Dalla normalità alla normopatia. Cosa accade? Ne parliamo con Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana


Dott.sa Lucattini, può spiegare cosa si intende per “normopatia”?

“Il concetto di normopatia indica un adattamento eccessivo alle norme sociali al punto da diventare patologico. In altre parole: quando l’individuo si sforza così tanto ed eccessivamente di conformarsi alle norme sociali di comportamento, da perdere la sua autenticità e libertà, rischiando di incorrere in una sorta di malattia della normalità. I primi a descriverla sono stati gli psicoanalisti Joyce McDougall e Christopher Bollas, i quali mettono in evidenza che nella personalità normopatica si osserva una scomparsa della soggettività. Lo psicoanalista francese Christophe Dejours associa il concetto di “normopatia” a quello di “banalità del male” della storica e filosofa tedesca Hannah Arendt che lo ha ampiamente descritto nel suo saggio sul processo a Adolf Eichmann”.

 


Questa dinamica come influisce sulle persone e sulle loro relazioni?

“Nel contesto delle relazioni affettive, la normopatia può manifestarsi attraverso una sorta di “conformismo relazionale”, dove uno dei partner cerca di adattarsi e conformarsi in modo eccessivo alle aspettative sociali, a discapito della propria autenticità e benessere psicologico. Questo può portare a dinamiche disfunzionali, in cui la coercizione, il controllo e la violenza possono emergere come conseguenze tragiche di un adattamento distorto alle norme sociali, interpersonali e relazionali”.

 


Come la normopatia può contribuire al perpetuarsi della violenza di genere?

“Questo fenomeno può essere particolarmente rilevante in molti contesti, anche in quelli in cui si sviluppano le violenze contro le donne. Le radici della violenza di genere spesso affondano nella costruzione sociale del genere stesso, nei modelli di comportamento interiorizzati e inconsci, sia individuali che familiari. La normopatia, purtroppo, può contribuire a perpetuare modelli dannosi o patologici. Gli individui normopatici, conformandosi rigidamente alle norme di genere, potrebbero adottare comportamenti misogini e discriminatori, poiché la loro personalità, desoggettivata, aderisce a tali norme in modo assolutamente acritico. Il normopatico non è in grado di conoscere appieno la perdita subita, avendo sviluppato un “lutto complicato”, ovvero irrisolto, una forma di dolore che può evolvere in una perpetua malinconia e in un disorientamento rispetto al fluire della realtà esterna e una difficoltà a comprendere le emozioni e l’affettività degli altri”.

 


Quali sono le possibili conseguenze psicologiche per le donne che si trovano in un contesto normopatico?

“La normopatia diventa un problema quando provoca ansia o rabbia che interferisce con il funzionamento quotidiano. Il normopatico non è in contatto con la realtà, vive in un mondo immaginario dove la ricerca della normalità e l’adattamento al funzionamento personale, al suo benessere individuale e al successo. In altre parole, si concentra così intensamente su chi lo circonda da perdere il contatto con se stesso. Le persone che soffrono di normopatia sono fortemente concentrate sugli altri e reagiscono malamente quando il loro partner esce dalla norma che loro hanno adottato come assoluta, unica e immodificabile. Anche piccole cose, un abito ritenuto non adatto alle circostanze, un modo di dire considerato sconveniente, un comportamento additato come socialmente inaccettabile, possono scatenare una gamma di reazioni improvvise, anche aggressive, che colgono di sorpresa chi ne è vittima. Reazioni che vanno dal disagio, all’ansia, al disgusto, alla rabbia. Poiché le loro false convinzioni sono accompagnate da una notevole ossessività, i normopatici diventano insistenti e ripetitivi, non cambiano attraverso il dialogo, credono e pretendono di avere sempre ragione mettendo in atto tutto il possibile per ristabilire il loro “ordine costituito””.

 


Come può la comprensione di queste dinamiche aiutare a informare sugli approcci terapeutici?

