La proposta di legge del senatore Calderoli, che prevede la gestione regionale del 90% delle entrate fiscali, avrebbe conseguenze disastrose per il sistema educativo nazionale, creando disparità tra le regioni e riducendo i diritti e le condizioni dei lavoratori della scuola. Un’analisi approfondita dei dati e delle implicazioni della riforma.

 

L’Italia è di fronte a una scelta cruciale per il suo futuro: accettare o respingere la proposta di legge sull’“autonomia differenziata” presentata dal senatore leghista Roberto Calderoli, che si basa sull’articolo 116 della Costituzione. Si tratta di una riforma che cambierebbe radicalmente il rapporto tra lo Stato e le regioni, concedendo a queste ultime la possibilità di assumere forme e condizioni particolari di autonomia, gestendo il 90% delle entrate fiscali e decidendo in materia di sanità, istruzione, lavoro, ambiente e infrastrutture.

L’obiettivo dichiarato della proposta è quello di favorire lo sviluppo economico e sociale delle regioni, valorizzando le loro specificità e le loro esigenze. Tuttavia, secondo molti critici, il ddl nasconde in realtà una volontà di smantellare lo Stato unitario e di creare una frattura tra le regioni ricche e quelle povere, con conseguenze negative per la coesione nazionale e per la solidarietà tra i cittadini.

Uno dei settori più a rischio è quello della scuola, che verrebbe fortemente penalizzato dall’autonomia differenziata. Infatti, stando alle stime consolidate sulla spesa corrente, il ddl comporterebbe una riduzione del budget annuale della maggioranza delle regioni, che si tradurrebbe in una minore qualità dell’offerta formativa e in una maggiore disparità tra Nord e Sud. Solo sei regioni, infatti, ci guadagnerebbero: Lombardia, Lazio, Emilia Romagna, Veneto, Piemonte e Toscana, oltre alla Provincia di Bolzano. Le altre, invece, vedrebbero diminuire le loro risorse, con alcune situazioni particolarmente critiche, come quelle di Calabria, Sardegna, Molise e Basilicata.

Per capire meglio l’impatto della riforma sulle regioni, abbiamo ricavato le percentuali di guadagno o perdita di ogni singola regione e guarda caso il Sud ci perde ed il Nord ci guadagna:

Per esempio, per la Calabria, che ha un budget annuale di 10,5 miliardi di euro, perderebbe con la riforma 5,528 miliardi di euro,

Questo significa che la Calabria avrebbe a disposizione meno della metà delle risorse attuali per finanziare la scuola e gli altri servizi pubblici. Una situazione drammatica, che comprometterebbe il diritto all’istruzione di migliaia di studenti e la qualità del lavoro di migliaia di insegnanti.

  • Basilicata: -37,58%
  • Molise: -36,34%
  • Sardegna: -35,48%
  • Sicilia: -28,48%
  • Puglia: -20,01%
  • Abruzzo: -18,92%
  • Provincia Autonoma di Trento: -18,29%
  • Campania: -16,73%
  • Valle d’Aosta: -14,72%
  • Umbria: -12,13%
  • Friuli Venezia Giulia: -4,10%
  • Liguria: -3,47%
  • Marche: -1,05%
  • Toscana: +0,81%
  • Piemonte: +1,17%
  • Veneto: +2,09%
  • Emilia Romagna: +3,31%
  • Lazio: +3,69%
  • Provincia di Bolzano: +6,93%
  • Lombardia: +5,61%

Come dicevamo, da questa tabella si può vedere, che le regioni del Sud e delle Isole sarebbero le più colpite dalla riforma, con percentuali di perdita molto elevate, mentre le regioni del Nord e del Centro sarebbero le più avvantaggiate, con percentuali di guadagno moderate o alte. Questo creerebbe una situazione di profonda ingiustizia e disuguaglianza tra le regioni, che si rifletterebbe anche sul sistema educativo nazionale.

L’autonomia differenziata, infatti, metterebbe in discussione il ruolo dello Stato nell’indicare gli indirizzi generali sull’istruzione, lasciando alle regioni la possibilità di definire i livelli essenziali delle prestazioni, i programmi, i curricoli, i criteri di valutazione e i contratti dei lavoratori della scuola. Questo potrebbe portare a una frammentazione del sistema educativo nazionale, con differenze sostanziali tra le regioni in termini di qualità, accessibilità e inclusività dell’istruzione. In particolare, si teme che le regioni più ricche possano destinare sempre più risorse alle scuole paritarie, private o confessionali, a scapito delle scuole pubbliche, e che possano privilegiare una visione aziendalistica dell’istruzione, basata sull’alternanza scuola-lavoro e sulle competenze richieste dal mercato. Al contrario, le regioni più povere potrebbero trovarsi in difficoltà a garantire anche i servizi essenziali, come l’igiene, la sicurezza, la mensa, il tempo pieno e i laboratori. Inoltre, le università del Sud potrebbero rischiare di chiudere, a causa della mancanza di fondi e di studenti.

Un altro aspetto preoccupante riguarda i diritti e le condizioni dei lavoratori della scuola, che potrebbero subire un peggioramento a seguito dell’autonomia differenziata. Infatti, il ddl prevede che i dipendenti statali passino alle regioni, con la conseguente perdita dell’anzianità di servizio e dei benefici derivanti dal contratto nazionale. Questo significherebbe una riduzione degli stipendi e delle pensioni, oltre che una maggiore precarietà e flessibilità. Inoltre, le regioni potrebbero introdurre contratti regionali per la scuola, con aumenti d’orario, tagli agli organici, limitazioni alla mobilità e alla libertà di insegnamento. Questo scenario è già una realtà in Alto Adige, dove i sindacati hanno accettato un accordo che prevede queste condizioni.

L’autonomia differenziata, quindi, non è una semplice riforma amministrativa, ma una vera e propria rivoluzione politica, che cambierebbe radicalmente il volto dell’Italia e della sua scuola. Si tratta di una scelta che non può essere lasciata alla discrezionalità delle regioni, ma che deve essere sottoposta al vaglio del Parlamento e del popolo, attraverso un dibattito pubblico e un referendum. Solo così si potrà evitare che l’autonomia differenziata diventi una trappola per la scuola e i suoi lavoratori.

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