L’impoverimento del linguaggio

L’impoverimento del linguaggio. L’isomorfismo tra il mondo, il pensiero e il linguaggio. L’utile strategia per renderci tutti consumatori e sudditi

L’impoverimento del linguaggio. La condizione postmoderna

L’impoverimento del linguaggio. E’ la condizione postmoderna caratterizzata da un lessico, una grammatica e una sintassi sempre più ridotti. Il condizionamento dei massmedia media è evidente: semplifichiamo credendo di risolvere questioni importanti; si resta in superficie esprimendo opinioni che per loro natura sono soggette a cambiamenti o a nuove riformulazioni; sommersi da molte informazioni (infocrazia), delle quali poche diventano consocenze. A questo occorre aggiungere l’incapacità di articolare i nostri pensieri, i vissuti, i sentimenti e le emozioni (ridotti alle faccine). Le nostre relazioni intermediate da uno schermo, riducono i metamessaggi del nostro corpo, influendo negativamente sul linguaggio. Lo scenario sinteticamente esposto porta alla definizione di uno sfondo o metafisica della semplificazione, della riduzione dell’uomo  a “fascio di sensazioni” (D. Hume), eterodiretto e quindi ridotto a consumatore  annullato come possibilità, apertura (M. Heidegger).  Il filosofo  analitico inglese L. Wittgenstein metteva in stretta relazione il linguaggio con il pensiero e il mondo. “I confini del mio mondo sono i confini del mio linguaggio

Un’interessante riflessione di C. Clavé

Interessante il contributo di C. Clavé che integra le suddette riflessioni.

Il Quoziente Intellettivo medio della popolazione mondiale sta diminuendo nell’ultimo ventennio.
Una delle cause è l’impoverimento del linguaggio.
Diversi studi dimostrano infatti la correlazione tra la diminuzione della conoscenza lessicale (e l’impoverimento della lingua) e la capacità di elaborare e formulare un pensiero complesso.
La graduale scomparsa dei tempi (congiuntivo, imperfetto, forme composte del futuro, participio passato) dà luogo a un pensiero quasi sempre al presente, limitato al momento: incapace di proiezioni nel tempo.
Un altro esempio: eliminare la parola “signorina” (ormai desueta) non vuol dire solo rinunciare all’estetica di una parola, ma anche promuovere involontariamente l’idea che tra una bambina e una donna non ci siano fasi intermedie.
Meno parole e meno verbi coniugati implicano meno capacità di esprimere le emozioni e meno possibilità di elaborare un pensiero.
Gli studi hanno dimostrato come parte della violenza nella sfera pubblica e privata derivi direttamente dall’incapacità di descrivere le proprie emozioni attraverso le parole.
Più povero è il linguaggio, più il pensiero scompare.
La storia è ricca di esempi e molti libri (1984, di George Orwell; Fahrenheit 451, di Ray Bradbury) hanno raccontato come tutti i regimi totalitari abbiano sempre ostacolato il pensiero attraverso una riduzione del numero e del senso delle parole.
Se non esistono pensieri, non esistono pensieri critici. E non c’è pensiero senza parole…
Coloro che affermano la necessità di semplificare l’ortografia, sfrondare la lingua dei suoi “difetti”, abolire i generi, i tempi, le sfumature, tutto ciò che crea complessità, sono i veri artefici dell’impoverimento della mente umana.
Non c’è libertà senza necessità.
Non c’è bellezza senza il pensiero della bellezza

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