“Gli approcci terapeutici sono diversi, numerose ricerche dimostrano che insieme alla psicoanalisi, la psicoterapia dinamica ed altri tipi di psicoterapia ad impronta relazionale, possono aiutare questi pazienti.
In che modo, la psicoanalisi può contribuire al processo di guarigione delle donne vittime di violenza?
La psicoanalisi rende pensabile l’impensabile, aiuta a dare un significato al terrore e un senso alla propria vita pervasa dalla paura e dall’annichilimento causato dalla sopraffazione e dalla violenza.
Inoltre, permette di trasformare la violenza in sé da semplice fatto, un atto, un’aggressione di cui non si comprende la motivazione, in un’azione con una valenza emotiva e intenzionale, anche se inconscia nell’aggressore
Permette inoltre, di collocarla all’interno della relazione affettiva in cui si è manifestata. Inoltre, la riflessione rende possibile di contestualizzarla e vederla all’interno del proprio ambito familiare, nel milieu culturale e sociale che l’ha generata o semplicemente accolta, senza mai intervenire a difesa della donna”.

 

Quanto ritiene sia importante una maggiore consapevolezza delle donne dei propri diritti?

“È fondamentale. Talvolta, può essere ancora presente nelle donne di oggi una forma “residuale” di maschilismo, interiorizzato e inconscio, che in alcuni casi le rende succubi di se stesse facendole aderire, del tutto inconsapevolmente, a modelli relazionale e stereotipi di genere che le danneggiano e talvolta le mettono in pericolo.
È bene evidenziare, tuttavia, che le donne dal Dopoguerra ad oggi, passando attraverso i processi culturali e sociali avviati dal Sessantotto, hanno fatto significativi passi avanti nella consapevolezza dei propri diritti e nell’affermazione della parità di genere. Parafrasando il celebre motto coniato durante della Rivoluzione Francese “Liberté, Égalité, Fraternité” (“Libertà, Uguaglianza e Fraternità”), la maggior parte delle donne insieme ai loro genitori, sanno di avere il diritto di realizzarsi all’interno di una vera uguaglianza e si battono insieme per questo.
Il femminismo contemporaneo non consiste nell’imitare o nel contrapporsi agli uomini, bensì nel far valere quotidianamente i propri pari diritti sul lavoro, in famiglia e nella società, ottenendo il ruolo che ogni donna si è guadagnato e che si merita in tutti gli ambiti, conciliandolo con le proprie ambizioni personali con le esigenze affettive e sentimentali, battendosi per essere libere di avere o meno una propria famiglia”.

Dott.ssa Lucattini a proposito della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, quali pensieri e azioni devono esserci a Suo avviso, per una sensibilizzazione e comprensione del problema?

“Innanzitutto, essere pienamente coscienti che non è un problema solo delle donne, ma anche degli uomini che di queste sono padri, fratelli, amici, partner, compagni di vita.
Il problema della violenza coinvolge l’intero nucleo familiare anche se si focalizza sulla donna, basta pensare ai figli, bambini e adolescenti, che assistono alle violenze sulle loro mamme, ma anche ai genitori che non riescono ad aiutare le proprie figlie e i familiari degli uomini violenti che non sono in grado di fermarli anche se si sforzano di agire bene e orientare positivamente il loro comportamento.

La violenza fa paura, per questo attiva difese individuali e collettive che vanno dalla rimozione alla negazione del problema. Anche la sua minimizzazione ne è un’espressione poiché la paura, lo sconcerto e dolore mentale che provoca ogni forma di violenza, non sono emotivamente contenibili. Inoltre, è difficile identificarsi con la vittima di violenza per il timore inconscio di subire la stessa sorte.
Il primo messaggio è che non bisogna avere paura di parlare di quello che succede, di cui si è vittima o a cui si assiste, perché non è accettabile. E denunciare sempre perché si può aiutati. L’aggressione e la violenza non sono normali e non lo saranno mai. I soprusi e la sopraffazione non sono “naturali”, ma una costruzione sociale arcaica che non ha più ragione di esistere, da nessuna parte, nel mondo intero.

Sono naturalmente utili campagne pubbliche di sensibilizzazione, la facilità di accesso ai numeri verdi per chiedere aiuto e soprattutto è indispensabile una sensibilizzazione a partire dalla scuola dell’infanzia che si protragga fino alla fine degli studi universitari. È necessario crescere vivendo quotidianamente l’uguaglianza e il rispetto reciproco, interiorizzandoli come valore, incastonandoli nella mente come diritti inalienabili, le fondamenta per un futuro più giusto, migliore”.

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