Fa discutere, nelle ultime settimane, la (stramba) proposta del ministro del MIM, Giuseppe Valditara (e del suo leader politico-partitico, Matteo Salvini), di dar vita ad aule ghetto, con la sola presenza degli italiani (o con la presenza predominante, in esse, degli italiani), per confinare, in altre aule ghetto, gli extra-comunitari, affinché imparino, prima dell’inclusione, la lingua italiana. Questa bizzarra idea, di una scuola reclusiva e non inclusiva, che, a taluni osservatori è apparsa addirittura di buon senso, in realtà, non è nemmeno praticabile (oltre che mostruosa da un punto di vista etico-didattico). Non è praticabile per una serie di considerazioni:

– quanto tempo i non parlanti l’italiano corretto (e corrente) dovrebbero restare in questo frigorifero grammaticale? Un mese? Sei mesi? Un anno? …di più? Quanto?

– nel frattempo, durante tale loro permanenza nel frigorifero grammaticale, cosa fanno della loro vita? …una volta allineati con l’italiano corretto (e corrente), come recuperano l’handicap, rispetto a tutto il resto? …altri frigoriferi? …di matematica, di geografia, di scienze? Boh…?

– inoltre, per tutti quegli italiani che, scandalo degli scandali, non parlano manco loro l’italiano corretto (e corrente), cosa prevede il ministro (e il suo leader politico-partitico)? Ulteriori, e analoghi, frigoriferi grammaticali? …da collocare, per esempio, nelle valli del bergamasco, del comasco, del varesotto? … nelle lande assolate del barese, del palermitano, del cosentino, del napoletano?

– a questo punto, perché non organizzare una bella gita collettiva a Firenze, per sciacquare tutti assieme i panni e le lingue nell’Arno? …così da mondarci tutti, e uscirne parlanti perfetti (corretti e correnti)?

L’Italia, certo, non si trova più nella situazione che l’indagine del linguista Tullio de Mauro aveva fotografato, decenni e decenni fa, di analfabetismo diffuso, no, ma le difficoltà di lettura e di scrittura (e di comprensione), di testi scritti e/o parlato, nel nostro Paese, a tutti i livelli, tra italiani e migranti, sono, purtroppo, ancora presenti. Da Nord a Sud, ovviamente. La presenza di intere comunità di migranti, nel nostro Paese, è determinata, zona per zona, non dal destino avverso, o da chissà cos’altro di misterioso e insondabile, semplicemente, dalla realtà economico-produttiva delle diverse aree geografiche italiane. La vita vera, l’economia, il lavoro, le dinamiche produttive del nostro Paese, come di qualunque altro Paese del mondo, determina i flussi migratorii. Sono decenni, per esempio, che a Prato (e nelle zone limitrofe), per effetto dell’economia e del distretto tessile di quell’area, la presenza della comunità cinese è massiccia, consolidata, integrata, da più generazioni. Cosa facciamo con loro? Stessa cosa dicasi per il Veneto, o per la Puglia, o per la Lombardia, etc.  Frigoriferi grammaticali dappertutto?

Fu il linguista e grammatico (e lessicografo) Giacomo Devoto, già negli anni Sessanta del secolo scorso, a sostenere che la lingua degli italiani sarebbe stata plasmata dalla televisione (e dalla radio). Oggi, mi permetto di aggiungere, a quella realistica previsione, che l’esplosione democratica, avvenuta in Italia, dalla metà degli anni Ottanta (del secolo scorso), fino ad oggi, delle televisioni e delle radio locali (regionali, provinciali, paesane, di quartiere, di condominio, di scuola, etc), ha centuplicato questo ruolo dei mass-media sulla lingua (parlata e scritta) dell’intera comunità italiana, apportandovi quanto di più bello e di più significativo giunga dalle diversità, dalle differenze, dai particolarismi. Non solo più dialetti e parlate d’Italia, ma anche le lingue del mondo che s’incrociano e che convivono nelle nostre aule, nelle nostre strade, nei nostri paesi, nei nostri quartieri, per inscenare un produttivo scambio e dialogo tra lingue e visioni del mondo, della vita, del sacro, del profano, del magico, del realismo, del cibo, delle arti, delle scienze, il meticciato di quella grande piazza universale che è il mondo. La Rai, con il suo modello centralista, imponeva agli italiani, attraverso film, sceneggiati, telegiornali, una lingua impostata secondo i dettami dell’imbroglio manzoniano, con quell’innaturale fiorentino, da utilizzare a Palermo, a Bari, a Pesaro, a Como, etc., criminalizzando i dialetti d’Italia. Le televisioni locali, invece, e, oggi, anche Internet, e i social network, consentono, tutti, maggiore democrazia linguistica, restituendo dignità alle parlate locali. Oggi, per davvero, c’è il multi-linguismo, anche nelle sedi istituzionali, grazie al ruolo svolto dalle televisioni locali. Le così dette televisioni commerciali, dunque, non hanno prodotto solo guasti, ma hanno saputo restituire dignità e valore ai dialetti e alle parlate regionali, locali.

Caro ministro, altro che ghetti e frigoriferi grammaticali, si torni, finalmente, alle dieci tesi per una linguistica democratica e inclusiva, di Tullio de Mauro, di don Lorenzo Milani, di Pier Paolo Pasolini, di Mario Lodi, di Gianni Rodari, del maestro Manzi, e di tanti altri. Questa è l’idea di scuola, per la quale, ogni giorno, mi appassiono, mi arrabbio, mi impegno, mi intristisco, mi cimento. Sì, mi cimento. La sfida deve muoverci, la sfida, caro ministro, che la complessità del moderno pone sotto i nostri occhi ogni giorni, non la reclusione grammaticale.

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