Doppio canale: svolta vera o propaganda?
La proposta torna nel dibattito sul precariato. Ma senza tempi e atti certi, resta il dubbio sulla volontà politica.
Il copione è noto: alla vigilia di ogni nuova stagione politica o scolastica, il doppio canale di reclutamento torna a occupare titoli, dichiarazioni e comunicati. L’idea è semplice: affiancare ai concorsi una via stabile di assunzione dalle graduatorie, valorizzando docenti abilitati e precari con anni di servizio. Sulla carta, una soluzione capace di ridurre le supplenze e restituire continuità alle classi. Nella realtà, però, il progetto continua a vivere in una zona grigia, a metà tra proposta concreta e slogan ad alto rendimento elettorale.
Una promessa che ritorna
Il principio non è nuovo. La legge n. 124 del 1999 prevedeva già una ripartizione tra concorsi e graduatorie. Con la trasformazione delle graduatorie permanenti in GAE e, successivamente, con la nascita delle GPS per le supplenze, quell’equilibrio si è progressivamente ristretto. Oggi i concorsi legati al PNRR rappresentano la via principale, mentre l’assunzione dalla prima fascia GPS resta soprattutto una procedura straordinaria, utilizzata in particolare sul sostegno. Per il posto comune, invece, la prospettiva di un canale strutturale è ancora affidata a proposte e passaggi parlamentari non conclusi.
È proprio qui che la narrazione politica deve essere sottoposta alla prova dei fatti. Annunciare una riforma non equivale ad approvarla; riaprire un confronto non significa finanziare le assunzioni; evocare la stabilizzazione non basta se mancano un testo definitivo, tempi certi, coperture e un’intesa compatibile con gli impegni europei. Finché questi elementi non saranno visibili, il doppio canale resterà più vicino a una promessa che a una politica pubblica.
Le ragioni della riforma
I sostenitori del doppio canale ricordano un dato politico prima ancora che amministrativo: la scuola continua a funzionare grazie a lavoratori che, anno dopo anno, cambiano contratto, sede e prospettive. Stabilizzare chi è già abilitato o specializzato significherebbe riconoscere l’esperienza maturata, coprire prima le cattedre e limitare l’abuso dei contratti a termine. Ma l’esperienza, da sola, non può trasformarsi in un automatismo privo di verifica: una riforma credibile deve conservare criteri trasparenti, formazione, anno di prova e valutazione finale.
Chi difende il solo concorso richiama l’articolo 97 della Costituzione e il principio dell’accesso per selezione pubblica. È un’obiezione seria, ma rischia di diventare astratta quando le procedure sono lente, le graduatorie si esauriscono e migliaia di posti restano scoperti. Il problema, dunque, non è scegliere tra merito ed esperienza come se fossero incompatibili. È costruire un sistema che valuti entrambi e che smetta di usare il precariato come soluzione ordinaria a un’emergenza permanente.
Propaganda o volontà reale?
La risposta non arriverà dalle interviste, ma dagli atti. Ci sarà un calendario legislativo? Saranno definite quote, requisiti e criteri nazionali? Verranno stanziate risorse? Il sistema sarà esteso anche al posto comune oppure resterà confinato alle deroghe sul sostegno? E soprattutto: il provvedimento sarà approvato prima che l’urgenza politica perda visibilità?
Finché il progetto resterà nel lessico dei “prossimi passi”, il sospetto sarà legittimo. Una vera intenzione politica si misura quando una promessa accetta il costo delle scelte: mediare con l’Europa, affrontare i nodi costituzionali, fissare regole verificabili e assumersi la responsabilità dei tempi. Senza questi passaggi, il doppio canale continuerà a essere agitato come risposta a ogni protesta, salvo poi arretrare davanti alla complessità.
E allora la domanda deve risuonare più forte degli annunci: sarà propaganda o c’è davvero l’intenzione? Perché i docenti precari non hanno bisogno di un altro slogan, ma di una legge. E la scuola non può continuare a programmare il proprio futuro con contratti provvisori e promesse a tempo determinato.