C’è una moda, fresca fresca, che è scoppiata nella scuola italiana (la scuola del merito), ed è la moda del neo-nato italico liceo del Made in Italy. Le truppe cammellate dell’italico governo, tutto patria, Dio e famiglia (salvo registrare, al suo interno, l’incongrua e incomprensibile presenza di pluri-divorziati, miscredenti e ragazzi/e padri/madri…), ebbene, costoro, da mesi, ne cantano le lodi, e lo suggeriscono come la panacea di tutti i mali dell’italica scuola. A sentir loro, sarà sufficiente introdurre, nei diversi istituti, questo neo-nato indirizzo di studio, e il miracolo si compirà: l’italica scuola rinascerà, come per incanto, dalle sue stesse macerie, come la fenice. Altro che la vecchia e frustra “buona scuola” di renziana memoria. Altro che i “saperi essenziali” di berlingueriana archeologica memoria. Altro che la “scuola delle tre «i»”, di berlusconiana memoria. Nulla di tutto ciò. Tempi nuovi. Albe nuove sorgono nell’italico suolo. Nell’era meloniana, infatti, l’era della scuola del merito, le italiche sorti son tutte appese al messianico e salvifico Liceo del Made in Italy. Di conseguenza, in gran fretta, in questi giorni, in tutti i Collegi Docenti dell’italica patria più illuminata e saggia, nei pensieri di coloro che, soli, hanno a cuore l’italica rinascita, e dell’italica scuola, e dell’italica nazione tutta intera, ebbene, in questi Collegi Docenti si stanno convocando adunanze di sabato, di domenica, di pomeriggio, di notte, ma soprattutto di primissima mattina (perché, si sa, il buon giorno si vede dal mattino), per deliberare in tutta fretta, in piedi, e con sguardo fermo e italico, l’adozione di questo messianico e salvifico nuovo indirizzo di studio: il Liceo del Made in Italy. In modo che, poi, subito dopo l’approvazione, nei giorni conclusivi dell’orientamento scolastico, lo si possa ben proporre alle italiche famiglie disorientate e in cerca di un percorso formativo di sicuro successo per i propri figli. Punto. Tutto il resto è da disfattisti. Tutto il resto è da miao-miao petulanti e nostalgici. Il nuovo, si sa, passa per il Made in Italy. E, dunque, Liceo Made in Italy sia.

 

A leggere la Nota ministeriale 40055/2023, comunque, qualche dubbio sorge. Qualche leggerissimo sospetto che si tratti di aria fritta, intendiamoci, aria fritta ben benino, non alla buona, come facevano i precedenti (deludenti) governanti, ma pur sempre aria fritta è. Ma queste son cose da disfattisti. Ad ogni modo, corre l’obbligo (uff, la morale! Questo inutile orpello d’altri tempi: la morale!), di chiarire che, a leggere codesta Nota ministeriale, che rinvia alla Legge 206/2023 (Disposizioni organiche per la valorizzazione, la promozione e la tutela del made in Italy), qualche leggerissimo dubbio sorge. Per carità, la Nota ministeriale è un mirabile capolavoro di equilibrismo giuridico. Il lettore, sin dalle primissime battute, vien condotto, con grande bravura, come se si trattasse di una discesa olimpionica di slalom, tra codici, articoli, commi, leggi, decreti e leggine, che è una meraviglia. Altro che Sofia Goggia! Altro che medaglia olimpica di discesa libera. Chi ha redatto questa Nota si muove (a slalom) tra tutti gli inciampi e tutte le trappole dell’italica normativa scolastica con un’abilità che ha dell’incredibile, per concludere, meraviglia delle meraviglie, che, codesto Liceo del Mady in Italy, sì, è nuovo nuovo di zecca, di concezione e di missione, ma s’inserisce nel (vetusto) precedente sistema dei Licei italici (Decreto 89/2010); che il futuro Regolamento, del suddetto neo-nato italico Liceo del Made in Italy, rispetterà non solo quanto già previsto dal già citato Decreto 89/2010, ma rispetterà anche tutta la precedente disciplina dei percorsi STEM; che il futuro Regolamento del neo-nato italico Liceo messianico e salvifico del Made in Italy verrà adottato “nei limiti delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente”; che gli approvandi corsi dell’italico Liceo messianico e salvifico del Made in Italy, di fatto, andranno a svuotare di senso il già presente (e sovrapponibile) liceo delle scienze umane opzione economico-sociale; che gli approvandi corsi dell’italico Liceo messianico e salvifico del Made in Italy verranno approvati nei limiti del contingente organico dei DS, dei DSGA e degli amministrativi (senza determinare il rischio di esubero tra gli amministrativi, gli ausiliari e i docenti), e comunque “senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”. Insomma, il solito italico matrimonio con i fichi secchi! Far tutto con nulla.

I dubbi e i sospetti, comunque, non risiedono in questo (pur mirabile) equilibrismo giuridico. No. Questo, tutt’al più, al contrario, è segno di grandissima abilità retorica: mirabile esempio di vendere fuffa, di strombazzare ai quattro venti che sta nascendo il nulla, l’aria fritta, appunto, ma che tale nulla, tale fuffa, rappresenta l’italico messianico e salvifico futuro. No, i dubbi riguardano la parte lessicale e sintattica di questa Nota ministeriale, nella quale, specie nella parte finale, dove, a mo’ di un fuoco pirotecnico, che riserva al gran finale le soprese più mirabolanti, si raggiunge l’apice. Ebbene, in tale parte del documento ministeriale non c’è un solo congiuntivo, dico uno solo, azzeccato. Sarà questione da pedanti, la mia, qualcuno potrà obiettare. Il solito pedante che non riesce proprio a comprendere la portata rivoluzionaria di questo messianico e salvifico Liceo del Made in Italy, che s’appunta su irrilevanti questioni di forma e di stile. Sarà, forse, così. A me, però, questo liceo messianico e salvifico mi sembra, tanto per citare una celeberrima battuta da cabaret, mi sembra “na strunzata”. L’italico liceo messianico e salvifico del Made in Italy, infatti, sembrerebbe salvare tutto, ma non l’italica lingua; per lo meno, non la conoscenza (scarsa, direi) dell’italica lingua da parte di chi materialmente ha redatto la Nota. E non voglio, qui, puntare l’attenzione sull’espressione «Made in Italy», no, sennò sarei per davvero un provinciale nostalgico, retrogrado e disfattista. No. L’espressione inglese posso pure accettarla (benché giunga dal suolo della, pur sempre, perfida Albione). No. Che «Made in Italy» sia, come slogan, ma che il documento istitutivo, almeno quello, sia scritto in italico idioma.

Ah, il merito.

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