Se partissimo dalla definizione data dallo scrittore Neal Stephenson, che, per primo, nel 1992, nel romanzo Snow Crash, utilizzò il vocabolo «Metaverso», intendendolo come universo generato da un computer, realtà virtuale immersiva, gemello digitale del mondo fisico; ebbene, se partissimo da questa definizione, anche l’aldilà dantesco potrebbe essere legittimamente immaginato, e interpretato, come una costruzione fantastica, generata da una mente (non già da un software), quella di Dante, come gemello digitale del mondo fisico (almeno per l’inferno e per il purgatorio, per il paradiso un po’ meno); dunque, una realtà virtuale immersiva, per chi l’attraversa (Dante personaggio):

 

[…] un universo generato dal computer […]. nel gergo del settore, questo luogo immaginario viene chiamato Metaverso […].

Nel Metaverso la magia diventa realtà. È un mondo di finzione, fatto di codici  interpretabili solo da un computer.

                                                                                     [N. Stephenson, Snow Crash, Milano 2007, pp. 33-6]

 

Se provassimo a mettere a fuoco le caratteristiche di questo Metaverso, nel quale l’utente fa esperienza immersiva, ci accorgeremmo che esse, sostanzialmente, sono le seguenti:

 

  1. immersione (star dentro le storie, star dentro ambienti artificiali)
  2. partecipazione (il sistema si attiva se l’utente decide di entrare in quell’ambiente virtuale)
  3. condivisione (l’ambiente virtuale è una realtà partecipata, condivida – dall’autore e dall’utente -)
  4. interazione (l’ambiente si adatta all’utente, che l’attraversa) 

 

Ci accorgeremmo, allora, che queste caratteristiche, pari pari, possono sovrapporsi all’esperienza dantesca di attraversamento del suo aldilà, del suo metaverso, una volta avvenuto lo sdoppiamento tra Dante autore e Dante personaggio, già percepibile nei versi 4-6, del canto primo dell’Inferno (con l’utilizzo del tempo imperfetto per il personaggio, e del tempo presente per l’autore):

 

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura

esta selva selvaggia e aspra e forte

che nel pensier rinova la paura!

 

Con grande sorpresa, ci accorgeremmo di ritrovare nella duplice esperienza dantesca (autore e utente), tutte le caratteristiche dell’odierno Metaverso. L’esperienza dantesca, infatti, è immersiva (egli attraversa l’aldilà con il corpo, con il suo avatar, Dante personaggio); è partecipativa (nel senso che Dante decide di intraprendere il viaggio nell’aldilà); è condivisa (Dante – personaggio e autore –  condivide l’esperienza con tutti i suoi utenti, le anime dei dannati, dei purganti e dei beati che incontra, ma anche i suoi lettori, di ieri e di oggi); è interattiva (Dante dialoga, si arrabbia, ascolta, consiglia, chiede, Dante, cioè, interagisce con tutte le anime, con gli avatar del suo multiverso).

 

Dante fissò per l’eternità peccatori, purganti e beati grazie a veri e propri scatti da selfie, rendendoli riconoscibili ai lettori di tutti i tempi. Ciacco è immerso nel fango, da goloso; Paolo e Francesca sono abbracciati, tra i «peccator carnali»; Manfredi, principe negligente, biondo, bello e di gentile aspetto, mostra la sua ferita; il conte Ugolino rosicchia la testa dell’arcivescovo Ruggieri, nel Cocito ghiacciato; Cunizza, Folco e Raab ridono felici, tra i folli amanti del cielo di Venere; l’invidiosa Sapìa ha le palpebre cucite con il filo di ferro; e così via. Dunque, 100 selfie, per 100 canti.

Il problema della fisicità delle anime, per cui esse soffrono tormenti, è stato affrontato più volte dalla critica dantesca, in quanto questione filosofica dibattutissima, da parte della teologia cristiana medievale, che doveva conciliare, appunto, il fuoco reale, di cui si legge nella Scrittura, e al cui tormento sono sottoposte le anime (e che è temuto dallo stesso Dante, visto che scrive «e io temëa ‘l foco» [Pg, XXV, 116]), con la così detta teoria dell’anima separata, cioè, dell’anima divisa dal corpo, che, appunto, restava in terra, al momento della morte. Dante, in qualche modo, pone (e liquida, per bocca di Virgilio) il problema della fisicità delle anime già nel canto III del Purgatorio, in due terzine fulminanti, entrambe degne di un tweet contemporaneo:

 

A sofferir tormenti, caldi e geli 31

simili corpi la Virtù dispone

che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli.

 

Matto è chi spera che nostra ragione 34

possa trascorrer la infinita via

che tiene una sustanza in tre persone. 

