Di Cecilia Scafuri

In questa travagliata alba dell’era digitale che viviamo, i bambini delle scuole elementari dimostrano di avere più dimestichezza con la tastiera di uno smartphone o di un tablet che con la penna. Così, quando arrivano alle medie, non sanno neppure più scrivere in corsivo. L’uso del corsivo, invece, è un potentissimo “carburante” per il nostro cervello, avvertono gli studiosi, perché sostiene altre capacità cognitive superiori, come l’attenzione e la memoria. Ma non solo: aiuta tutto l’assetto del linguaggio; facilita l’acquisizione delle abilità motorie, sia sul lato grosso-motorio che su quello fine-motorio; pone le basi per una valida preparazione scolastica e un futuro successo accademico.

Gli studi portati avanti dalle neuroscienze dimostrano come il progressivo oblio della scrittura manuale abbia delle conseguenze positive sul funzionamento del cervello umano. La penna, infatti, costringe il cervello a operare scelte veloci dei vocaboli da utilizzare e a prestare massima attenzione a scrivere bene tutte le lettere e a seguire le regole grammaticali. Inoltre, scrivere in corsivo, a differenza dello stampatello, obbliga a non staccare la mano dal foglio. Uno sforzo che stimola il pensiero logico-lineare, quello che permette di associare le idee in modo lineare. Perfino le aree del cervello utilizzate per il corsivo sono molto diverse da quelle utilizzate per le attività digitali. L’utilizzo della tastiera attiva soltanto la parte sinistra del cervello. Con carta e penna, invece, si attivano l’emisfero sinistro, la zona frontale inferiore e la corteccia parietale posteriore, cioè le aree che sovrintendono la coordinazione occhio-mano, la motricità fine. È facile comprendere come sostituire la scrittura digitale con il corsivo manuale arrechi senza dubbio un danno allo sviluppo cognitivo del bambino e come l’utilizzo del corsivo diventi sempre meno frequente, fenomeno che interessa uno scolaro su cinque della scuola primaria, secondo lo studioValidation of the Concise Assessment Scale for Children’s Handwriting (BHK) in an Italian Population” condotto dai ricercatori del Policlinico Umberto I e dell’Università Sapienza, pubblicato sulla rivista “Occupational therapy in health care” da Carlo Di Brina, Barbara Caravale e Nadia Mirante. La ricerca ha analizzato soprattutto la leggibilità della scrittura nei bambini: al campione di 562 bambini di età compresa tra 7 e 11 anni provenienti da 16 scuole primarie pubbliche del XX Municipio di Roma (considerato altamente rappresentativo dello stato socioeconomico – SES – della popolazione) è stato chiesto di copiare un testo in 5 minuti utilizzando solo il corsivo. Sono state valutate la qualità della scrittura e la velocità nel copiare: se la qualità ha raggiunto un livello più alto tra le bambine rimanendo un parametro stabile lungo i diversi anni scolastici (dalla seconda alla quinta elementare), la velocità nella scrittura è risultata invece influenzata dal livello scolastico (e quindi dall’età) con differenze significative per ciascuno degli anni dal secondo al quinto. Dopo due anni di osservazione, i dati indicano che il 21,6% dei bambini è a rischio di sviluppare problemi di scrittura, con il 10% che ha una scrittura “disgrafica”. Tra le cause l’utilizzo del pc, del tablet e dello smartphone dove si scrive prevalentemente in stampatello. Questo fenomeno può essere un segnale di problemi più seri. Dei bambini che hanno partecipato allo studio, circa il 5% soffre di disturbi specifici come quelli legati alla coordinazione motoria o alla dislessia, mentre i disturbi di apprendimento vanno dal 5% al 15%. 

