Il Classico è come un cono gelato multi-gusto: lo giri e lo ri-giri tra le mani, e ne scopri sempre sapori e dolcezze nuove. Ecco, mi sembra azzeccata, per Calvino, questa mia definizione, piuttosto pop, del classico; una definizione che riesce a dire, grosso modo, la stessa cosa detta da Calvino, in una delle sue tante, celeberrime, definizioni del classico:

«Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire» [n. 9]

La mia definizione di classico come un gelato multi-gusto rinvia, in quanto a immagine, al diritto di «spizzicare», collocato da Daniel Pennac all’ottavo posto del suo notissimo Decalogo del Lettore, redatto per il libro-saggio Come un romanzo (1992).

Lo scritto teorico di Italo Calvino dal quale intendo partire, in questo mio viaggio all’interno del suo universo fantastico (e gustativo), assaporando la sua opera in prospettiva «multi-gusto», è decisamente il racconto Sapore Sapere (apparso, dapprima, sulla rivista «FMR», il primo giugno 1982, con questo titolo; poi, ripubblicato, per volontà di Calvino, con il titolo Sotto il sole giaguaro in volume). In esso, si legge che la lingua avverte quattro sapori: dolce, salato, amaro, acido. Per il resto, interviene l’olfatto, che suggerisce e guida il viaggio geo-culturale alla ricerca delle origini del gusto, con i sensi che si fanno strumenti per indagare il mondo, per conoscerlo. 

In Marcovaldo (progetto narrativo che risale al 1952, uscito per la prima volta nel 1963, per Einaudi), molte sono le avventure che riguardano il cibo, e lo strano rapporto che con esso ha Marcovaldo, il manovale protagonista di tutti questi racconti, ingenuo, malinconico, sfortunato, ma anche molto sensibile a cogliere tutti i segnali della natura, all’interno della città di cemento nella quale vive (e lavora), e quello che con il cibo ha la sua stramba famigliola.

Già nel primo racconto, Funghi in città, Marcovaldo, mentre aspetta il tram, scorge dei funghi nella minuscola aiuola del corso cittadino. Quando sarà il momento, con i figli, li raccoglierà, contendendoseli, però, con l’occhialuto spazzino Amadigi, per ritrovarsi, poi, in serata, tutti quanti, Marcovaldo, Amadigi e le rispettive famiglie, in corsia d’ospedale, per sospetto avvelenamento da funghi.

Nella terza avventura, Il piccione comunale, Marcovaldo, che ha adocchiato uno stormo di beccacce,  si ritroverà a consumare un misero piccione (rimasto impigliato nella colla che egli ha messo sul terrazzo condominiale), che gli resterà, però, sullo stomaco, per diverse ragioni. Al rito della pausa pranzo è dedicato il settimo racconto della raccolta, La pietanziera, con esito, anche qui, tragicomico (Marcovaldo, infatti, sul posto di lavoro, consuma cibo freddo, e avanzato da giorni e giorni, riscaldato più volte, magri avanzi della cena di casa, che vengono sistematicamente riciclati). L’undicesimo racconto, Il coniglio velenoso, narra di Marcovaldo che ruba un coniglio in ospedale, senza sapere che si tratta di un coniglio cavia, e che, quindi, è contaminato; lo tiene all’ingrasso, vagheggiando di farne, di lì a poche settimane, un saporoso intingolo. Anche in questo caso, però, Marcovaldo, in compagnia della sua sfortunata e buffa famigliola, si ritroverà in ospedale (per sottoporsi a una serie di vaccini). Nel tredicesimo racconto, Dov’è più azzurro il fiume, Marcovaldo, alla ricerca di pesce sano e non avvelenato, scambia le acque inquinate di un fiume, causa gli sversamenti di una fabbrica di vernici, per acque azzurre di un laghetto di montagna, con il risultato che le tinche pescate, proprio in quelle acque, che sono, sì, azzurre, ma che lo sono solo perché si tratta di acque inquinate dagli scarichi dell’industria di vernici, finiranno per essere ributtate in acqua, lasciando, ancora una volta, tutti a bocca asciutta.

Nell’ultimo racconto di questo libro sulle avventure in città di Marcovaldo, il ventesimo, Calvino, con il suo solito stile ironico e corrosivo, racconta la mercificazione del Natale, grazie all’esilarante racconto I figli di Babbo Natale:

Non c’è epoca dell’anno più gentile e buona, per il mondo dell’industria e del commercio, che il Natale e le settimane precedenti […].

