Riceviamo e pubblichiamo questa lettera alla redazione:

«Professore, forse mi sbaglio. Secondo me, qui ai docenti interessa solo mettere voti. Pensano solo a spiegarci la lezione e, se ci capita di prendere un voto negativo, veniamo definiti svogliati o nullafacenti. Ma perché i docenti non si interrogano sul possibile motivo di quel compito andato male? I professori conoscono la mia storia? Sanno che quando torno a casa devo badare a me e mio fratello perché mia mamma lavora fuori? Possibile che i docenti non ci chiedono mai “come state?” O se abbiamo bisogno di parlare di qualche problema che stiamo affrontando?»…

«Sono anni che faccio questo lavoro, i ragazzi sono svogliati, non gli va di fare niente. Non studiano, non seguono, sono sempre distratti. Sono impulsivi, talvolta sembrano delle bestie. I genitori non se ne fregano niente, se i figli sono maleducati, che se li tenessero a casa! Inutile che stai a cercare di convincerli a studiare, tanto quando gli chiedi qualcosa ti rispondono che non è giornata, che sono stanchi, che non hanno bisogno di niente e che della scuola non gli importa niente» …

Nel primo messaggio, a parlare è un alunno di 14 anni che, dopo essersi reso conto del mio reale interesse ad ascoltarlo, ha voluto espormi un suo pensiero scusandosi a suo modo con: “forse mi sbaglio”. Nel secondo messaggio invece, le parole, più o meno simili, che ascolto spesso da docenti “esperti” con diversi anni di esperienza lavorativa…

Parliamo tanto di inclusione, di lotta all’abbandono scolastico, di orientamento, di empatia, ma poi mettiamo veramente in pratica tutto ciò? Ci soffermiamo mai ad ascoltare i nostri ragazzi? Ci interroghiamo sul perché assumono degli atteggiamenti errati? Conosciamo la loro situazione personale? Abbandoniamo i nostri pregiudizi? Crediamo veramente che un ragazzo possa cambiare anche se il contesto familiare non è dei migliori, o li reputiamo segnati, inguaribili?

Se solo una di queste domande ti lascia col dubbio, questo lavoro forse non fa per te. Che tu sia un preparatissimo docente di storia, matematica, informatica o altro, non significa che devi insegnare per forza in una scuola. Se sei rimasto ancorato a “ai miei tempi, non era così” non puoi insegnare nella scuola attuale. Se non hai la capacità di “parlare la stessa lingua dei ragazzi”, lascia stare, avrai problemi di comprensione. Talvolta sono i docenti stessi, quelli che dovrebbero dare l’esempio, ad entrare in classe
scuri in volto, nervosi, solo perché stanno attraversando un momento particolare, ma poi pretendono che i ragazzi lascino i loro momenti bui fuori dalla scuola.

Spesso sono proprio i docenti i primi ad utilizzare lo smartphone in classe (perché aspettano una chiamata importante), ma poi sono gli stessi che lo sottraggono ai ragazzi. Questo non vuol dire che bisogna essere dei laissez faire, perché è giusto che vi siano regole e doveri, ma se abbiamo smesso di osservare e ascoltare davvero i nostri ragazzi, scuola italiana stai fallendo, se non sei già fallita.

Prof. Luca Di Leva

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