È successo ancora. A Milano, in una delle notti a cavallo tra Capodanno e  l’Epifania.

Tre giovani (di cui solo uno per ora in carcere , Alex Baiocco, 24 anni) che non si conoscono, si ritrovano “amici” su Facebook rivelandosi l’ un con l’altro come “annoiati” dal periodo festivo e bisognosi di adrenalina. Ed è subito branco. Noleggiano uno scooter elettrico e sfrecciano lungo i viali luccicanti di una Milano avvolta nella “scighera” notturna di gennaio. Nel bauletto portano un cavo d’acciaio e dentro la testa un’idea malata: tendere la corda metallica ad altezza d’uomo per vedere se l’effetto ghigliottina funziona. Una follia, una delle tante che troppi ragazzi non percepiscono come tale, abituati a non ragionare e farsi carico delle conseguenze delle proprie azioni.

Alle 2 il cavo è teso tra la pensilina di una fermata ATM e un palo. Il sangue si scalda nelle vene, l’adrenalina si alza, ma è notte e passa poca gente anche se siamo in Viale Toscana, una delle arterie della circonvallazione esterna.

Dalla finestra di un palazzo prospicente  un ventiseienne vede la scena, per caso. E sventa la tragedia.

“Ho visto una macchina centrarlo in pieno, il palo a cui era legato piegarsi e i tre che ridevano”, ha raccontato chiamando il 112 e facendo accorrere la volante.

Il gip ha per ora convalidato solo l’arresto di Baiocchi, mentre proprio oggi uno dei due complici, Michele Di Rosa, 18 anni, si è presentato con il suo avvocato al comando dei carabinieri di Monza, giustificando l’atto come frutto di una leggerezza. Manca il terzo uomo.

Leggerezza, noia, bravata: tre sostantivi che non si possono affiancare a quanto è successo. Parliamo di ragazzi che hanno superato la maggiore età senza acquisirne i benefici, parliamo di ragazzi che non discernono forse la realtà dal gioco di fronte ad un dispositivo elettronico, in cui le vite a disposizione sono tante.

Hanno riso alla prima auto che ha rischiato. Hanno riso, si sono divertiti, come se quel momento fosse una scena a cui assistere attraverso uno schermo e non appartenesse  al vero.

Ora gli avvocati, come siamo abituati a vedere, punteranno sul pentimento, sull’incapacità di intendere e volere, ad un’ immaturità  che trae origine da chissà quali disagi famigliari (presunti o concreti).

Uno spleen, per dirla alla Baudelaire, che li ha condotti verso il reato di tentata strage.

Ci chiediamo allora, come mai, Baudelaire scrivesse poesie e i nostri ragazzi giochino con i cavi d’acciaio; cosa è successo in questi due secoli per condurci a questo stato di cose.

Ci chiediamo se davvero i giovani  hanno così pochi sentimenti ( parlare di valori già sarebbe troppo) da vivere costantemente fuori dalla realtà, continuando a pensare di esserne talmente lontani da non subirne le conseguenze, come eterni registi  di  film che non li vedono mai protagonisti.

La Scuola è povera, la famiglia non esiste, si dice. Ma esiste una terza via, quella della consapevolezza, che distingue l’essere umano dagli animali e che dovrebbe svilupparsi con il diventare adulti.

Resta questo l’interrogativo: quando si diventa adulti? Quando ci si fa carico delle proprie responsabilità? Quando si entra in scena come protagonisti e non come registi?

Quesiti ambiziosi per un’ inizio d’anno, ma è sempre bene farceli, nel dubbio.

 

 

 

 

 

 

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