disastro scuola

Con gli ultimi esami di maturità in via di conclusione e gli esami di recupero dei debiti previsti entro la fine del mese, la scuola è praticamente in vacanza. E come tutti gli anni, la fine dell’ anno è il momento dei bilanci e dei propositi per l’ anno che verrà.

Ed è l’ occasione per guardare in faccia la scuola reale, quella che viviamo tutti i giorni, individuandone i problemi ed interrogandoci su come e se sarà possibile risolverli.

Ecco i sette nodi che alla fine dell’ anno descrivono la scuola italiana e dai quali si dovrà ripartire con l’ anno nuovo.

  • Le scuole

Eh, si. Il primo vero problema della scuola in Italia resta quello delle scuole. Intendendo proprio gli edifici scolastici. Perché la didattica innovativa va bene se c’ è un posto dove intanto puoi sederti tranquillo…

Secondo i dati di Open Polis, la condizione delle strutture edilizie scolastiche resta preoccupante. L’ età media degli edifici supera i 50 anni, con il 59% degli edifici costruito prima del 1976, quindi prima dell’ entrata in vigore delle norme antisismiche. Nel 2018 il 18% degli edifici era classificato come vetusto e solo il 13% progettato secondo le norme antisismiche.

Il degrado è maggiore nel Mezzogiorno e nelle Isole, con Reggio Calabria che vanta le strutture più precarie, come spiegato dalla Uil Scuola in un suo dossier. I problemi comuni riguardano i tetti, gli impianti elettrici, le carenze strutturali, e la diffusissima mancanza di mense e palestre.

Per provare a risolvere il problema sono stati investiti 6,5 miliardi di euro dai fondi del PNRR per interventi di riqualificazione, messa in sicurezza, nuove scuole e palestre. Fondi che si sommano agli investimenti da parte di enti locali e con il contributo del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione.

Il risultato al momento è l’ apertura di cantieri in mezzo Paese. Toccherà aspettare il 2025 per capire se gli interventi previsti hanno realmente modificato la situazione. Intanto il prossimo anno scolastico dovrà tener conto dei lavori in corso, come del resto già è successo per buona parte di quest’ anno e dell’ anno scorso.

  • Il personale

Se quando si parla di edilizia scolastica si può intravedere la doppia velocità tra nord e sud del Paese, sul piano delle risorse umane, quello del personale, il gap si accentua e diventa un problema strutturale.

Intendiamoci: è da sempre che i posti stabili sono al nord e gli aspiranti all’ assunzione, il posto fisso di Checco Zalone, sono al sud. Solo che storicamente il tutto si traduceva in un limbo di qualche anno di migrazione forzata per poi rientrare alla terra natia. Il nuovo problema è che seppure resta l’ opportunità di farsi assumere a centinaia di chilometri da casa, la seconda fase, quella del rientro è diventata una chimera.

Complice la contrazione della popolazione scolastica e le politiche di razionalizzazione della spesa pubblica (razionalizzazione da leggersi come riduzione dei costi e quindi anche di quelli relativi al personale), diventa sempre più complicato ‘tornare a casa’.

L’ effetto? Semplice: meglio restare precari a casa, che assunti, anche a tempo indeterminato, in posti dove il costo oggettivo della vita senza alcuna rete di appoggio familiare è superiore all’ agognato stipendio. Destinato a finire in fitti precari, spese per la sopravvivenza materiale e viaggi per tornare in famiglia con qualche periodicità.

La novità di quest’ anno è stata la rivelazione che la situazione riguarda tutti, ma proprio tutti, i dipendenti della scuola. Non solo docenti ed ata, ma perfino i Dirigenti Scolastici. Anche qui con una quota di immobilizzati che nonostante precedenze, preferenze legali e perfino sentenze che ne reclamano l’ avvicinamento al luogo di origine, restano inesorabilmente bloccati a centinaia di chilometri di distanza da casa.

  • Il personale 2: i precari

Ve lo ricordate il battage pubblicitario della famosa Buona Scuola di Matteo Renzi e dell’ allora ministra Giannini nel 2015? Uno degli obiettivi dichiarati era dire basta alla “supplentite”, il ricorso sistematico a supplenti su posti che pure risultavano disponibili. Solo che il governo di allora, un po’ per trovare un accordo che allentasse la tensione con i sindacati, un po’ perché i conti che aveva fatto non avevano tenuto conto della effettiva distribuzione tra nord e sud in quanto a aspiranti e posti disponibili (Cfr. punto 2), il piano straordinario di immissioni in ruolo fu il classico topolino partorito dalla montagna. A fronte dei centoventimila posti stimati, vennero assunti poco più di 80mila aspiranti: quelli che erano nelle graduatorie meridionali evitarono la domanda consapevoli del rischio di rimbalzare a centinaia di chilometri di distanza e il governo assunse praticamente tutti quelli che avevano dato la disponibilità. Così capitò che nelle scuole che avevano bisogno di insegnanti di matematica e di scienze arrivassero neo immessi provenienti dalle classi di concorso immobili da anni: in particolar modo diritto ed economia, con l’ immissione di centinaia e centinaia di attempati commercialisti e avvocati che intravedevano la possibilità di un’ entrata fissa grazie a quel concorso fatto almeno quindici anni e di cui si erano praticamente dimenticati.

