C’è ancora molta strada da fare: ad oggi, in Italia solo il 40% dei bambini della primaria può accedere al tempo pieno e al servizio di refezione scolastica. Ma se in molte città del nord e del centro il modulo a 40 ore sembra ormai confermato, e con esso la fruizione della mensa,  al centro e al sud  le cose stanno diversamente.  Gli istituti che sono attrezzati (con risorse umane e adeguati spazi per accogliere le richieste) vanno dall’ 11% nelle province siciliane al 96% di Firenze.

Le regioni più virtuose sono invece Liguria (86,5%), Toscana (82,7%) e Piemonte (79,4%).

In un’ottica di inclusione, infatti, la condivisione del pranzo a scuola, diventa oltre che un importante momento educativo e socializzante, anche un deterrente alla condizione di fragilità di molti bambini, che potrebbero fruire di un pasto caldo e nutrizionalmente bilanciato.
Ma l’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani frena e dichiara che, il rendere gratuita la mensa scolastica per il 10% dei bambini delle primarie, con maggior attenzione a quelli in condizione di indigenza, comporterebbe una spesa di bilancio di circa 243 milioni che salirebbe a circa 2,4 miliardi se si volesse assicurare il servizio gratuito a tutte le bambine e i bambini della scuola primaria. Secondo Save the Children,  “la mensa è un servizio essenziale anche per contrastare la povertà assoluta e l’abbandono scolastico, che riguardano rispettivamente il 13,4% e l’11,5% dei minori del nostro Paese”.
In tal senso, il Pnrr prevede un investimento significativo per il potenziamento del tempo pieno, anche attraverso misure strutturali per l’edilizia scolastica (e la conseguente realizzazione di spazi per la refezione) che tuttavia stentano a realizzarsi in tempi rapidi.

Inoltre, permane un muro culturale in alcune aree del Paese, in forza del quale, si preferisce scegliere il tempo parziale con il solo orario antimeridiano, che tuttavia priva i piccoli di momenti comuni di aggregazione e di apprezzamento verso cibo anche come veicolo di crescita e sviluppo  personale.

L’attenzione verso i minori fragili in condizione di disagio economico viene così sacrificato per la mancanza di strutture adeguate, ma anche per una dissociazione tra gli enti preposti a questo tipo di collaborazione: enti locali e ministero dell’istruzione.

Il tempo pieno, è ormai noto, stenta a decollare soprattutto dove le aree di povertà sono maggiori, perchè manca un sostegno economico alle famiglie in difficoltà.

La scuola, definita pubblica, dovrebbe sempre interrogarsi sulla sua natura e sulla sua vocazione.

 

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