È utile di-vergere il capo, e mettere a fuoco momenti, aspetti e figure della nostra tradizione letteraria, anche della tradizione più remota (o che noi riteniamo più remota, ma non lo è). Mi limiterò, qui, fuggevolmente, a fornire qualche esempio, di questa di-vergenza proficua, attingendo alla nostra tradizione letteraria per eccellenza, e cioè a Dante Alighieri, con anticipazioni di prassi didattico-metodologiche contemporanee, spacciate come frutto della più recente pedagogia statunitense, che, invece, sono già presenti nella sua opera (nel suo poema).

Le aule DADA. Aule tematiche, o Aule laboratorio disciplinari, o Aule attrezzate, o come dir si voglia, ricorrendo a simili ulteriori espressioni, tutte finalizzate a indicare un’esigenza metodologico-didattica emersa negli ultimi anni nella scuola italiana, quella, cioè, di dar vita ad ambienti e, soprattutto, a condizioni “di classe” per un Insegnamento / Apprendimento che favoriscano una didattica attiva e di tipo laboratoriale (e, quindi, che creino le condizioni per un ruolo non più passivo dell’alunno, ma attivo, collaborativo, da protagonista del proprio apprendimento). Dunque, l’alunno attore (co-attore), e non più spettatore, del proprio percorso di apprendimento. In quest’ottica, allora, la tradizionale configurazione dell’ambiente aula (spoglia e neutra, indifferente all’ora di lezione che vi si svolgesse) è apparsa obsoleta, non più funzionale alla realizzazione delle attese dei diversi traguardi formativi disciplinari. L’aula spoglia, che, di ora in ora, veniva utilizzata, indifferentemente, dal docente di lettere, da quello di Matematica, da quello di Scienze, da quello di Informatica, e così via, a secondo dell’indirizzo specifico di studio, si è rivelata sempre più come ambiente di insegnamento / apprendimento del tutto inadeguato al successo formativo. Di qui, l’esigenza di ri-progettare, appunto, anche lo spazio aula, soprattutto, lo spazio  aula, con un allestimento funzionale alle specificità cognitiva della singola disciplina insegnata (e appresa), in quel determinato spazio fisico. Non più, quindi, aule spoglie, nelle quali si alternano, come da sempre è accaduto e continua ad accadere nella stragrande maggioranza delle scuole italiane, i docenti delle varie discipline (Italiano, Inglese, Matematica, Religione, Educazione fisica, ecc). No. Aule attrezzate all’insegnamento/apprendimento della singola disciplina.

Partendo, dunque, da questa esigenza (e da questa consapevolezza) metodologico-didattica, la ri-progettazione degli spazi scolastici ha fatto sì che il docente deve permanere nell’aula, nello spazio attrezzato (che diventa, quindi, Aula laboratorio disciplinare), e che, invece, gli studenti devono girare tra un ambiente attrezzato e l’altro, tra un’aula e l’altra. In questo modo, dunque, docente e studenti dispongono di ambienti non più indifferenziati, ma, al contrario, di ambienti pensati e realizzati con un setting funzionale alla didattica disciplinare attiva, di tipo laboratoriale.

Tutto ciò, ovviamente, spinge (o dovrebbe spingere) il singolo docente (ma anche il singolo alunno) verso l’assunzione di nuovi stili d’I/A, che impegnino sia il docente che lo studente, in modalità di I/A non più semplicemente riversativa, trasmissiva. L’Aula tematica attrezzata viene pensata e, soprattutto, viene agita come uno spazio fisico all’interno del quale sperimentare e sviluppare competenze (non più semplice trasmissione di conoscenze). Al suo interno, il docente progetta uno spazio, un setting, appunto, un  arredo, che è direttamente funzionale alle attività che lui stesso ha progettato di realizzare. Egli individua, quindi, le attrezzature necessarie (dalle semplici suppellettili, ai sussidi, agli strumenti, alle risorse, ecc.), per mettere in atto il processo di I/A. Tutto ciò, nell’ottica di superare la dicotomia tradizionale tra lezione teorica e lezione laboratoriale, e avvicinando, invece, le conoscenze con le competenze, senza più metterle in contrapposizione, ma integrandole. Attraverso questa sperimentazione, infatti, si supera la strumentale dicotomia (o contrapposizione) tra la così detta scuola dei contenuti, con la così detta scuola delle competenze. Questo stile di I/A facilita il confronto tra gli studenti (senza spingere verso la competizione), e rende possibile l’effettiva sperimentazione di esperienze di studio e di ricercazione, che sono vicine alle dinamiche reali, a quelle dinamiche, cioè, di realtà, che sono presenti nel mondo del lavoro, prefigurando, così, futuri scenari professionali.

 

 

All’interno di questo spazio così ri-progettato, con l’Aula di Italiano, l’Aula di Latino, l’Aula di Matematica, l’Aula di Filosofia, e così via, docente e studente osservano, agiscono, riflettono (sul loro stesso agire “di classe”), si confrontano, esaminano le diverse ipotesi di soluzione, dinanzi a un problema, facendo ricorso ai sussidi e alle risorse lì presenti e disponibili; insomma, co-agiscono,  collaborano. Conoscenza co-costruita, dunque, grazie all’ambiente di apprendimento così concepito e realizzato, e grazie, anche, all’inedita interazione che si realizza in esso, tra pari, e con il docente.

