Il nonnismo a scuola è un tabù, nessuno ne parla ma tutti lo hanno vissuto almeno una volta sulla propria pelle. La categoria dei docenti è notoriamente disunita a causa di politiche scolastiche che, in assenza di investimenti seri per la Scuola, non fanno che incrementare una guerra fra poveri che si traduce in polemiche sterili e talvolta poco edificanti per dei professionisti, tutti vittime, in realtà, di un sistema di reclutamento sbagliato e poco efficace per l’ottimizzazione delle risorse e della didattica. A farne le spese per primi sono gli alunni, a cui non si riesce da tempo immemore ad assicurare la continuità didattica nemmeno con i vincoli che, di fatto, producono esclusivamente l’aumento delle domande di assegnazione provvisoria; subito dopo gli alunni, pagano i docenti che ogni anno cambiano scuola, o perché precari o perché di ruolo a cui, peró, per motivi legati essenzialmente proprio alla sede di lavoro, di stabile hanno soltanto lo stipendio a fine mese. Basta fare un giro sui vari gruppi social di docenti, personalmente ne seguo una decina, per farsi un’idea di quanto possa risultare difficile entrare in una scuola per la prima volta e farsi valere di fronte a gruppi, ormai sempre più ristretti, di colleghi davvero stabili che, insieme alla dirigenza ed al suo staff, formano quel nucleo compatto intorno al quale ruotano tutti gli altri. Il primo segnale viene solitamente dall’orario scolastico, per l’organizzazione del quale si raccolgono sempre meno i desiderata dei docenti, siccome la maggior parte delle scuole adotta ormai la settimana corta, motivo per cui il giorno libero è uguale per tutti. Ebbene, ciò nonostante, le differenze di trattamento sull’orario sono spesso palesi, ed anche se fatte notare con documenti alla mano (mi è capitato personalmente), vengono per lo più ignorate magari in nome di articolati algoritmi che avrebbero predisposto l’orario in modo automatico, non si capisce come, facendo saltare sistematicamente le prime ore o le ultime ad alcuni docenti ed ad altri no, oppure evitando scrupolosamente buchi nell’orario ad alcuni ed altri no, e guarda caso i più penalizzati sono sempre gli ultimi arrivati.
A questo si aggiunge il “magico mondo” delle sostituzioni, onnipresenti quotidianamente in ogni istituzione scolastica: a tale proposito, state pur certi che, se per coprire una sostituzione sono disponibili il docente A che lavora in quella scuola da più anni, e il docente B in servizio da poco, la sostituzione la fa senza dubbio il docente B, e ciò si ripete anche se dovesse accadere il giorno dopo e l’altro ancora. Non solo: se ci spostiamo sul versante dei docenti fuori sede, talvolta si arriva a veri e propri episodi di discriminazione, finanche in odore di razzismo se si tratta di docenti che dal Sud si sono spostati al Nord pur di lavorare o di conseguire il ruolo: tali docenti corrono il rischio di essere bollati come degli “approfittatori” che hanno conseguito il ruolo al Nord solo per convenienza, e si capisce anche dal gergo utilizzato da taluni docenti del Nord, nemmeno pochi, che bollano il collega che attende il trasferimento al Sud, e capita spesso proprio sui social, come uno che “vuole tornare al paesello” , come se al Sud ci fossero solo piccoli aggregati urbani dediti alla pesca o alla pastorizia e nessuna citta’ metropolitana. Nei fatti, si ignora totalmente che chi decide di conseguire il ruolo altrove, difficilmente lo fa per la voglia di cambiare città, e quando si decide di rientrare accade per lo più a causa dell’impossibilità, quanto mai attuale, di reggere le spese quotidiane a fronte di uno stipendio che ormai risulta appena adeguato esclusivamente se si lavora sotto casa: la conferma di ciò è che nel 2023 abbiamo assistito al rifiuto del ruolo proprio al Nord, da parte di docenti del Sud, a causa del caro vita. In ogni caso, quando i docenti sono a vario titolo oggetto di nonnismo o discriminazioni di vario genere, finiscono per lavorare davvero molto male, considerato che ciò aggrava una condizione di per sé già pesante, specialmente quando sono anche fuori sede. Leggevo proprio in questi giorni lo sfogo di una docente in ruolo nel centro italia a cui la dirigente scolastica ha negato un’ora di permesso per poter prendere il volo necessario per rientrare in famiglia per le feste di Pasqua, ma non è un caso isolato, e ciò che colpisce è il dubbio di come muoversi dopo un rifiuto del genere, per paura di ritorsioni successive. Leggevo, sempre in questi giorni, di un docente che sta pensando seriamente di mettersi in aspettativa perché: – “Sono in un contesto pesante, sobbarcati di incarichi sempre nuovi, molto nonnismo, devi pesare anche le virgole e ti tengono sotto torchio per qualunque cosa, vorrei dare le dimissioni ma sono soggetto a sanzione, sto male”. Leggo ancora, una sintesi abbastanza eloquente: – “La scuola è diventata un’azienda in cui i migliori clienti sono i genitori“, in riferimento a gestioni molto “accoglienti” nei confronti degli alunni e poco nei confronti dei docenti. I social danno l’opportunità di confrontarsi, non soltanto di scontrarsi, e spesso diventano una valvola di sfogo alla ricerca di aiuto, di sostegno, di consigli. Abbiamo dati allarmanti sulla condizione dei docenti, sempre più esposti a fenomeni di burn out, sempre più in procinto di abbandonare la scuola prima del pensionamento, e addirittura sempre più a rischio suicidi: è diventato un lavoro davvero usurante, oltre che poco sicuro per i continui episodi di violenza; ecco perché sarebbe importante, almeno all’interno dell’istituzione scolastica, dare il giusto peso alle istanze di tutti, valutando caso per caso con la dovuta considerazione per il bene dell’intera comunità educante.

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