[Pg, III, vv. 31-6]

 

Come si può ben notare, Virgilio, con questi due tweet, apre e chiude la questione, senza alcuna possibilità di replica. Trattasi di mistero divino, a noi inconoscibile. La ragione umana, dunque, prende atto della propria impotenza, e chiude il discorso, giudicando folle (matto) colui che s’illude di penetrare tale mistero, ricorrendo alla sola ragione. Tanto è vero che Dante, nel canto XXV del Purgatorio, farà trattare la questione non più da Virgilio, ma da Stazio, anima che ha quasi ultimato il suo cammino purgatoriale, e che, quindi, si appresta a salire al Paradiso celeste. Stazio, infatti, dopo aver preso in esame le risposte che al quesito sull’anima forniva la filosofia aristotelica, pur mediata attraverso la Scolastica medievale, propone una sua personalissima soluzione, sulla fisicità dell’anima, e, quindi, sul fatto che le anime, in quanto tali, potessero soffrire pene corporali. Ovviamente, la paternità di questa soluzione è tutta dantesca. È Dante, infatti, che s’arrischia, nel coevo dibattito teologico, ad avanzare una sua soluzione innovativa.

 

In apertura di canto, Dante freme dal desiderio di chiedere come mai le anime dei golosi dimagriscano, nonostante la loro natura spirituale:

 

a cominciai: «Come si può far magro

là dove l’uopo di nodrir non tocca?» 

[Pg. XXV, 20-21]

 

Virgilio gli chiarisce che esiste una relazione speculare tra il corpo e l’anima; poi, però, invita Stazio a spiegare meglio il concetto:

 

ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego

che sia or sanator de le tue piage

[ivi, 29-30]

 

Questi, scusandosi di prendere la parola al posto di Virgilio, illustra a Dante come si formi l’anima dell’uomo, con una lunga e dotta dissertazione, attingendo alla filosofia aristotelica, partendo dall’origine fisica dell’anima vegetativa; per poi chiarire la formazione dell’anima sensitiva, che sviluppa i cinque sensi; e giungere, infine, a quella razionale, che si forma grazie all’intervento diretto di Dio («lo motor primo», 70), che la infonde nel feto, dando vita, così, a un’unica sostanza con le altre due nature dell’anima («come d’animal divegna fante», 61). Quando il corpo muore, continua Stazio, le facoltà intellettive, nell’anima, sono più intense. Una volta conosciuta la destinazione da raggiungere nell’aldilà, intorno all’anima si dispone una forza formatrice, che le dà un aspetto di «ombra», simile alla figura umana, rendendola così capace di provare piacere e/o dolore. Con linguaggio odierno, diremmo un «Avatar». Di qui, la geniale idea dantesca di ritrarre tutte le anime, da lui collocate nei tre regni ultraterreni, in forma di figure umane, in una posa (selfie) riconoscibile. Tale originalissima soluzione dantesca, sulla consistenza corporea dell’anima (il così detto corpo aereo), consente a Dante, innanzitutto, di risolvere una necessità di finzione artistica (incontrare le anime, dialogare con loro, descrivere la loro condizione ultraterrena, in modo che il lettore le possa vedere e riconoscere); e inoltre questa sua trovata del corpo aereo consente pure di comprendere l’idea dantesca di perfetta unione tra materia e spirito, tra copro e anima. Per Dante, infatti, l’anima irraggia intorno a sé un altro corpo («così l’aere vicin … / l’alma che ristette», 94-6), l’«avatar», appunto. Nell’idea di Dante, dunque, il corpo (morto) si spiritualizza, si raffina, divenendo molto simile all’anima, prendendo forma e consistenza intorno a lei. Le immagini esplicative che Dante utilizza, per questa sua geniale soluzione (teologica e artistica), sono due. La prima, è quella dell’arcobaleno, impresso dal sole nell’aria, che è umida di pioggia:

 

E come l’aere, quand’è ben pïorno,

per l’altrui raggio che ‘n sé riflette,

di diversi color diventa addorno;

 

così l’aere vicin quivi si mette

in quella forma che in lui suggella

virtüalmente l’alma che ristette; 

[ivi, vv. 91-6]

 

La seconda, è quella della fiamma, che è proiettata nell’aria dal fuoco:

 

e simigliante poi a la fiammella

che segue il foco là ‘vunque si muta,

segue lo spirto sua forma novella. 

[ivi, vv. 97-9]

 

Secondo la scienza medievale, la fiamma è la forma impressa nell’aria dal fuoco, che, invece, è materia senza forma. La fiamma, dunque, come forma del fuoco. Esattamente come accade, nell’idea dantesca, tra il corpo aereo e l’anima separata. Nel Paradiso, il problema della fisicità delle anime muterà leggermente, rispetto all’Inferno e al Purgatorio, visto che, lì, le anime non soffrono pene corporali. I beati, avvolti nelle fiamme, mostrano a Dante la loro contentezza, il loro ridere, attraverso il balenio della luce. 

