Rapporto Ocse 2022

Rapporto Ocse 2022. Tra quattro anni Si possono evitare di ripetere le stesse considerazioni . E’ sufficiente che la scuola torni ad essere esigente supportata efficamente dalla società.

Rapporto Ocse 2022. Una soluzione per limitare i danni

Rapporto Ocse 2022. Riguarda il futuro del nostro Paese. Purtroppo, occorre registrare che il tema non ha superato 1-2 giorni di  attenzionamento mediatico. Qualche commento, riflessione sui soliti luoghi comuni.
Per ridurre il disastro occorre ridare autorevolezza e prestigio alla scuola. Innanzitutto non coinvolgendola nelle emergenze, imponendole progetti ed educazioni complementari, illudendosi di risolvere il problema del femminicidio, dell’ambiente del cyberbullismo… Ogni volta si espone la scuola a una riduzione del curricolo con inevitabili conseguenze sugli esiti che contano (Lettura, matematica…)
Inoltre occorre tornare ad proporre conoscenze e abilità, senza sminuirle dietro competenze che servono principalmente al mondo della produzione. E’ necessario riportare la scuola nell’alveo costituzionale e nello specifico alla “formazione dell’uomo e del cittadino”almeno fino a 18 anni (U. Galimberti). La sopravvalutazione delle competenze favorisce la scuola modello luna-park dove si impara facilmente (cosa?) e soprattutto divertendosi. Il tramonto delle conoscenze strutturate e articolate e delle abilità solide implica il declino della fatica, dell’impegno, che può portare al successo, ma anche al fallimento formalizzati con un voto. Purtroppo nella società della prestazione la caduta è intesa  come un naufragio e non come un occasione per imparare meglio.
E’ necessario, infine che le decisioni degli insegnanti divengano insindacabili, senza le puntuali intromissioni dei genitori-materasso che puntualmente si rivolgono al Tar.

La conclusione lasciata a Tiziana Pedrizzi

Semplici ricette che però hanno il merito di far saltare gli equilibri attuali che considerano la scuola come una soluzione sociale (lavoro dei genitori) ed emergenziale. In queste ultime settimane è uscito un interessante lavoro di G. Ragazzini dal titolo “Una scuola esigente” (Rubettino). L’autore lega questo profilo al merito, e alla necessità di uscire da un certo pedagogismo liquido (non  si vede la direzione di tante riforme).
Concludo con questo ampio passaggio di T. Pedruzzi su ilsussidiario.net che ha il merito di sintetizzare quanto scritto finora:”
Quello che PISA invece efficacemente registra è il ristagno, ed in questo caso la macroscopica regressione (soprattutto rispetto all’immaginario, come nei casi francese e tedesco) dei Paesi occidentali. Ristagno e (temporanea?) regressione a cui la Francia con tempismo eccezionale cerca di rispondere mettendo in campo provvedimenti peraltro da tempo preannunciati: riconsegna delle decisioni circa le bocciature nelle mani degli insegnanti – oggi le famiglie hanno un forte potere decisionale –, obbligo di esito positivo del brevet (il nostro esame di terza media, realizzato però un anno dopo, alla fine del collège) per l’iscrizione alla secondaria superiore, organizzazione degli insegnamenti di matematica e francese su tre livelli al collège.
E d’altra parte PISA registra anche l’avanzata, non genericamente del Sud del mondo che per lo più sembra ristagnare anch’esso, ma di quelle parti in East-Asia che intendono fare dell’istruzione uno strumento di sviluppo. E pertanto spingono anche con durezze relative ai comportamenti. Sempre Schleicher ha parlato di hard work – duro lavoro – a proposito delle prestazioni di Singapore e dei Paesi emergenti; mentre in Occidente oggi si cerca nella motivazione, nel benessere a scuola, fino all’apprendimento come gioco la soluzione dei problemi“.

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