Anief: uscita anticipata docenti e Ata diventi un diritto
Per Anief l'uscita dal lavoro anticipata di docenti e ATA deve diventare un diritto, i soldi per sostenere l'operazione ci sono: sì possono usare 10 miliardi dei 40 che l'INAIL detiene per salvaguardare la salute dei lavoratori.
Il sindacato Anief non si arrende: anche i lavoratori della scuola svolgono una professione usurante e hanno diritto all’anticipo pensionistico attorno ai 60 anni. Per questo motivo, diventa sempre più indispensabile avviare il prima possibile un Osservatorio nazionale, specifico per valutare l’effettiva incidenza del burnout tra gli insegnanti e il personale Ata. Poiché dai rilievi svolti, al sindacato risultano alte percentuali di lavoratori della scuola che soffrono da stress da lavoro correlato, è bene sapere già da ora che le coperture economiche per normare l’operazione non sono impossibili da attuare. “Se l’INAIL detiene oltre 40 miliardi di risparmi per la salvaguardia della salute dei lavoratori – spiega oggi Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief -, allora noi chiediamo di utilizzare 10 miliardi di quel ‘tesoretto’ per permettere al personale scolastico vittima di burnout di lasciare il lavoro, superati i 60 anni, senza tagli o penalizzazioni sull’assegno pensionistico. Inoltre, si potrebbe separare la spesa sociale dal bilancio INPS del pagamento degli assegni”. “Vorremmo anche – continua Pacifico - fare diventare il tema una materia di contrattazione integrativa nella parte normativa del contratto collettivo nazionale di lavoro 2025-2027, perché lo stress da lavoro correlato è una malattia professionale che va riconosciuta. E se il lavoro usurante, così come richiesto nella proposta di legge Bucalo sul doppio canale di reclutamento con immissione in ruolo direttamente da Gps, l’uscita dal lavoro anticipata diventa un diritto”. Il sindacato Anief ricorda che di recente l’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, un organismo dell’UE, ha svolto un interessante studio lo scopo di evidenziare la mancata tutela della salute mentale dei docenti. “Gli ambienti di lavoro dei professionisti dell'insegnamento – spiega lo studio europeo ripreso nei giorni scorsi ore dalla stampa nazionale italiana - differiscono significativamente da quelli degli uffici, del settore sanitario e dei servizi e degli ambienti di lavoro industriali”. “Richieste quantitative, come il carico di lavoro e i vincoli di tempo; richieste cognitive, che implicano lo sforzo mentale necessario per svolgere i propri compiti; e richieste emotive, che includono la gestione di situazioni emotivamente intense e lo svolgimento di un lavoro emotivo”. Il corpo docente è quindi “esposto a rischi psicosociali significativi sul luogo di lavoro, che comprendono carichi di lavoro elevati, esigenze in termini emotivi, autonomia limitata, precarietà lavorativa ed esposizione alla violenza”. La conclusione dello studio europeo è che “questi fattori incidono sulla salute mentale, sul benessere e sulla qualità del lavoro, con possibili ripercussioni sull’assunzione, sulla permanenza e sull’apprendimento da parte del corpo studentesco”. In Italia, alla base dello stress crescente nella categoria figura la gestione di compiti svariati e senza fine, come “gestire i conflitti tra gli alunni, fronteggiare le richieste sempre più pressanti dei genitori, che non di rado sfociano nella violenza, verbale e no, governare i rapporti con i colleghi, sobbarcarsi un lavoro burocratico che aumenta anno dopo anno, con la compilazione di schede e documenti di ogni genere e sempre più complessi, seguire le chat e i messaggi dello staff di presidenza a qualsiasi orario del giorno e della notte. E ancora. Lavorare ben oltre le 25 ore settimanali all’infanzia, 24 ore settimanali alla primaria e 18 ore a settimana alla media e al superiore, predisporre le lezioni e dedicarsi alla didattica con l’età che avanza e alunni sempre digitali, in Italia, rende il lavoro del docente sempre più complesso. E fonte di stress per chi lo affronta. Per non parlare di quella considerevole fatte di supplenti, almeno 250mila, che ogni anno devono cambiare scuola, ricalibrarsi, affrontare le spese di costosi trasferimenti e adattarsi a situazioni sempre diverse. Anche perché, nonostante i recenti rinnovi contrattuali, le retribuzioni si mantengono ai minimi europei”.