L’unico pensiero dei Consigli d’amministrazione adesso è quello di dare gioia al prossimo, mandando doni accompagnati da messaggi d’augurio…

I figli di Marcovaldo, con gran stupore (e disappunto) del padre, decidono di fare regali proprio al figlio del padrone (il figlio del presidente dell’Unione Incremento Vendite Natalizie), un bambino di circa nove anni, perché lo vedono triste e annoiato, infelice, nonostante i tantissimi regali già ricevuti (ben trecentododici, per la precisione, presi e buttati alla rinfusa in una stanza), in gran parte, complicatissimi congegni elettronici e modelli di astronavi. Loro, invece, pensano bene di fargli regali, come dire, un po’ speciali, donandogli un martello, con il quale spaccare tutti gli altri regali ricevuti in precedenza, e tutta la cristalleria di casa; un tirasassi, con il quale fracassare tutte le palle di vetro dell’albero di Natale, e tutti i lampadari di casa; un pacchetto di fiammiferi, con i quali dar fuoco alla casa intera. Al mattino dopo, appena arrivato in ditta, Marcovaldo è convinto che verrà licenziato (ne è convinto come fatto certo), per via degli effetti distruttivi che i regali dei suoi figli hanno provocato; invece, con suo grande stupore, prenderà atto che l’intera linea distributiva dei regali natalizi è cambiata radicalmente, in favore di quei regali che, adesso, vengono definiti «regali distruttivi». I tre capi-ufficio che lo bloccano, quello delle Relazioni Pubbliche,  quello della Pubblicità e quello dell’Ufficio Commerciale, infatti, pur ignari sulla effettiva provenienza dei regali ricevuti dal figlio del padrone, ipotizzano che siano giapponesi, gli riferiscono che bisogna sostituire i vecchi regali natalizi con questi altri, appunto, distruttivi, per (almeno) due loro indubbie qualità: la prima, quella di aver reso felice il bambino che li ha ricevuti; la seconda, quella di aver dato grande vivacità al mercato, visto che, grazie al loro potenziale distruttivo, questi regali, hanno permesso al bambino di distruggere tutte le merci presenti in casa (arredo, mobili, suppellettili, la stessa abitazione, incendiata e distrutta), accelerando, così, i ritmi dei consumi, e determinando un immediato bisogno di nuove produzioni:

È stata una scoperta improvvisa del presidente […]. Pare che il suo bambino abbia ricevuto degli articoli-regalo modernissimi, credo giapponesi, e per la prima volta lo si è visto divertirsi…

– Quel che più conta […] è che il Regalo Distruttivo serve a distruggere articoli d’ogni genere: quel che ci vuole per accelerare il ritmo dei consumi e ridare vivacità al mercato… Tutto in un tempo brevissimo e alla portata d’un bambino… Il presidente dell’Unione ha visto aprirsi un nuovo orizzonte, è ai sette cieli dell’entusiasmo…

Per chi volesse approfondire con la conoscenze di un Calvino diverso dal consueto, potrebbe leggere il mio Calvino pop, Progedit, Bari 2023. Non esiste, infatti, un solo Italo Calvino, quello della trilogia degli Antenati, o del Sentiero dei nidi di ragno, o l’autore de Le città invisibili. No. Come in un gioco combinatorio, alla stessa maniera dei giochi narrativi ch’egli faceva con i suoi Tarocchi, e con il Castello dei destini incrociati, esistono tanti Italo Calvino, permutabili tra loro, tutti ugualmente possibili, tutti ugualmente fecondi. Ho provato a raccontare aspetti e volti di un Italo Calvino poco conosciuto, come il Calvino giornalista sportivo, o Calvino autore di un’antologia scolastica; ma anche un Calvino gourmet; Calvino autore di canzoni pop e di protesta, ma anche autore di libretti per musica operistica. C’è pure un Calvino cibernetico, che sessant’anni fa vagheggiava l’odierna Intelligenza Artificiale (l’app ChatGPT, capace di generare testi di senso compiuto). C’è un Calvino dantista, sconosciuto ai più: un autore multiforme, dunque, tutto (ancora) da scoprire.

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