Sapremo domani se daranno ad Alessia Pifferi 8, 30 anni o il carcere a vita, come in molti si augurano, ma non è questo il focus di quest’articolo. Nel giorno della festa della mamma, la storia di una pessima mamma che ha lasciato morire di stenti una bimba di 18 mesi, abbandonandola in una culla per 6 giorni per raggiungere in libertà il suo compagno, invita noi che ci occupiamo di scuola ad un’altra riflessione, ed a porci contestualmente un interrogativo importante: quanto conta l’insegnante di sostegno nella vita di un alunno? E principalmente, quanti danni può fare non averlo? Nel caso in questione, Alessia Pifferi aveva manifestato un disturbo di natura cognitiva e relazionale sin dalla prima infanzia, era stata dichiarata titolare di L.104 (non si sa se per c.1 o c.3) ed aveva sempre avuto l’insegnante di sostegno fino al primo anno di scuola superiore, quando, dall’Istituto Tecnico al quale si era iscritta, la madre l’avrebbe ritirata previa lettera alla scuola in cui dichiarava l’inutilità del sostegno per la figlia. Anche il percorso che Alessia Pifferi aveva iniziato con una neuropsichiatra all’età di 6 è stato poi interrotto a 11 anni, e non perché fosse concluso. Ora, fermo restando che nel corso del processo ci sono stati diversi scambi di accuse fra la Pifferi e la sua famiglia, che si è difesa dicendo che loro ci sono sempre stati ma che è stata Alessia a non volere mai che le dessero una mano con la bambina, resta che una famiglia restia ad assicurare l’insegnante di sostegno al proprio figlio è una circostanza che ogni docente si è trovato a dover affrontare almeno una volta nel corso della sua carriera scolastica, il che significa che, al netto di disturbi certificati, persiste un problema di fondo mai adeguatamente affrontato: chi aiuta le famiglie ad affidarsi alla scuola, accettando la disabilità del figlio anche dopo l’obbligo scolastico? Questo caso, pertanto, dovrebbe fungere da monito, perché proprio ai docenti non è nuovo: quanti genitori non si preoccupano di sottoporre i figli a visite specialistiche adeguate, anche quando la scuola segnala comportamenti da attenzionare o difficoltà nell’apprendimento? Al contrario, quanti PDP inutili vengono redatti nelle scuole alla prima difficoltà nel rendimento scolastico, solo per agevolare il percorso del proprio figlio, e non per reale necessità? Non sono rari nemmeno i casi in cui, alunni a cui alle elementari era stata dignosticata, ad esempio, la dislessia, non vengono più seguiti dalle famiglie nei cicli successivi, in quanto convinti che qualche ciclo di logopedia avesse “guarito” il figlio per sempre, motivo per cui questi alunni si ritrovano alle superiori con un basso rendimento, e se gli insegnanti non intervengono tempestivamente con la puntuale osservazione, rischiano anche di perdere l’anno. Alessia Pifferi, anche se le certificazioni rinvenute dal suo legale non sono state oggetto, forse, di adeguata valutazione da parte del Pubblico Ministero, che ha richiesto l’ergastolo, è senz’altro una persona disturbata, che certamente ha provocato la morte atroce di una bambina, ma che forse, tornando alla scuola, se fosse stata seguita a dovere, e non abbandonata a sé stessa in un momento così delicato come l’adolescenza, avrebbe potuto arrecare meno danni alla sua vita ed in particolare a quella di sua figlia. Nell’intervista pubblicata oggi da fan page l’avvocata Alessia Pontenani, che difende la Pifferi, a tale proposito parla chiaro: “Alessia Pifferi non era in grado di provvedere da sola alla bambina, perché non ha la percezione delle possibili conseguenze delle sue azioni. C’era la consapevolezza della famiglia che Alessia avesse un problema, ma non se ne sono occupati”. Domani, alla luce di tutto quanto emerso, verrà pronunciata la sentenza: se la Pifferi avrà l’ergastolo o solo 8 anni, nel caso in cui le venisse riconosciuta l’infermitá mentale, resterà tuttavia un dettaglio poco rilevante di fronte al dubbio che forse, l’orribile morte di questa bambina, si sarebbe potuta evitare.

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