Se provassimo, allora, a guardarci indietro, noteremmo che il Purgatorio dantesco, nella prospettiva, appunto, dell’Aula tematica contemporanea (in quanto, cioè, ambiente attrezzato), può essere letto come una grande metafora letteraria delle odierne aule DADA. Non l’Inferno, che pur è tematizzato, di zona in zona, di cerchio in cerchio, ma nel quale i dannati, com’è noto, sono fissi, sono bloccati per l’eternità, nel rispettivo cerchio di destinazione. Non il Paradiso dantesco, in quanto, anche lì, i beati sono tutti collocati (e fissi) nella candida rosa, a contemplare Dio, per l’eternità. Dante, infatti, nel suo racconto della terza cantica, distribuisce i beati di cielo in cielo (e li incontra, a seconda del cielo nel quale si trova, e della relativa santità di quel determinato cielo) soltanto per ragioni narrative; ma i beati sono tutti sistemati negli scranni della candida rosa, a contemplare Dio per l’eternità.

Dei tre regni dell’aldilà dantesco, dunque, è quello del Purgatorio, il secondo, che si presta benissimo come metafora delle odierne aule tematiche, in quanto ambiente attrezzato. Di girone in girone, infatti, le anime purganti sono in continuo cammino, girano in tondo (così come accade, oggi, per gli studenti, che girano, si spostano da un’Aula attrezzata, all’altra). Le anime del Purgatorio si spostano di zona in zona (dopo un certo numero di anni, o di secoli, di permanenza in una determinata cornice): dalla cornice dei superbi, a quella degli invidiosi, a quella degli iracondi, a quella degli accidiosi, degli avari e prodighi, dei golosi, dei lussuriosi. Direi, allora, che le anime purganti si spostano di ambiente attrezzato in ambiente attrezzato (superbi, invidiosi, iracondi, ecc.), di aula in aula, finché la singola anima non acquisisce le giuste competenze per proseguire il viaggio verso l’alto, e passare, dunque, nella cornice successiva, più alta, in un cammino penitenziale ma salvifico verso l’alto, verso il Paradiso terrestre, per poi volare verso il Paradiso celeste (ottenere quella che scolasticamente viene chiamata la promozione). A ben guardare, ciascuna cornice purgatoriale è, in effetti, un ambiente specifico di apprendimento per le anime, con un setting specifico, che Dante ha pensato, progettato e realizzato, descrivendolo nei minimi dettagli. Questo specifico setting di I/A, dai superbi, via via, su, fino ai lussuriosi, non vale solo per le anime, ma anche per Dante personaggio, che, infatti, nel suo cammino, sosta in ciascun determinato ambiente attrezzato il tempo necessario sia al racconto ma anche allo sconto, da parte sua, di quella determinata colpa. Dante poeta ce lo descrive, cioè, racconta quale setting specifico abbia la cornice dei superbi, rispetto a quella degli invidiosi, via via, con le sculture sul pavimento – in quanto vizio punito –, che lui guarda, e con lui tutte le anime di quella singola cornice – aula attrezzata; e con i bassorilievi lungo la parete della montagna del Purgatorio – in quanto esempi, di cornice in cornice, di virtù premiata –; ma anche raccontando dei canti, delle preghiere, degli inni, dei riti che vengono compiuti, che sono, ovviamente, tutti differenti, da cornice a cornice, come l’odierno setting delle aule attrezzate, e che costituiscono, di fatto, lo specifico setting di quella cornice purgatoriale. Dante permane in ogni singola cornice giusto il tempo di interagire con qualche anima di quella specifica cornice, e di acquisire, in proprio, le necessarie competenze, per proseguire il viaggio salvifico (e apprenditivo) verso l’alto. Dante, di zona in zona, dialoga con le anime che incontra, osserva attentamente l’ambiente attrezzato di quella determinata cornice, ce la descrive, e compie anch’egli il cammino apprenditivo (di redenzione).

Mi è capitato, di recente, di vedere, in una scuola della provincia di Foggia, a San Ferdinando di Puglia, un setting particolare, in un’Aula attrezzata di Italiano, con i banchi degli studenti ciascuno personalizzato, grazie a una pellicola trasparente adesiva, collocata sul piano di lavoro del banco, riproducente una frase (o un verso) significativo di un Autore, o di un’Autrice, accanto al medaglione che lo/a identifichi. L’Autore sotto-braccio, come una presenza confidenziale, di contatto qotidiano, e non distante. L’aula attrezzata che ho visitato, inoltre, è abbellita da una gigantografia, sistemata sul muro di fondo, stile murales, come incentivo alla lettura, con il disegno di un libro aperto e sospeso nell’aria, accompagnato dalla frase «Nulla più veloce di un libro». Ovviamente, tutte queste soluzioni innovative, rispetto alla tradizionale aula spoglia, rischiano di rivelarsi soluzioni strumentali, di mera superficie, o di facciata, se non fossero accompagnate, se non fossero cioè sostanziate da comportamenti nuovi. Tali soluzioni strumentali, cioè, devono spingere verso il radicale cambiamento degli stili di insegnamento, nel docente, e degli stili di apprendimento, nello studente, altrimenti restano vestiti nuovi, luccicanti e gradevoli da vedere, ma collocati su corpi vecchi e ammuffiti. Se non ci fosse quel radicale cambiamento, si correrebbe il rischio di cadere nel ridicolo del vecchio adagio, che recita, come tutti sappiamo, che non è l’abito a fare il monaco.

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