Terminata la visione di «Super Jesus», corto diretto da Vito Palumbo, e prodotto da Gaspare Rizzo (Moveart Film), con soggetto di Giuseppe Triarico, e con sceneggiatura di Giuseppe Triarico, Alfredo Mazzara e Vito Palumbo, mi verrebbe voglia di iniziare questa recensione citando le parole pronunciate da Alberto Moravia al funerale di Pier Paolo Pasolini, nel 1975, a proposito della poesia e della rarità dei poeti nel nostro tempo (sempre più impoetico). Moravia, in quella circostanza tristissima, urlò ai presenti, che di poeti, in un intero secolo, ne nascono uno o due, non di più. E che, quindi, la morte (violenta e prematura) di Pier Paolo Pasolini fosse da interpretare come una grandissima perdita, per l’intera società. Poeti e poesia sono preziosi, rari, delicati e fragili, come il vetro, e come il cristallo. Il tono delle mie parole, però, a commento della poesia che anima questo cortometraggio, non è di rabbia e di dolore, come fu per Moravia, ma di stupore e felicità. Lo stupore e la felicità per aver assistito all’«indicibile» bellezza di un’opera cinematografica, che ha saputo dar forma sensibile alla poesia della tragedia tarantina, in modo unico. Il dramma quotidiano di Taranto, infatti, dei suoi abitanti e del suo territorio violentato, non aveva avuto, prima di adesso, una voce più poetica e più potente, per essere raccontato e urlato al mondo intero. Tanti i documentari prodotti, in questi anni, tante le inchieste giornalistiche, tanti anche i film e le narrazioni d’ogni genere, ma mai un approccio che tenesse assieme realismo e lirismo, come invece è in «Super Jesus». Dramma e poesia. «Super Jesus», infatti, è un raro esempio, se non unico, di poesia cinematografica (come poche altri casi simili, che la storia della cinematografia ha saputo regalarci). Prezioso e fragile, come tutte le vere opere d’arte.

 

La prima inquadratura del corto è dedicata all’idra (fumante) a cinque teste di Taranto, cinque ciminiere, che, insensibili a tutto, inquinano, senza mai posa, e che fanno da sfondo involontario a un gioco di marionette che un bambino sta facendo, in casa sua, davanti a una finestra aperta, muovendo, sull’orlo di una bacinella d’acqua, con una mano, il pupazzo di un super-eroe, Ti-Rex, e, con l’altra mano, quello di Super Jesus, l’antagonista (buono) del super-eroe. La voce del bambino, dapprima, è fuori campo, poi, Carlo entra in scena, con tutto il suo corpo (malato). Nel bel mezzo del gioco, con il piccolo Carlo che interpreta entrambe le parti, modificando la voce, proprio quando Super Jesus sta camminando sulle acque, ha una delle sue (ricorrenti) crisi, e si immobilizza, cadendo in stato catatonico, facendo cascare le due statuette nella bacinella d’acqua. Improvvisamente, la scena si sposta per strada, senza un apparente collegamento con la precedente sequenza narrativa, per inquadrare un giovane attore, Ugo, che, disoccupato, in bicicletta, si aggira piuttosto stancamente, per le strade di Taranto, tra il centro storico cadente e diroccato, e la zona industriale velenosa, per poi dirigersi verso il luogo in cui si sta svolgendo un improbabile casting. Per le viuzze del centro storico, su di un muro-bacheca, fa bella mostra di sé, per pochi secondi, a mo’ di esca narrativa, un cartello con la scritta «Cercasi Gesù» (e con la precisazione della lauta ricompensa). Giunto sul luogo del casting, una bella villa, Ugo vede entrare nel giardino un altro attore, nei panni di Gesù, coronato di spine, che trascina a fatica una gran croce di legno, mentre una voce calamitosa e profetica, nei pressi, urla, nella gran confusione generale, frasi minacciose:

«Polvere rossa vattene via… Polvere rossa da casa mia… Taranto è la nuova Gerusalemme del Signore, e il popolo di Taranto è il suo popolo protetto… in tutte le altre città l’inquinamento non si vede, sta nel sottosuolo, nell’aria, ma non si vede e non si può combattere, perché ciò che è celato all’occhio, fa l’occhio cecato…»

Segue una schermaglia dialettale tra gli aspiranti attori presenti, che salutano Ugo, conosciuto da tutti come “u ‘nzivuso” (lo schifoso), per poi lasciare nuovamente spazio, in modo ora nitido, ora sfumato, al profeta, che continua con la sua litania di frasi e di parole minacciose e rabbiose:

«…ma Taranto il suo veleno lo vede, e lo sente pure», e altri lacerti di frasi, tipo: «…come Sodoma e Gomorra, l’ira di Dio si abbatterà su di voi… portatevela via questa polvere rossa»; oppure: «…e voi, tarantini, toglietevi la tuta blu e vestitevi da pescatori…»

(e quest’ultima frase, a ben guardare, suona come un invito, forse, folle, forse, velleitario, ma potente, al riscatto, come un invito a ritrovare il proprio futuro, esattamente nel passato della città ferita, dismettendo le tute blu, cioè voltando le spalle alla fabbrica e a tutti i suoi miti di ricchezza e di modernità, per tornare al mare, alla vocazione autentica di Taranto, re-indossando i panni dei pescatori).

