Prima che il 2023 lasci il posto all’anno nuovo, desidero ricordare i 110 anni tondi tondi dalla
nascita di Vasco Pratolini (1913), scrittore e sceneggiatore tra i massimi del nostro Novecento, che
ho amato e letto durante i miei anni giovanili, sul quale sono (piacevolmente) inciampato di recente,
in una passeggiata fiorentina, in compagnia di Paolo Scopetani, che, intuendo da poche parole mie
la comune passione per l’universo letterario di Pratolini, mi ha portato proprio in via del Corno, alle
spalle di Palazzo Vecchio, la via dove, in quel dedalo di stradine che sembrano non aver subito
l’aggressione del tempo e della modernità, non solo abitò Vasco Pratolini, per alcuni anni, ma dove
ambientò le vicende del suo romanzo Cronache di poveri amanti. Un tuffo nel passato, e nelle
passioni più forti e autentiche della (mia) vita (privata e pubblica), visto che Vasco Pratolini, e la
sua intera produzione letteraria, da Metello, al Quartiere, dalle Ragazze di San Frediano, allo
Scialo, e ad altro ancora, è stato uno dei cardini della mia formazione letteraria, intellettuale e
civile. Sono grato, inoltre, all’amico Paolo Scopetani, raffinato intellettuale, già maestro ed
educatore di generazioni di fiorentini, in quella fucina sperimentale che è stata (e che è ancora) la
Scuola – Città «Pestalozzi» di Firenze, per avermi fatto dono di un suo romanzo, Chiasso chiuso,
scritto in collaborazione con Maurizio Pagnini (Effegi Edizioni, 2016), le cui vicende prendono le
mosse dai pressi di via dei Georgofili, nella Firenze dei giorni della strage mafiosa del 1993,
avvenuta esattamente trent’anni fa (il 27.05.1993), che determinò la morte di Angelamaria Fiume in
Nencioni (e dei suoi familiari), di Dario Capolicchio, studente palermitano, il ferimento di ben 38
persone, la distruzione della Torre dei Pulci (sede dell’Accademia dei Georgofili), e vari altri
danneggiamenti (compresa la distruzione e il danneggiamento di alcune opere del complesso
monumentale della Galleria degli Uffizi). A questa strage, la stessa mano mafiosa che aveva colpito
a Firenze fece seguire, pochi mesi dopo, nel luglio del 1993, ben altri due atti criminosi (a Milano, e
a Roma), all’interno di una complessiva strategia di guerra contro lo Stato italiano. Occorre
mantenerne memoria di tutto ciò, e tenere alta la vigilanza civile (e politica), in difesa dello Stato
repubblicano, e della nostra Costituzione.


Il progetto editoriale di Cronache di poveri amanti risale al 1936, ma vide la luce, in forma
definitiva, soltanto nel 1947. La vicenda narrativa, autentica «cronaca», come recita il titolo
del’opera (non solo per ragioni di stile), con l’alternarsi cioè di accadimenti comuni e quotidiani,
ma anche sorprendenti, di vicende tristi e felici, con quell’alternarsi che è della vita vera, è
ambientata a Firenze, tra il 1925 e il 1926, gli anni dell’ascesa del Fascismo, nell’area cittadina
racchiusa tra Palazzo Vecchio e Santa Croce. L’universo fantastico e realissimo di via del Corno:

Via del Corno è lunga cinquanta metri e larga cinque; è senza marciapiedi. Confina
ai due capi con via dei Leoni e via del Parlascio, chiusa come fra due fondali:
un’isola, un’oasi nella foresta, esclusa dal traffico e dalle curiosità. Occorre
abitarvi, o averci degli interessi particolari, per incontrarla. È, tuttavia, a pochi
metri da Palazzo Vecchio, che la sotterra sotto la sua mole. Il piano stradale è
lastricato e leggermente concavo: lo scolo avviene attraverso dei tombini situati al
centro. Nei giorni di pioggia la strada è divisa in due da un torrentello: i bambini,
tornato il sereno, vi fanno gare di canottaggio con sugheri, bucce e barchette di
carta da quaderno. Circa due anni fa, nel novembre del ’23, dopo una serie di
temporali, i tombini si otturarono, via del Corno rimase allagata per qualche giorno
[…].
Forse soltanto i muri dormono, la notte, in via del Corno. Le persone no. O soltanto
quelle che non hanno pensieri. Ma chi non ha pensieri, in via del Corno? O non
hanno malattie. E chi non è malato? Non tutte le malattie necessitano di gargarismi

