Scuole aperte d'estate

Da secoli, con l’organizzazione capitalistica del lavoro (e della vita), in Occidente, si è fatta rigida la distinzione tra tempo di lavoro e tempo di vacanza. Di conseguenza, il primo suggerimento che sento di dare a me stesso, e ai miei colleghi docenti, è questo: compito per l’estate, non dare compiti. Con l’arrivo del vento d’estate, cantava qualche anno fa Niccolò Fabi, dobbiamo invitare le studentesse e gli studenti ad andare al mare, e basta. Tempo di vacanza, dunque, sia per i docenti, che per gli studenti. Non occorre infelicitarli con decine e decine di letture, di cornicette, di riassunti e di domande a risposta multipla, a scelta multipla, e vero / falso. Basta. Giungerà presto settembre, e con esso tornerà il tempo del lavoro (scolastico), e, quindi, i docenti potranno liberamente dare sfogo a tutti i loro furori professionali. Del resto, occorre considerare pure che, d’estate, molti studenti e molte studentesse, per motivi di bilancio familiare, svolgono quelli che oggi il lessico pedagogico definisce “compiti di realtà”, presso ristoranti, bar, lidi, campeggi, famiglie, aziende agricole, etc. etc.

 

Per le studentesse e per gli studenti del quinto anno, invece, c’è un supplemento di sforzo, fino ai primi giorni di luglio, tra prove scritte e prova orale dell’esame di Stato. Questo anno scolastico passerà alla storia come il primo anno dell’Intelligenza Artificiale, tra timori e speranze (ovviamente, i timori dei docenti, e le speranze degli studenti). Personalmente, non condivido il pericolo che sento aggirarsi da tempo, nel mondo della scuola, sui rischi derivanti dall’utilizzo dell’IA, da parte degli studenti, con il paventato impoverimento linguistico. L’IA generativa, con le sue app più diffuse e performanti, tipo ChatGPT (e altre simili), non costituisce affatto un pericolo per la scuola italiana, quanto, piuttosto, una risorsa, una sfida da affrontare, con coraggio, e non, invece, da eludere. Tutte le novità, all’inizio, spaventano. Tutte. È molto più facile e comodo rifiutare i cambiamenti. Non solo a scuola, ma in ogni campo professionale. Facile e comodo chiudersi alle innovazioni, lasciandosi, però, scavalcare dalla realtà. Sul timore che la lingua si stia impoverendo, sotto i colpi dell’IA e dei Chatbot, desidero ricordare ai miei colleghi docenti che la lingua è un corpo vivo, non statico. Essa cambia tutti i giorni, sotto la pressione di mille stimoli e di mille fattori. La lingua muta continuamente nel lessico, nella morfologia, nella fonetica, nella semantica, in tutto. Il Chatbot non è certo il primo strumento di tale cambiamento, né sarà l’ultimo. La lingua non si impoverisce, e nemmeno si arricchisce, semplicemente, cambia, adeguandosi ai tempi, ai mutamenti economici, sociali, culturali e tecnologici della società di riferimento. Sciocco e del tutto inutile chiudersi al progresso. Piuttosto, al contrario, la scuola deve preoccuparsi di trasmettere la nuova “grammatica”, la nuova “sintassi”, di questi nuovi strumenti della comunicazione. La scuola deve accogliere la sfida, che giunge dal mondo vero, e deve formare i ragazzi all’utilizzo intelligente e critico di questi strumenti. Non deve scappare.

 

Per l’appuntamento di fine quinquennio, a tutte le ragazze e i ragazzi che devono affrontare, fra pochi giorni, l’esame di Stato, suggerisco la lettura di una paginetta tratta da Novecento di Alessandro Baricco, quella nella quale il protagonista, il pianista sull’oceano, appunto, Novecento, spiega al suo amico, il trombettista Tim Tooney, il perché non sia sceso dalla scaletta del Virginian, ma si sia fermato a metà, per poi tornare sui suoi passi, e nascondersi nel piroscafo:

 

Non è quello che vidi che mi fermò […]. È quello che non vidi. Puoi capirlo?

[…] C’era tutto. Ma non c’era una fine. […] Tu pensa a un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu lo sai che sono 88 e su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu sei infinito, e dentro quegli 88 tasti la musica che puoi fare è infinita. Questo a me piace. In questo posso vivere […].

Cristo, ma le vedevi le strade? Anche soltanto le strade, ce n’erano a migliaia! Ma dimmelo, come fate voialtri laggiù a sceglierne una. A scegliere una donna. Una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire […].

La terra… è una nave troppo grande per me. È una donna troppo bella. È un viaggio troppo lungo. È un profumo troppo forte […].

 

Il terrore dell’infinito, dunque; ecco ciò che spaventò Novecento, a metà di quella scaletta. Questo terrore gli impedì di scendere, e di abbandonare il Virginian. Il Virginian, a differenza del mondo vero, cominciava e finiva. Esattamente come la cameretta, come il nido familiare, come l’aula scolastica. Rassicurante. Nel mondo vero, bisogna scegliere: scegliere una donna, una casa, una terra, un paesaggio. L’adulto sceglie. Il ragazzo, dinanzi alla scelta, scappa. Resta chiuso nella cameretta. Resta ben nascosto nell’aula. Non condivido affatto questa specie di teologia negativa di Novecento (Baricco), per la quale egli, alla fine, sceglie di non scegliere. Al contrario, alle mie studentesse e ai miei studenti auguro di abbandonare il Virginian, di abbandonare l’aula, di abbandonare la cameretta, e di affrontare la dura scelta della vita quotidiana. Di affrontare il labirinto della vita. Il piroscafo è la scuola, è l’aula, è la cameretta. La scaletta è l’esame di Stato. Auguro a tutti gli studenti d’Italia di scendere da quella scaletta, e di andare nel mondo. Che ciascuno sappia scegliere una donna, una casa, una terra, un paesaggio, un lavoro, un amico, senza il timore di sbagliare. L’errore è vita. Errare è vivere. Buon esame di Stato a tutti.

 

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