Art. 59 sostegno, quello italiano è un sistema all’avanguardia ma il Milleproroghe 2024 boccia il sistema di reclutamento straordinario da GPS per i docenti specializzati mentre i numeri di alunni con disabilità aumentano.

 

Un sistema di inclusione all’avanguardia che può essere messo in crisi da pesanti criticità: troppo pochi gli insegnanti specializzati ed edifici non a norma.

Il complesso mondo dell’inclusione scolastica è stato di recente oggetto di cronaca a partire dallo “scivolone” di Ernesto Galli della Loggia, editorialista del Corriere della Sera, che con una serie di interventi ha posto l’accento sulla fragilità del sistema d’inclusione italiano. Sull’argomento la confusione è indubbiamente molta, dal piano sostenibile proposto dal ministero all’effettiva armonizzazione tra aspettative e l’alta quantificazione di esigenze oggettive sulla base delle molteplici problematiche che ogni giorno attanagliano le scuole italiane, il percorso è ancora lungo. Ma come risolverlo?

 

Su una cosa però ha ragione della Loggia: perché l’inclusione sia reale, c’è ancora da fare molta strada. E va ancora trovato quel punto di equilibrio che non penalizzi gli studenti «bravi» ma non lasci indietro nessuno.

 

Su 7 milioni di studenti, circa un milione presenta difficoltà: i disabili sono 316mila (15mila alunni in più nell’ultimo anno) e più dell’8% dei ragazzi (circa 600mila) ha problemi di apprendimento (disgrafia, dislessia, discalculia, bisogni educativi speciali). Ognuno ha le sue esigenze, ognuno chiede continuità e una vaga forma di serenità, di maturazione.

 

Criticità messe a nudo dal recente report dell’organizzazione sindacale Flc Cgil:

 

Un sistema di inclusione all’avanguardia che può essere messo in crisi da pesanti criticità: troppo pochi gli insegnanti specializzati ed edifici non a norma.

 

Lo scorso anno scolastico gli alunni con disabilità che hanno frequentato le nostre aule sono stati quasi 338 mila, rappresentando il 4,1% del totale degli iscritti e 21 mila in più rispetto all’anno precedente. E se è vero che il numero degli insegnanti di sostegno è aumentato del 10%, il dato grave è che uno su tre arriva dalle graduatorie comuni, cioè non ha la specializzazione. Questa – e altre criticità – viene segnalata dall’ultimo rapporto Istat “L’inclusione scolastica degli alunni con disabilità. Anno 2022-2023”.

 

La questione degli organici

 

Organico di diritto e di fatto: è uno dei problemi annosi della scuola italiana che si fa sentire ancor di più in un contesto così “sensibile”. In organico di diritto gli insegnanti di sostegno, ricorda Manuela Calza, segretaria nazionale Flc Cgil, sono 126.170 mila e questo grazie a una stabilizzazione avvenuta negli anni.

 

Tuttavia ce ne sono altrettanti che vengono poi assegnati in deroga durante l’anno scolastico per necessità sopravvenute: nuove certificazioni, aggravamenti di situazioni di disabilità o ricorsi ai Tar delle famiglie che chiedono più ore: “Questa situazione spalanca le porte alla precarietà e spesso queste deroghe vengono attivate ad anno abbondantemente avviato, il che ovviamente dal punto di vista pedagogico e didattico non va bene”, commenta la dirigente della Flc Cgil.

 

Un dato, questo, che ci sottolinea anche il rapporto dell’Istat: il 12% dei docenti viene assegnato in ritardo. A pesare sul sistema è anche una forte discontinuità nella didattica: il 60% degli alunni con disabilità cambia insegnante per il sostegno da un anno all’altro, il 9% nel corso dello stesso anno scolastico.

 

Quanto ai numeri, è vero che l’Istat parla di un rapporto di 1,6 alunni per insegnante (migliore di quello previsto dalla legge 244/2007, che è 2), ma questa proporzione si determina grazie ai posti in deroga (con tutte le inefficienza sopra segnalate) altrimenti saremmo a 2,5: cioè meno di quanto previsto dalle norme.

 

Pochi specializzati

 

La seconda grande questione che rischia di mettere a rischio un modello di inclusione efficace risiede nel fatto che un terzo degli insegnanti (67 mila) non sono specializzati, vengono cioè dalle graduatorie comuni, anche tra i 126 mila in organico di diritto, perché spesso non ci sono sufficienti insegnanti con il titolo. Un fenomeno, scrive l’Istat, più frequente nelle regioni del Nord, dove la quota di insegnanti curricolari che svolge attività di sostegno sale al 42%, mentre si riduce al 15% nel Mezzogiorno.