o di bicarbonato […]. Cuori e cervelli ammalati di ossessioni, di sensi, di cupidigia,
di buoni propositi, di timor di Dio, d’amore. Chi ne soffre si rigira tra le lenzuola, fa
in silenzio compagnia ai vigilati speciali che aspettano la ronda.

Gli abitanti di via del Corno vengono detti “cornacchiai”, perché, spesso, sparlano come le
cornacchie; le loro vicende minute e quotidiane, nella narrazione, s’intrecciano con quelle della
storia d’Italia, a cominciare dall’affermazione del fascismo, che stravolse ritmi e stili di vita (e non
solo per gli abitanti di via del Corno). Il romanzo è diviso in tre parti; nella prima, suddivisa a sua
volta, in nove capitoli, vengono, via via, presentati i diversi personaggi della storia; nella seconda
parte, il lettore assiste alla trasformazione dei personaggi, con l’intreccio dei fili narrativi, e, quindi,
con la rottura dell’equilibrio iniziale; nella terza e ultima parte, infine, si ristabilisce l’antica
armonia (popolare) delle tante micro-storie. Amore e politica, amore e potere, sono le due forze
intorno alle quali ruotano le vicende degli abitanti di via del Corno. Simbolo del potere, almeno
all’inizio della storia, è la Signora, una ex maîtresse, costretta a rimanere a letto, e che, pur stando a
letto, riesce a muovere i fili della strada, servendosi di terzi (a cominciare dalla fida dama di
compagnia, Gesuina). Temuta e ascoltata, la Signora, alla fine della storia, subirà un tale
decadimento, caduta in preda alla follia, fino al disonore del pubblico ludibrio, insultata e presa in
giro. Di lei, nel romanzo, Pratolini lascerà intendere, in modo anche piuttosto esplicito, una certa
inclinazione all’amore saffico, che nella versione cinematografica del 1954, curata da Carlo
Lizzani, scompare del tutto:

Cancellato l’uomo dalla propria vita […], ella posò il proprio sguardo sulle
fanciulle. Una protesta! In realtà era il bisogno di sfuggire a una solitudine amorosa
che si apriva davanti a lei, a spingerla sulla nuova strada, ch’ella si tracciò con la
fermezza e la premeditazione sue proprie.

La Signora, a un certo punto, mise gli occhi su Liliana:

Anche se ciò contravviene a tutte le idee, a tutto l’ordine di cui è costituito
l’universo morale della Signora; anche se Liliana non soltanto è sposa, contaminata
cioè “dalla peste dell’uomo”, ma madre addirittura – e la maternità è il sentimento
che la Signora più spregia – malgrado tutto questo, la Signora si è innamorata della
moglie di Giulio. Ricercarne le cause, cosa vale? È la Signora un’anima che si
lascia interrogare? Uno spirito disposto alla sincerità? […] L’inconscia
giustificazione ch’ella dà a se stessa, è questa: “Dimostrerò che il mio amore crea,
mentre l’amore dell’uomo distrugge. La stessa pianta che nelle mani dell’uomo
appassisce a poco a poco, nelle mie mani a poco a poco rinasce e s’infiora” […].
Dinanzi alla Signora, Liliana non si sente più padrona di sé. E più la Signora è
dolce e cordiale, più Liliana perde il dominio dei propri gesti e fa quello che la
Signora vuole. Si siede sul letto, la bacia, in un modo che essa capisce non è più
innocente […].
[Liliana] Aveva traversato fiamme e tentazioni senza scottarsi nemmeno un dito.
Nemmeno, come lei diceva, il “controcuore”. Aveva rifiutato un lavorante fornaio
dalle intenzioni oneste, perché voleva restare libera il più a lungo possibile. E del
resto il fornaio balbettava un poco: Liliana non riusciva a prenderlo sul serio. In
Giulio doveva “incespicare”! Fu una caduta, un precipizio. Le disse che era un
ebanista, tante altre belle cose. Lui non balbettava. E le piaceva. Sentì d’istinto
ch’era l’uomo a cui si poteva affidare! Soltanto quando fu incinta e si parlò di
matrimonio, lui confessò la verità.