Non c’entrano però solo le nuove tecnologie. Lo studio, focalizzato sulla Capitale, solleva perplessità anche sul “metodo di apprendimento”. La scrittura è una competenza da acquisire, ma non viene indicato con chiarezza quale sia il metodo più efficace attraverso il quale questo importante strumento di comunicazione possa essere fatto proprio dal bambino. D’altra parte, non esistono in Italia linee guida “ministeriali” riguardo ai tempi e alle modalità di insegnamento della scrittura a mano nelle scuole primarie. Gli insegnanti scelgono la tecnica e il metodo in base alla propria esperienza o all’improvvisazione. Se per la lettura è assodato che il metodo di apprendimento più efficace per tutti i bambini è quello fono-sillabico, per la scrittura non si è ancora aperto il dibattito educativo. Moltissime insegnanti decidono di insegnare subito i quattro caratteri della scrittura, spesso ci si ostina a far scrivere anche il cd. “stampatello minuscolo” (che dovrebbe essere solo letto e non scritto), ovvero quei caratteri dattiloscritti tipici delle tastiere meccaniche e/o digitali. L’uso dello “stampatello minuscolo” rappresenta un assottigliamento della personalità, delle capacità espressive e creative personali. Accettarlo a scuola è diseducativo perché si svaluta una creazione libera del soggetto.

La situazione rilevata dallo studio romano è in realtà comune a tutto il territorio nazionale, anzi internazionale. Anche l’Università norvegese di Scienza e Tecnologia, ha pubblicato di recente, su Frontiers in Psychology uno studio sull’importanza della scrittura a mano e la maggiore connettività celebrale. I ricercatori norvegesi hanno studiato le reti neurali sottostanti coinvolte in entrambe le modalità di scrittura e hanno dimostrato che: “quando si scrive a mano, i modelli di connettività cerebrale sono molto più elaborati rispetto a quando si scrive a macchina su una tastiera”, ha dichiarato Audrey van der Meer, ricercatrice sul cervello presso l’Università norvegese di Scienza e Tecnologia e coautrice dello studio. “Questa connettività cerebrale diffusa è nota per essere cruciale per la formazione della memoria e per la codifica di nuove informazioni e, quindi, è benefica per l’apprendimento”, ha continuato van der Meer.

I ricercatori hanno raccolto i dati EEG di 36 studenti universitari ai quali è stato chiesto ripetutamente di scrivere o digitare una parola apparsa su uno schermo. Quando scrivevano, usavano una penna digitale per scrivere in corsivo direttamente su un touchscreen. “I nostri risultati suggeriscono che le informazioni visive e di movimento, ottenute attraverso movimenti della mano controllati con precisione nell’usare una penna, contribuiscono ampiamente ai modelli di connettività cerebrale che promuovono l’apprendimento”, ha sottolineato van der Meer. Sebbene i partecipanti abbiano usato penne digitali per scrivere a mano, secondo i ricercatori, i risultati dovrebbero essere gli stessi quando si usa una vera penna su carta. “Abbiamo dimostrato che le differenze nell’attività cerebrale sono legate all’attenta formazione delle lettere quando si scrive a mano, facendo un uso maggiore dei sensi”, ha spiegato van der Meer. Considerato che è il movimento delle dita durante la formazione delle lettere a promuovere la connettività cerebrale, si prevede che la scrittura a mano abbia benefici simili a quelli della scrittura corsiva sull’apprendimento. Al contrario, il semplice movimento di premere ripetutamente un tasto con lo stesso dito è meno stimolante per il cervello.

Questo spiega anche perché i bambini che hanno imparato a scrivere e leggere su una tavoletta possono avere difficoltà a distinguere tra lettere che sono immagini speculari l’una dell’altra, come la ‘b’ e la ‘d’: non hanno letteralmente provato con il loro corpo cosa si prova a produrre quelle lettere”, ha spiegato van der Meer. “I risultati – hanno dichiarato gli autori – dimostrano la necessità di dare agli studenti l’opportunità di usare le penne, piuttosto che farli scrivere a macchina durante le lezioni. È dimostrato che gli studenti imparano di più e ricordano meglio quando prendono appunti scritti a mano, mentre l’uso di un computer con tastiera può essere più pratico quando si scrive un testo o un saggio lungo.

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