su quale terreno potrà mai avvenire questo annunciato incontro tra “destra” e “sinistra”, nell’affrontare la tragedia dell’ennesimo femminicidio? E questo andrebbe detto prima di ricorrere al facile populismo, e scaricare sulla scuola altri pesi e altri impegni.

Già ottant’anni fa, a proposito di scuola, Pier Paolo Pasolini, in alcuni articoli profetici, suggeriva di introdurre nella prassi didattica italiana, più educazioni e meno nozioni. Tra le emergenze educative suggerite, centrale era (e resta ancora oggi) l’emergenza della educazione sessuale. Educazione alla sessualità, educazione alla gestione della sessualità, educazione alla gestione degli impulsi sessuali. Al di fuori degli eufemismi ipocriti della nostra società perbenista e bigotta, che preferisce ricorrere a espressioni del tipo «educazione all’affettività e alle relazioni». Il punto di discrimine è e resta proprio questo: «educazione sessuale». Chi dovrebbe svolgerla, questa educazione sessuale? Il docente di scienze? Fermo ai piselli da orto di Mendel? Il Docente di religione, fermo alla verginità della Madonna e alle relazioni caste all’interno della coppia di Nazareth? Il docente di Italiano, fermo ai fidanzatini di Manzoni, Renzo e Lucia, anaffettivi e babbei? Chi?

Una poetessa meridionale del XVII secolo, Maria Antonia Scalera, scrisse un sonetto intitolato Compiange le miserie del proprio sesso (nel XVII secolo, utilizzando la parola «sesso», senza ricorrere a ipocrite espressioni sostitutive, come invece facciamo noi oggi, nel XXI secolo). Scalera denunciava i «doppi lacci», le doppie catene della donna: dapprima, il padre; poi, il marito. Toccò pure a lei questo triste destino: il padre, inizialmente, la chiuse in convento; poi, la smonacò, costringendola a sposarsi. Il primo marito la trattò da «femmina», utilizzandola solo per far figli. Rimasta vedova, fu nuovamente il padre che le trovò un secondo marito! Ma questa seconda volta Maria Antonia fu più fortunata: il nuovo marito la trattò da «donna». Si trasferirono a Roma e le permise di splendere come poetessa. Ecco la prima quartina del suo sonetto:

 

Dal sen materno, e da le fasce a pena

Spriggionato s’inceppa il sesso humile,

con doppi lacci a tirannia virile:

così femineo core il fato affrena.

 

Lucido grido di denuncia: il cuore delle donne è frenato dai «doppi lacci» maschili.

Nel frattempo, al giorno d’oggi, destra e sinistra un terreno comune l’hanno trovato già, ed è quello della difesa dei propri figli, dei propri, rispettivi, “bravi ragazzi”, che, nel frattempo, si sono macchiati di crimini analoghi a quelli commessi dal Filippo di turno, tra violenze di gruppo e stupri individuali (magari approfittando dello stato di ubriachezza dell’amica malcapitata). I «bravi ragazzi», quelli privilegiati, quelli che siedono nei consigli d’amministrazione giusti (senza alcun merito); quelli che vincono concorsi universitari (senza alcun merito); quelli che entrano in magistratura (senza alcun merito); e potrei continuare, con questo elenco senza alcun «merito», egregio signor Ministro. Di destra o di sinistra che siano, infatti, questi «bravi ragazzi» (e queste «brave ragazze») l’Italia ipocrita ne è piena. Ed è una vergogna.

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