Corrado, detto Maciste, è il maniscalco di via del Corno, la via risuona della sua mascalcia, del
sudore, degli odori e del tanfo di quella mascalcia; Corrado è stato Ardito del Popolo, tra il 1919 e
il 1920, e una mattina del marzo 1922 subisce anche un’aggressione da parte di quattro fascisti
(guidati da Carlino, che pur abitava in via del Corno), intenzionati a regolare i conti con Maciste:

Era un’imboscata, ma Corrado ritenne che avevano avuto del coraggio ad
affrontarlo nel suo ambiente. Si addossò al muro, accanto alla forgia dove sono i
ferri dei cavalli appesi ai chiodi. Disse: «Se buttate via le pistole, li regolo
volentieri. Vi piglio tutti e quattro insieme». Carlino disse: «Dopo che avrai bevuto
l’olio si può trattare». Corrado gli rispose facendo volare il primo ferro sulla sua
testa. Ci fu un terremoto dentro la mascalcia, la gente occhieggiava dalle finestre, si
era alzata dal letto anche la Signora […]. Forse i fascisti non spararono perché la
mamma di Carlino bussava al portone della mascalcia scongiurando il figlio di
tornare a casa. L’aggressione non si ripeté.

Amico di Maciste è Ugo, il verduraio ambulante, che con lui condivide la fede politica, e che è stato
anch’egli un Ardito del Popolo (nella versione cinematografica del 1954, questa parte verrà affidata
a un bravissimo Marcello Mastroianni, non senza perplessità iniziali, per via della parte drammatica
da interpretare):

A tentoni raggiunge la sua camera, si spoglia, e tutto nudo accende una sigaretta
[…]. ora è supino, fuma, e quella è la sua camera: la sedia accanto al letto, il comò
con sopra la specchiera, la sveglia sul comodino. È tutto. Sul piano del comò: il
pettine infilato nella spazzola, il vasetto della brillantina, lo spazzolino e la carta
ove c’è la polvere dentifricia, la custodia del sapone. E ai lati, l’uno rivolto verso
l’altro, i due ritratti, sorretti da un’anima di cartone. In quello di sinistra figurano i
suoi genitori, morti entrambi […]. Nel ritratto di destra c’è Lenin che lo guarda.


Quella notte, spenta la sigaretta, e chiusa la finestra, Ugo appunta qualche idea su di un taccuino,
per un discorso che dovrà fare l’indomani, ai compagni del Mercato:

“Compagni, tutti ci sono contro. Abbiamo fatto degli errori ma non ci dobbiamo
scoraggiare. Si potrebbe fare la rivoluzione, ma è troppo prematura per mettersi a
petto coi fascisti e coi carabinieri. Questa volta il Re firmerebbe lo stato d’assedio e
i soldati ci sparerebbero addosso. Allora si morirebbe tutti. Chi rimarrebbe a gettare
il seme? Nessuno. Si perderebbero anni preziosi. Quindi bisogna fare così:
combattere ancora sul piano legale e aspettare che la popolazione si ribelli a questo
stato di cose e mandi i fascisti a gamballaria. Noi dobbiamo trovarci
all’avanguardia di questo lavoro. E al momento buono essere in testa a tutti”.
Voltò il ritratto di Lenin, burlesco e affettuoso gli disse: “È un rospo grosso, caro
Vladimiro!”. Spense, tornò a letto. Si alzò di nuovo, accese, prese il lapis, aggiunse
allo scritto: “E in quei giorni, ricostituiremo gli Arditi del Popolo”.
Quindi si coricò definitivamente.

