Bullismo: 'non basta la mera applicazione di sanzioni'
CNDDU: "Occorre prevenzione"
Il Coordinamento Nazionale Docenti esprime profonda preoccupazione per quanto riportato dalla stampa in relazione a un episodio avvenuto in una scuola del Cagliaritano, dove uno studente con disabilità sarebbe stato accerchiato, spintonato e deriso da alcuni compagni, mentre altri avrebbero assistito alla scena utilizzando anche i telefoni cellulari per riprenderla.
Nella vicenda assume particolare rilievo il comportamento dello studente che sarebbe intervenuto in difesa del compagno, dapprima rivolgendosi ai docenti e, successivamente, reagendo fisicamente nei confronti di uno dei ragazzi coinvolti. Secondo quanto riferito dalla stampa, anche nei suoi confronti sarebbe stato disposto un provvedimento di sospensione.
Non disponendo degli atti e degli elementi conosciuti dall’istituzione scolastica, il CNDDU non entra nel merito delle singole decisioni disciplinari. Pone, tuttavia, una questione che investe direttamente la funzione educativa della scuola: un episodio di tale complessità non può concludersi con l’applicazione delle sanzioni. Occorre verificare se e come, dopo la risposta disciplinare, la comunità scolastica sia stata messa nelle condizioni di comprendere quanto accaduto e di modificare le dinamiche che lo hanno reso possibile.
La violenza non può essere legittimata come strumento di difesa. Lo studente che vi ha fatto ricorso deve essere accompagnato a riconoscere l’inadeguatezza della propria reazione e ad acquisire modalità non violente di gestione del conflitto. Sarebbe però pedagogicamente insufficiente isolare l’atto finale dalla sequenza che lo ha preceduto. La scelta di non rimanere indifferenti davanti alla prevaricazione di un compagno costituisce una disposizione prosociale che la scuola deve saper riconoscere e orientare, affinché solidarietà, indignazione e senso di responsabilità possano tradursi in condotte efficaci e non violente.
È su questo terreno che chiediamo alla scuola di assumere impegni concreti e verificabili.
Il primo riguarda la tutela dello studente con disabilità. È necessario che l’istituto verifichi il suo effettivo benessere nel contesto scolastico anche nelle settimane successive all’episodio, attraverso un accompagnamento educativo discreto e continuativo, accertando l’eventuale presenza di precedenti situazioni di isolamento, derisione o prevaricazione e prevenendo possibili forme di reiterazione o ritorsione.
Il secondo impegno riguarda gli studenti direttamente coinvolti. Alla misura disciplinare dovrebbe corrispondere un percorso individualizzato di responsabilizzazione, con obiettivi educativi definiti e una successiva verifica degli esiti. La sospensione non dovrebbe coincidere con un semplice allontanamento dalle lezioni, ma diventare occasione per comprendere il danno prodotto, rielaborare il comportamento e individuare modalità alternative di gestione delle relazioni e dei conflitti. La legge 17 maggio 2024, n. 70 rafforza del resto la dimensione preventiva ed educativa degli interventi scolastici contro il bullismo e il cyberbullismo.
Un terzo impegno deve riguardare il gruppo dei pari. Se sarà confermato che alcuni studenti hanno assistito alla prevaricazione limitandosi a filmarla, occorre prevedere un intervento specifico sul ruolo degli spettatori. Non una lezione occasionale sul bullismo, ma attività laboratoriali e simulazioni attraverso le quali gli studenti possano sperimentare come riconoscere una situazione di rischio, chiedere tempestivamente l’intervento di un adulto, sostenere chi è in difficoltà e interrompere la dinamica di gruppo senza ricorrere alla forza.
Chiediamo inoltre che la scuola introduca un canale di segnalazione facilmente accessibile agli studenti, anche riservato, accompagnato da procedure chiare sui tempi e sulle modalità di presa in carico. Chiedere ai ragazzi di denunciare una prevaricazione è credibile soltanto se essi sanno a chi rivolgersi, che cosa accadrà dopo la segnalazione e che non saranno lasciati soli nell’esposizione conseguente.
A questi interventi dovrebbe seguire, entro un periodo definito dall’istituto, una verifica del clima relazionale nelle classi coinvolte, attraverso strumenti di osservazione, ascolto e rilevazione adeguati all’età degli studenti. Prevenire significa anche misurare se le azioni intraprese abbiano prodotto un cambiamento: una diminuzione delle condotte di esclusione, una maggiore propensione alla segnalazione, una diversa consapevolezza nell’uso dello smartphone e una maggiore capacità dei pari di intervenire responsabilmente.
Riteniamo infine importante che la scuola restituisca alla propria comunità, nel rispetto assoluto della riservatezza dei minori, non i dettagli del caso ma gli interventi educativi messi in campo e gli obiettivi perseguiti. La trasparenza educativa non consiste nell’esporre le persone coinvolte, bensì nel rendere comprensibile a studenti e famiglie quale modello di convivenza la scuola intenda costruire dopo un episodio grave.
In questa prospettiva proponiamo che l’istituto individui, per ciascuna azione avviata, tempi, referenti e modalità di verifica. È un passaggio essenziale: ciò che non viene seguito nel tempo rischia di ridursi a una risposta emergenziale, destinata a esaurirsi insieme all’attenzione suscitata dal caso.
La questione, dunque, non è chiedere una scuola più punitiva, ma una scuola capace di documentare l’efficacia educativa della propria risposta. Proteggere lo studente che ha subito, responsabilizzare chi ha aggredito, educare chi ha assistito, accompagnare chi ha reagito in modo inappropriato e verificare nel tempo il cambiamento del gruppo costituiscono parti di uno stesso processo.
È su questi risultati, più che sul numero o sulla durata delle sospensioni, che dovrebbe misurarsi la capacità di una comunità scolastica di trasformare un episodio di bullismo in un autentico processo di prevenzione.