Finì che un bel po’ di quelli che erano stati assunti finirono a centinaia di chilometri, chi poteva farlo rinunciò per continuare a fare quello con cui aveva vissuto fino a quel momento vicino casa, mentre il numero di supplenze annuali raddoppiò invece di diminuire.

Così anche per il prossimo anno c’ è da aspettarsi le abituali 200mila supplenze annuali, il nulla di fatto con le proposte di assunzione fuori provincia (l’ anno scorso fecero scalpore i casi dell’ Emilia Romagna e della Lombardia) e la rincorsa dei Dirigenti Scolastici a personale letteralmente raccattato per strada con preghiere e suppliche per tentare di onorare lo scopo fondamentale della scuola: fare lezioni.

  • La qualità dell’ insegnamento

Riguardate i punti precedenti: strutture, personale mal distribuito, precariato in crescita con resistenza crescente all’ emigrazione. Tutta roba che impatta sugli effetti che la scuola dovrebbe avere: una buona formazione degli studenti.

Senza essere esperti di sistemi complessi, è ovvio che problemi strutturali come quelli descritti colpiscono direttamente la qualità dell’ insegnamento impartito e ricevuto.

Non ci vuole un esperto di formazione per capire che se la scuola è poco accogliente ed i docenti capitano in cattedra sulla base di una serie di variabili imprevedibili, l’ insegnamento impartito, la sua continuità e perfino sua qualità, è soggetto al caso.

E in effetti i dati del Rapporto 2023 sui Sustainable Development Goals (SDGs) adottati con l’Agenda 2030 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite diffusi esattamente un anno fa, mettevano l’ Italia all’ultimo posto in Europa per qualità di istruzione

Lo studio basato su 139 indicatori e quasi 400 voci spiegava che i ragazzi italiani che frequentano le superiori hanno carenze particolarmente gravi in matematica e grammatica italiana. Ben il 50% degli studenti ha competenza alfabetica e matematica insufficiente.

La quota di ragazzi dell’ultimo anno della scuola secondaria di secondo grado che non hanno raggiunto un livello di competenza alfabetica sufficiente è stata del 48,5%, del 50% la percentuale dei ragazzi con competenza matematica inadeguata. Stessa storia per l’ anno precedente. Avevamo fatto peggio soltanto durante il periodo pandemico, ma forse per quello la spiegazione è semplice.

Per non parlare delle competenze digitali di base, che al netto dell’ uso compulsivo dello smartphone (anche in classe e per fini scarsamente didattici), non possiede uno studente su due.

Chiosa il rapporto: “le differenze territoriali a svantaggio delle regioni del Mezzogiorno rimangono ampie”.

  • La dispersione

Riguardate sempre i punti 1, 2 e 3. Altro effetto di una scuola che si regge con il nastro da imballaggio è la difficoltà ad invertire la tendenza della dispersione scolastica, soprattutto nei territori più difficili. Nel 2022, la quota dei giovani di età fra 18 e 24 anni che sono usciti dal sistema di istruzione e formazione senza aver conseguito un diploma o una qualifica era stimata all’11,5%. La dispersione scolastica coinvolge maggiormente i ragazzi (13,6%) rispetto alle ragazze (9,1%); le regioni del Mezzogiorno (15,1%) rispetto a quelle del Centro (8,2%) e del Nord (9,9%).

A metterci una toppa è arrivato l’ inasprimento delle pene per i genitori che non mandano i figli a scuola, il famigerato Decreto Caivano. Basterà? O meglio: servirà a qualcosa?

  • Genitori e studenti

Eh si, oramai va preso atto che a dispetto delle intenzioni con le quali negli anni ’70 del secolo scorso si lavorò per includere il contributo dei genitori e degli studenti nella gestione delle scuole, cinquant’ anni dopo occorrerà lavorare per ridimensionare quel contributo che oramai esonda ad ogni passaggio che lo permetta.

Dalle chat dei genitori che diventano spesso armi improprie puntate sulla didattica di questo o quell’ insegnante, agli studenti persuasi di avere il diritto di contrattare perfino il voto finale minacciando ritorsioni pubbliche e aule giudiziarie, diventa sempre più complicato stabilire i confini dei ruoli di chi sta nella scuola, che ama definirsi comunità educante ma assomiglia sempre più ad un campo minato.

  • Gli insegnanti tra burnout e presenteismo

Quel campo minato di cui parlavamo in chiusura del punto qui sopra si traduce in effetti che rischiano di destabilizzare definitivamente il già precario sistema scolastico che abbiamo descritto.

A spiegarci il problema dati alla mano è l’ Università Bicocca di Milano, che nel suo periodico rapporto sugli insegnanti spiega che un docente su due è a rischio burn out e che, contestualmente, uno su cinque va a scuola anche in condizioni che non lo permetterebbero.

Due fenomeni apparentemente contraddittori, ma assolutamente compatibili tra di loro se rapportati ai meccanismi reali di assunzione, alla qualità del lavoro dipendente da troppe variabili imprevedibili, dal pressing sociale amplificato dalla società dell’ illimitata comunicabilità e, dulcis in fundo, dalla remunerazione striminzita che ha avuto già l’ effetto di relegare l’ insegnamento a professione di ripiego, più che a vocazione.

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