Avevo denunciato, qualche settimana fa, attraverso queste colonne, la moda fresca fresca, scoppiata nella scuola italiana, del neo-nato liceo del Made in Italy. A iscrizioni chiuse, infatti, tale nuovo percorso liceale si è rivelato un gigantesco flop, con pochissime centinaia di iscrizioni raccolte in tutta Italia. Altro che Dio, Famiglia e Patria. Non sono bastate le magnifiche sorti e progressive di questo nuovo liceo, cantate, negli ultimi mesi, dai corifei della scuola del merito, stuoli di nani e di ballerine abili soltanto nell’esercizio del servilismo più fanatico e scemo. Dubbi e sospetti che si trattasse di autentica fuffa, e non di sostanza, molti docenti l’avevano avuti, e sollevati (come il sottoscritto). Personalmente, avevo già scritto, infatti, che fosse tutta aria fritta. Quei dubbi e quei sospetti furono liquidati come disfattismo, e con indifferenti spallucce. Il paese reale, invece, studenti e genitori impegnati nella scelta del percorso di studio, non si sono lasciati incantare dalle sirene dei servi di turno.  In tutta Italia, infatti, solo poco più di trecento adesioni sono state sottoscritte in favore di tale (pseudo) liceo del Made in Italy. Abilità retorica ministeriale. E nient’altro. Ma, oltre ai dubbi e alle perplessità espresse sul merito di questo percorso formativo, c’era pure, nelle critiche iniziali, tutta una parte formale, lessicale e sintattica, riguardanti il testo della Nota ministeriale istitutiva di questo liceo, che non convinceva affatto (e per diverse ragioni). Avevo già sottolineato, per esempio, che l’italico liceo del Made in Italy fosse capace, nelle intenzioni sbandierate, di salvare tutto, ma non l’italica lingua, e questo già a partire dalla sua ambigua definizione (esterofila)! Puntare sull’espressione «Made in Italy», infatti, era apparsa, quanto meno, come una palese e clamorosa contraddizione (ovvero, un ossimoro degno di Ludovico Ariosto, e quindi degno di essere sottolineato), rispetto al progetto di voler tutelare e promuovere la produzione italica.

L’espressione «Made in Italy», inoltre, appare contraddittoria, in quanto espressione in lingua straniera, rispetto agli incessanti inviti a depurare la lingua italica dalle contaminazioni estere. Il Comitato di legislazione del Senato italiano, infatti, ribadisce il suo fermo Stop all’utilizzo «di parole inglesi quando senza ambiguità possono essere sostituite dall’italiano», nel testo delle leggi (italiane). Questo duro monito, il Comitato lo ha indirizzato al Governo italiano, reo di utilizzare la lingua inglese con leggerezza, e, soprattutto, senza porsi il problema dell’impatto (negativo) sui cittadini. Il messaggio di questo Stop è molto chiaro (e semplice): le norme devono risultare innanzitutto linguisticamente comprensibili, evitando, o, quanto meno, limitando ai soli casi di necessità, l’utilizzo «di termini in lingua straniera, privilegiando definizioni e termini italiani».

Non è accaduto, nel caso del neo-nato (e bocciato) Liceo del «Made in Italy», appunto. Paradossale, è il fatto che proprio per il lancio di un percorso di tutela e di promozione della produzione italiana, il Governo abbia fatto ricorso a una espressione inglese! Il Comitato di legislazione, inoltre, ha sottolineato la necessità che il testo delle norme si caratterizzi per «semplicità, chiarezza e proprietà della formulazione» (linguistica e sintattica), suggerendo di evitare il ricorso a «espressioni generiche, imprecise e colloquiali o attinte dal linguaggio parlamentare degli ordini del giorno, così come l’utilizzo di ripetizioni e terminologie non univoche per individuare i medesimi oggetti». Il Comitato suggerisce che, per migliorare la chiarezza e, anche, l’applicabilità delle norme varate, è doveroso utilizzare «formulazioni il più possibile precise e circostanziate e un lessico appropriato, comprensibile, corretto e coerente».

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