Si parla da tempo della cosiddetta “cattedra mista” che intende  porre fine alla dicotomia tra l’insegnante curricolare-classe e l’insegnante di sostegno-BES.

Ne abbiamo parlato con uno dei maggiori sostenitori di questo modello di insegnamento, il prof. Dario Ianes, Professore ordinario di Pedagogia dell’inclusione alla Facoltà di Scienze della Formazione della Libera Università di Bolzano-Bozen e co-fondatore del Centro Studi Erickson di Trento.

Professor Ianes,  qual è lo stato dell’opera del processo di inclusione scolastica e sociale in Italia?

“Siamo in una fase ancora esplorativa: ci sono molte norme, una vera e propria stratificazione di norme, ma nella pratica è ancora difficile parlare di inclusione. Oggi a scuola gli alunni portatori di BES vengono accolti, ma ancora visti essenzialmente come un problema da gestire. E la gestione non può essere demandata al solo docente di sostegno, altrimenti verrebbe meno proprio il concetto di inclusione. L’inclusione si rivolge a tutti, o meglio, a ciascuno nella sua particolarità”.  

 

La gestione è complessa anche per il livello di burocrazia che attualmente viene richiesta: modello PEI in continua evoluzione, relazioni e verbali che convergono in un GLO che manca quasi sempre della partecipazione degli esperti di neuropsichiatria che seguono l’alunno…

“È vero, a volte si eccede con la burocrazia, forse perchè ci si addentra in un territorio  ancora per certi aspetti sconosciuto e si teme di non prendere in considerazione tutti gli aspetti. Occorre semplificare,  fare un’analisi della qualità dei dati che deve puntare all’efficacia, non all’efficienza.”

 

Lei è uno dei principali sostenitori della “cattedra mista” : l’avere una figura unica di riferimento che possa accogliere e valorizzare le diversità all’interno del gruppo classe senza andare incontro a barriere (mentali, prima ancora che relative alle abilità) è un obiettivo che il MIM sta cercando di portare avanti attraverso formazione specialistica  a tutti gli insegnanti, anche ai curricolari .  I docenti sono preoccupati che questo tipo di modello vada a innestarsi sul taglio delle cattedre che è già una realtà e lo sarà ancor di più nei prossimi anni.

“Il taglio delle cattedre è dovuto a questioni di calo demografico, il nuovo modello di cattedra mista non incide su questo. O meglio non incide nella volontà di chi lo ha ideato. Non abbiamo mai ipotizzato che un solo insegnante possa occuparsi di 30 allievi. È più che altro una manifestazione di corresponsabilità: ogni insegnante che entra in classe deve avere competenze per dare attenzione e valore a ciascun allievo. La funzione di sostegno deve, insomma,  diventare diffusa tra tutti coloro che entrano in classe. L’inclusione deve diventare la cartina di tornasole dell’educazione.” 

 

Il governo Meloni ha dichiarato di voler riportare il voto numerico alla scuola primaria: cosa ne pensa?

“Sono contrario. Mancherebbe la valutazione formativa che è un perno essenziale del percorso di apprendimento. Il rilievo secondo cui le famiglie non comprendono appieno questa valutazione è superabile con l’utilizzo di un linguaggio più semplice ed essenziale, ma non si può tornare alla gabbia del giudizio numerico.” 

 

In tutto questo non abbiamo ancora parlato della famiglia: la famiglia rappresenta un ambiente inclusivo per i ragazzi?

“La famiglia del terzo millennio è allargata e  inclusiva laddove non c’è più il principio di dominanza, prevale invece vicinanza e sensibilità verso i più giovani. Ma non basta: non ci può essere inclusività nel delegare ai media l’educazione dei figli. Il principio educativo è un fardello di cui non tutti i genitori sono disposti a farsi carico. Mancano modelli genitoriali . Una volta l’unico modello famigliare nel nostro Paese era quello ipernucleare dove si potevano realizzare esperienze da rielaborare e metabolizzare con tempi e modalità adeguate. Oggi le esperienze sono molteplici, si rincorrono, spesso senza lasciare una traccia significativa nel percorso di crescita dei ragazzi.”

 

 

 

 

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