 

Non solo. Le analogie continuano (sorprendentemente). Il «Multiverso» odierno ha precisi (e rigorosi) protocolli gaming: lavorare, andare al parco, fare shopping, relazionarsi con gli altri, incontrare persone, partecipare e assistere a eventi, etc. Anche Dante, nel suo metaverso, ha fissato precisi (e rigidi) protocolli gaming, per l’Inferno, per il Purgatorio e per il Paradiso, tutto ciò che le anime-avatar possono fare, e tutto quello che, al contrario, non possono fare. Ancora. Nell’odierno «Metaverso», alcuni personaggi sono «intelligenze artificiali», cioè, sono programmate per risolvere specifiche utilità, e sono in grado, a loro volta, di apprendere e di evolversi. Il tutto, sempre nell’odierno «Metaverso», viene monitorato, mappato, controllato. Alla stessa maniera accade nel multiverso dantesco, nel quale Virgilio, Beatrice e san Bernardo sono, decisamente da vedere come  Intelligenze Artificiali, programmate per risolvere specifiche utilità (agevolare e favorire, per esempio, il viaggio di Dante). A queste tre Intelligenze Artificiali aggiungerei tutti i diavoli e tutti gli angeli che controllano e che sovraintendono tutti i cerchi dell’Inferno, e tutti i gironi del Purgatorio; inoltre, aggiungerei le Intelligenze Angeliche, che sovrintendono ai cieli del Paradiso.  Come pure aggiungerei, per il compito specifico della mappatura del cammino purgatoriale compiuto (e per la sua stessa evoluzione), anche l’anima di Stazio, visto che lui, da purgante, si sta evolvendo in beato, rendendosi degno di salire in Paradiso. Virgilio, Beatrice e san Bernardo sono, dunque, le tre Intelligenze Artificiali che prendono in carico l’utente Dante personaggio, e che lo aiutano nel game, lungo il viaggio ludico-apprenditivo che sta compiendo. L’odierno «Multiverso» necessita di una grande quantità di data, cioè, di una grande quantità di informazioni e di software, in quanto modelli raffinatissimi atti alla mappatura, al monitoraggio, al controllo, di ogni singolo elemento che fa parte del «Multiverso», al fine di processarne l’evoluzione e il cambiamento. In Dante, questa grande quantità di data è rappresentata dall’enorme bagaglio della cultura pagana e cristiana (antica e medievale), che sta alle sue spalle (nella sua mente, cioè, nel suo software). Tutta la conoscenza antica e medievale serve, all’interno di quel vasto Metaverso che è l’aldilà dantesco, la sua Comedìa, per processare e per validare il cammino di Dante, ma anche il cammino di tutti gli altri elementi (anime – avatar) che lo popolano. Stare nel «Metaverso» non è un’esperienza indifferente. No. Tale esperienza cambia, modifica (e anche radicalmente) gli stessi processi cognitivi di chi lo vive, fino a modificare in profondità le strutture profonde del sapere umano, fino ad assumere una logica nuova. Anche per Dante accade la stessa cosa, ed è proprio l’I.A. Beatrice che, più e più volte, glielo fa notare, dapprima, come necessità che lui, una volta giunto nel Multiverso Paradiso, ne prenda consapevolezza, e apra gli occhi:

 

Tu non se’ in terra, sì come tu credi;

ma folgore, fuggendo il proprio sito,

non corse come tu ch’ad esso riedi

[Pd., I, 91-3]

 

e cominciò: «Le cose tutte quante

hanno ordine tra loro, e questo è forma

che l’universo a Dio fa simigliante

[ivi, 103-05]

 

L’interesse (commerciale e scientifico) intorno all’odierno «Metaverso» risale a qualche anno fa, ed è collocabile tra il 2019 e il 2020, negli anni in cui, cioè, imprenditori visionari del calibro di Mark Zuckerberg hanno cominciato a investire grandissime quantità di denari per lo sviluppo di questa tecnologia, con l’intenzione di trasformare il gioco, il game, in un vero e proprio ambiente partecipato, immersivo, collaborativo, interattivo, in cui gli utenti non svolgessero solo azioni di gioco, ma dialogassero e comunicassero tra loro, si scambiassero informazioni, e tanto altro ancora. Dante questo ha fatto, nel suo metaverso, interagendo con i morti e con i vivi. A ben vedere, comunque, questo è ciò che ha sempre fatto la grande letteratura. Costruire mondi. Si pensi, tra i contemporanei, a Luigi Pirandello, che, nella novella Personaggi, del 1906, così scriveva nell’incipit:

 

Oggi, udienza.

Ricevo dalle ore 9 alle ore 12, nel mio studio, i signori personaggi delle mie future novelle.

Certi tipi!

 

Oppure, ciò che scriveva nell’incipit di un’altra novella, Colloquii coi personaggi, del 1915:

 

Avevo affisso alla porta del mio studio un cartellino con questo

 

AVVISO

 

Sospese da oggi le udienze a tutti i personaggi, uomini e donne, d’ogni ceto, d’ogni età, d’ogni professione, che hanno fatto domanda e presentato titoli per essere ammessi in qualche romanzo o novella.

 

N.B. Domande e titoli sono a disposizione di quei signori personaggi che, non vergognandosi d’esporre in un momento come questo la miseria dei loro casi particolari, vorranno rivolgersi ad altri scrittori, se pure ne troveranno.

 

Mi toccò la mattina appresso di sostenere un’aspra discussione con uno dei più petulanti, che da circa un anno mi s’era attaccato alle costole per persuadermi a trarre da lui e dalle sue avventure argomento per un romanzo che sarebbe riuscito – a suo credere – un capolavoro.

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