Lettera aperta di Luca Di Gialleonardo, papà di Nicolò

Ricevo e pubblico questa lettera aperta ricevuta da Luca, papà di Nicolò. Ci parla dell’inclusione a scuola dei ragazzi disabili, che vive ogni giorno in prima persona. E ci racconta della sua esperienza presso la scuola Vaccari di Roma, una delle poche realtà in Italia dove sono presenti delle classi “speciali” con docenti altamente specializzati e programmi specifici, pet terapy, riabilitazione e terapie personalizzate.

Una riflessione profonda e realistica, che invito a leggere con attenzione. Perché forse la soluzione non è l’inclusione ad ogni costo nelle classi, a discapito di un servizio di altissima qualità per chi ha specifiche necessità; ma una soluzione ibrida, che affianca ore in classe con tutti gli altri alunni ma anche ore in classi ad alta specializzazione con servizi terapici e programmi specifici.

Grazie Luca per la tua testimonianza.

“Stamattina, complice un post su una pagina di Facebook, sono tornato a pensare al tema dell’inclusività a scuola di ragazzi disabili.
Un tema non facile da gestire, perché mette sul piatto diritti e necessità non sempre compatibili tra loro.
So che in alcuni paesi europei questi ragazzi non frequentano le scuole dedicate ai ragazzi senza problemi, ma sono gestiti in strutture specializzate. Il che mi ha sempre creato fastidio, perché, mi dico, in questo modo marginalizzi di più persone che sono già marginalizzate.


Però poi mi sono trovato a vivere questa esperienza. Mio figlio ha vissuto anni di perfetta integrazione finché è rimasto nella scuola materna, dove è stato cinque anni, prolungando la possibilità di frequentarla anche dopo i tre anni canonici. Ha avuto maestre fantastiche, volenterose e piene di amore, che hanno lavorato per insegnare agli altri bambini a prendersi cura di Nicolò. Lui era la mascotte e viveva felice. Ma sono certo che tutti quei piccoletti che ora sono quasi adulti abbiano appreso un insegnamento gigantesco, che spero possano portarsi dietro per il resto della vita. Mi chiedo quanti di loro siano poi diventati bulli con la crescita. Secondo me nessuno, o almeno lo spero.


Ecco quindi che l’integrazione mostra tutto il suo valore, non solo nei confronti del disabile, ma anche di tutto il resto degli studenti.


Poi sono iniziate le scuole elementari e Nicolò ha cominciato ad avere maestre di sostegno altalenanti, svogliate, mancanza cronica di personale a lui dedicato a cui avrebbe avuto diritto, ma che non esisteva per mancanza di fondi.

Le sue giornate erano occupate generalmente a passeggiare per il corridoio in compagnia dei bidelli, che loro malgrado dovevano occuparsi anche della sua igiene, cosa che a loro non competeva e quindi anche loro avranno sempre la mia riconoscenza.


Potrei stare qui a dare contro le maestre e i compagni di classe, ma sbaglierei a farlo. Perché oggettivamente Nicolò aveva difficoltà a stare seduto per quattro ore in silenzio e, ammettiamolo, non avrebbe imparato una virgola di quello che gli altri studiavano, disturbando. E anche il diritto allo studio degli altri era da tutelare.


Della mancanza di personale e dei diritti violati invece no, per quelli continuano a girarmi anche oggi, ma sorvoliamo.


Io ho poi avuto la fortuna di entrare al Vaccari, a Roma, una delle poche realtà italiane dedicate alla disabilità. Una scuola con classi speciali (o, meglio, classi speciali in una scuola) dove tutto il personale era perfettamente formato e capace, dove mio figlio ha potuto anche fare quella terapia gratuita che ad Anagni gli è sempre stata negata, per (indovinate un po’?) mancanza di fondi e incompetenza del personale.


E qui torno al discorso iniziale. Di fatto, io ho seguito una strada tipica di quei paesi che hanno preferito dimenticare l’inclusione e scegliere l’efficienza. E ne ho tratto giovamento.


Ma continuo a pensare che questa non possa e non debba essere la strada giusta. Ho provato sulla mia pelle cosa vuol dire avere una giusta integrazione e ritengo sia una cosa da tutelare.

Ma so anche che un conto è farla all’asilo, dove il gioco è ancora fondamentale, un conto a scuola, dove si deve garantire a tutti il diritto di studiare.
Allora mi chiedo se la strada migliore non sia un ibrido.

Cosa impedisce a ogni scuola di istituire una “Classe Vaccari”? Una classe gestita da personale professionale, in grado di seguire ragazzi con determinate necessità, avendo anche delle economie di scala con conseguenti risparmi.

Ma attenzione, non una classe lager dove chiudere i più sfortunati. I ragazzi potrebbero continuare a frequentare le proprie classi di base, con la possibilità di trascorrere parte della giornata in un luogo più compatibile con le loro esigenze, dove fare anche terapia.

Una classe dove tutti i ragazzi della scuola potrebbero dedicare un certo numero di ore, una sorta di servizio civile, diciamo.


La soluzione migliore? No, ma forse non esiste. Credo sia una soluzione che mette insieme le cose belle che ho trovato nei due estremi della mia esperienza con la scuola”

Papà Luca

 

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