 

Strumentazione tecnologica spesso inadeguata

 

Più di una scuola su quattro definisce insufficiente la dotazione di postazioni informatiche adatte agli alunni con disabilità. Una carenza che aumenta nel Mezzogiorno dove una scuola su tre segnala tale problematica. Anche gli ausili didattici non sono sempre adeguati: il 7,3% degli studenti, infatti, non ne dispone. Si sale al 15% per i sistemi informatici per la lettura e lo studio e al 18% per i software che sostengono il potenziamento delle abilità di base. A soffrire di più di questa carenza è il Mezzogiorno (8,7%), mentre nelle scuole del Nord siamo al 5,9%.

 

“Questo tipo di dotazioni sono certamente importanti – commenta la sindacalista – ma non credo che la tecnologia possa essere la soluzione. L’inclusione si fa con personale stabile e adeguatamente formato, a cui vanno certamente forniti gli ausili necessari, e, ovviamente, anche con spazi adeguati”.

 

Il buco nero dell’edilizia

 

E anche su questo aspetto i dati resi noti dal rapporto Istat non sono affatto incoraggianti, anche se purtroppo non sorprendono. Solo una scuola italiana su tre, infatti, è pienamente accessibile per gli alunni con disabilità, con percentuali ancora peggiori al Sud. Nel 50% dei casi manca un ascensore o un ascensore adatto al trasporto delle persone con disabilità. Troppe anche le scuole sprovviste di servo scala interno (35%), bagni a norma (26%) o rampe interne per il superamento dei dislivelli (24%).

 

E, ancora, solo il 17% delle scuole dispone di segnalazioni visive per studenti con sordità o ipoacusia mentre le mappe a rilievo e i percorsi tattili sono presenti solo nell’1,2% delle scuole.

 

Dulcis in fundo, nonostante questa situazione, solo l’11% delle scuole ha effettuato nel corso dell’anno scolastico lavori per abbattere le barriere architettoniche.

 

“Sono dati inquietanti – chiosa Calza –. Si possono avere le migliori tecnologie, i migliori computer, ma se un ragazzo o una ragazza non possono andare in bagno o comunque muoversi liberamente all’interno dell’edificio, è molto difficile parlare di inclusione”.

 

Un modello da difendere

 

Insomma, le criticità sono tante. Tuttavia non va dimenticato, conclude Calza, “che il modello italiano di inclusione degli alunni con disabilità è un unicum nel mondo e va difeso e valorizzato. Migliorato, senz’altro, ma difeso nel suo assunto più importante e cioè che il docente di sostegno assegnato è un esperto di pedagogia speciale e di didattica che rappresenta un valore aggiunto per tutta la comunità scolastica e non solo per il ragazzo o la ragazza disabile”. Un’idea avanzatissima di inclusione in cui, una volta tanto, l’Italia rappresenta un’eccellenza, ma le eccellenze, se non le si nutre, rischiano di non essere più tali.

 

Il dibattito sulla necessità di garantire una formazione per i ragazzi con difficoltà che non penalizzi i livelli di insegnamento risulta sterile e discriminante se non vi è una visione ben radicata di inclusione in un’ottica sistemica che investe nella relazione scuola-famiglia-riabilitazione-territorio. La linea del governo: professori specializzati e continuità didattica garantita alle famiglie; aggiungerei: insegnare ai nostri figli a non escludere. Ma i punti da trattare che rimangono ancor oggi delle incognite sono:

– il problema della formazione, specie per i falsi specializzati e per l’accredito di corsi abilitanti slim;

– edilizia scolastica: tra fondi sussidi limitati sulla base di una graduatoria di merito che premia un millesimo degli aventi diritti e ambienti non idonei;

– il rincorrere dell’incremento delle ore di Educazione Civica ampliandola di quella Emotiva escludendo tecniche e strategie valide per la gestione della classe: quelle cognitive e comportamentali.

Intanto il Governo bandisce nuovi concorsi di reclutamento in sostituzione dell’attuale sistema di reclutamento che acquisisce personale a tempo indeterminato direttamente dalle graduatorie provinciali, una procedura snella ed efficace sulla base dei titoli e punteggi rispetto ad un procedimento lungo e selettivo per posti esigui, ad esempio per la Scuola Primaria in Campania sono previsti solo 34 posti mentre la richiesta annua di cattedre in deroga sfiora il migliaio solo per la provincia di Salerno.

I docenti del TFA VIII ciclo, protestano: ‘Non si possono cambiare le regole a percorso quasi concluso’. I docenti in questione sono pronti, in caso di conferma al Senato, ad aderire a un ricorso al TAR per farsi riconoscere i propri diritti in egual modo agli altri colleghi specializzati ed immessi in ruolo in seguito al conseguimento dello stesso titolo conseguito con lo stesso percorso di studi. Inoltre, comunicano con la presente che saranno pronti a manifestare in massa alla manifestazione di protesta organizzata dall’associazione ANLI che si terrà durante il mese di marzo a Roma.

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