Via del Corno ha anche i suoi Angeli Custodi, e questi angeli protettori sono quattro fanciulle:

…all’incirca della stessa età, erano cresciute, uscio ad uscio, nelle case di via del
Corno. Avevano caratteri così diversi, l’una dall’altra, che non andavano mai
d’accordo. Forse per questo stavano sempre insieme.
Aurora Cecchi, figlia di uno spazzino.
Milena Bellini, figlia di un ufficiale giudiziario.

Bianca Quagliotti, figlia di un dolciere ambulante.
Clara Lucatelli, figlia di uno sterratore.
Una domenica mattina si recavano alla Messa, vestite a festa e coi capelli belli
pettinati. La Signora, che non era ancora inferma, si trovava alla finestra e le vide
passare. “Sembrano Angeli Custodi” disse a Luisa Cecchi, madre di Aurora, che si
recava da lei a mezzo servizio. Luisa scese e lo disse alla moglie dello Staderini
ciabattino che abita nello stesso casamento. Fidalma Staderini lo disse a suo marito:
“La Signora ha detto che quelle creature sono gli Angeli Custodi di via del Corno!”.
Attraverso il ciabattino finì per essere edotta, e convenirne, tutta la strada.

Il libro di Pratolini serve anche come serbatoio di notizie, non strettamente legate alla trama delle
vicende narrate, ma più generali; per esempio, quelle pagine dicono a noi lettori di oggi, quale
fosse, per quel tempo, la biblioteca popolare, quali fossero, cioè, le letture “canoniche” di un
giovane di quegli anni; quali fossero i gusti di lettura, quale fosse il canone, sia quello scolastico,
sia quello popolare. Nel libro, dunque, accanto a qualche film (come Maciste all’inferno), e a
qualche canzone, vengono citati alcuni “classici” della letteratura popolare, come, per esempio,
Pinocchio, o i Racconti della Nonna; La mano della morta; oppure, Abbandonata la notte di nozze;
ma vengono citati anche I tre moschettieri. Si tratta, per lo più, di romanzi che uscirono a puntate
(in appendice a riviste e quotidiani), venduti, quindi, per pochi centesimi (anche attraverso forme
primitive di “abbonamento”: una lira al primo fascicolo, e poi 25 centesimi per quelli successivi).

In una pagina del romanzo, quasi in forma di sentenza etica, si legge la seguente affermazione (che
ha la lunghezza e la velocità di un odierno tweet, possedendone analogo stile sentenzioso e arguto):

La vita è una cella un po’ fuori dell’ordinario, più uno è povero più si restringono i
metri quadrati a sua disposizione. L’importante consiste nel sapere stabilire dentro
di noi quell’equilibrio che fa il mondo vasto come il cielo.

E questa, a ben guardare, è il messaggio più autentico che Vasco Pratolini ha voluto trasmettere a
tutti i suoi lettori, e non soltanto con questa Cronaca, facendo notare, cioè, che l’universo può anche
restringersi alla sola via del Corno, esso può anche apparirci stretto, angusto e opprimente, ma che,
proprio di lì, da via del Corno, si può osservare il mondo intero, quel mondo vasto come il cielo. È
una disposizione d’animo, un equilibrio, come conquista che spetta alla coscienza di ciascuno di noi
raggiungere.


Nel 1954, il regista Carlo Lizzani ricavò dall’omonimo romanzo di Vasco Pratolini il film Cronache
di poveri amanti, con un giovanissimo Marcello Mastroianni nel ruolo dell’antifascista Ugo, alla
sua prima (e riuscitissima) prova di parte drammatica. Nel film, il ruolo di Maciste, il maniscalco
Corrado, antifascista e già «Ardito del Popolo», fu assegnato ad Adolfo Consolini, attore non
professionista, discobolo olimpionico, che fu scelto per interpretare Corrado proprio per il suo
fisico, appunto, da «Maciste», per la sua possente corporatura. Sul set cinematografico, Consolini fu
portato mano a mano da Marcello Mastroianni, che lo prese quasi sotto la sua tutela, e che gli
suggerì le giuste interpretazioni da dare al personaggio, di scena in scena. Il film ottenne una vasta e
immediata eco, con il riconoscimento di numerosi e prestigiosi premi, e con il consenso del
pubblico.

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