Il tutto, nel parapiglia generale, di chi cerca di farsi scritturare dall’impresario, per una parte, anche una parte qualsiasi, attorniandolo con lusinghe e con blandizie, mentre irrompe sulla scena una donna di nero vestita, elegante e disperata, che si scoprirà essere Giovanna, la mamma di Carlo, il bambino malato, in cerca di un attore che possa interpretare al meglio il ruolo di Super Jesus, per aiutare suo figlio, e superare le sue crisi, sempre più ricorrenti e gravi, nella speranza di diradarle con la finzione attoriale. Capiterà proprio a lui, a Ugo, “u ‘nzivuso”, di essere preso, del tutto casualmente, per la parte di Super Jesus (con relativa lauta ricompensa: ben 280 euro al giorno, più Iva). Dovrà trascorrere le giornate in compagnia di Carlo, e sforzarsi di interpretare in modo credibile la parte del super eroe Jesus (preghiere e citazioni biblico-evangeliche comprese). A casa sua, Ugo è un disadattato, vive in famiglia, con adulti con i quali ha conflitti aperti, non condividendo più con loro gli ideali di lotta. Ugo contribuisce, come meglio può, a tirare avanti la baracca familiare, senza più credere nella lotta e nella necessità di manifestare, di opporsi al ricatto tutto tarantino tra diritto alla salute, e diritto al lavoro.

Nelle sue performance attoriali, nei panni di Super Jesus, specie all’inizio, il risultato sarà piuttosto buffo e risibile, ma al piccolo Carlo piace così. A Carlo, cioè, piace questo suo super eroe sgangherato e maldestro, gli sta simpatico, lo fa ridere, come noterà pure, con una certa malcelata soddisfazione  Giovanna, la mamma di Carlo. Ugo, infatti, provocando il riso di Carlo, si presenta al bambino definendosi «Gesù di Margareth»; oppure, recita il Padre nostro dicendo «sia sanificato il tuo nome». Ugo ce la mette tutta, per interpretare la parte di Gesù, a casa sua, dinanzi allo specchio, studia pose e atteggiamenti, alla Gesù: lo sguardo magnetico, le dita benedicenti, il giusto tono della voce; ripassa il catechismo, almeno nelle nozioni fondamentali, sforzandosi di passare, agli occhi del bambino (e dei suoi stessi occhi) come un messia credibile. Delicatamente buffa (non comica, o sguaiata), ma godibilmente buffa la battuta che il finto Gesù (alias Ugo) pronuncia in casa, mentre egli è tutto preso dal ripasso della vita e delle opere di Gesù, allorquando suo cognato, disteso in poltrona, gli chiede di portargli un bicchiere d’acqua, egli risponde secco (e ben ispirato) con un inequivocabile «Alzati, e cammina». Oppure, il dialoghetto, in chiesa, sul così detto «ciclo della vita», tra il bambino e Super Jesus, che ruba una monetina dalla cassettina delle offerte, e che, per giustificarsi, agli occhi del piccolino, che gli ricorda di aver infranto il settimo comandamento, non rubare, si giustifica dicendogli che, in realtà, non si tratta di un vero e proprio furto, perché, donando a lui la monetina sottratta, se lui sceglierà di rimetterla nelle cassetta delle offerte, chiuderà, in modo virtuoso, il ciclo della vita, senza che venga considerato peccato. Segnalo anche lo scambio dialogico, sempre tra il piccolo Carlo e Ugo – Super Jesus, sulle reali possibilità di compiere gesti miracolosi, come, per esempio, camminare sulle acque, sulle acque nello stato liquido, precisa Ugo, non sulle acque nello stato ghiacciato, ché questo miracolo saprebbero farlo tutti.

È la poesia della lingua dei bambini, quella che è presente in questi dialoghetti apparentemente sgangherati e senza alcuna logica, presente nelle frasi che riesce ad articolare Ugo, il quale, pur essendo adulto, possiede quella magia linguistica che solo la follia poetica dei più piccoli raggiunge. Carlo ascolta, contesta ma assimila, sia pure in presenza di una ennesima crisi catatonica, egli si lascia incantare da Carlo. Le parole di Carlo gli arrivano nel profondo, e lo spingono a disegnare il suo Super Jesus che cammina sulle acque.

Non svelo, ovviamente, l’epilogo della storia, e, quindi, mi limito, in chiusura, a riscrivere della mia sensazione di spettatore stupito e meravigliato, da tanta bellezza e da tanta forza poetica. Questo cortometraggio ha saputo raccontare Taranto con parole e con immagini nuove, eppur antiche, assumendo un punto di vista di-vergente, realisticamente drammatico.

Ecco il trailer, per chi volesse assaggiare subito la bellezza di questa poesia cinematografica, in attesa di vederlo sui circuiti nazionali: https://tinyurl.com/yck2erxt

 

 

 

 

 

 

 

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