FMOF 2025/2026, 847,36 milioni alle scuole

«Occorre ripensare l’architettura economica del lavoro scolastico»

A cura di Redazione Redazione
11 agosto 2026 15:44
FMOF 2025/2026, 847,36 milioni alle scuole - prof. Romano Pesavento CNDDU
prof. Romano Pesavento CNDDU
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Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene che la sottoscrizione definitiva del Contratto Collettivo Nazionale Integrativo relativo al Fondo per il miglioramento dell’offerta formativa per l’anno scolastico 2025/2026, per un ammontare complessivo pari a 847,36 milioni di euro, rappresenti un passaggio importante, ma anche l’occasione per affrontare in modo strutturale il tema della valorizzazione economica del lavoro nella scuola. La questione non riguarda soltanto la quantità delle risorse, ma la loro natura, i criteri di distribuzione, i tempi di liquidazione e la capacità del sistema di distinguere tra attività realmente aggiuntive e funzioni che, pur continuando a essere remunerate attraverso il salario accessorio, sono ormai divenute stabili e indispensabili. Il FMOF si colloca all’incrocio tra trattamento economico accessorio, contrattazione collettiva, autonomia scolastica e vincoli di finanza pubblica. Il decreto legislativo n. 165 del 2001, in particolare attraverso gli articoli 40 e 45, attribuisce alla contrattazione collettiva un ruolo centrale nella disciplina del trattamento economico del personale pubblico. Qualunque riforma deve quindi rispettare tale architettura, senza comprimere il ruolo della contrattazione, ma anche senza considerare immutabile l’attuale sistema.

Il primo nodo riguarda la distinzione tra lavoro strutturale e lavoro realmente aggiuntivo. Quando una funzione viene svolta ogni anno, è diffusa in una parte significativa delle istituzioni scolastiche ed è necessaria al funzionamento ordinario, appare legittimo chiedersi se sia ancora corretto considerarla meramente accessoria. Il CNDDU ritiene necessario avviare una ricognizione nazionale pluriennale delle principali destinazioni del FMOF, per verificare quali attività presentino carattere occasionale e quali mostrino invece continuità, diffusione e indispensabilità tali da richiedere una diversa collocazione economica e contrattuale. Le funzioni ormai strutturali dovrebbero essere valutate, attraverso la contrattazione collettiva nazionale e con adeguata copertura finanziaria, ai fini di un riconoscimento più stabile. Il Fondo dovrebbe invece continuare a sostenere ciò che è realmente aggiuntivo, progettuale e innovativo.

Questa distinzione deve tuttavia rispettare i vincoli della finanza pubblica. Trasformare una componente accessoria in trattamento stabile produce effetti permanenti sui conti pubblici e richiede coperture coerenti con l’articolo 81 della Costituzione. Per questo non appare tecnicamente credibile trasferire indistintamente l’intero FMOF nella retribuzione ordinaria. La strada più razionale è una riclassificazione selettiva: stabile ciò che è strutturale, accessorio ciò che è realmente aggiuntivo, perequativo ciò che serve a compensare differenze oggettive tra scuole. Proprio la perequazione rappresenta il secondo elemento da innovare. La consistenza numerica del personale docente e ATA costituisce un parametro importante, ma non sufficiente. Scuole con dimensioni simili possono operare in condizioni profondamente differenti: piccole isole, aree interne, istituti articolati su più plessi, contesti con forte dispersione scolastica, elevata mobilità del personale o particolari fragilità socioeconomiche.

Il CNDDU ritiene quindi opportuno affiancare alla quota di base e alla componente dimensionale una quota perequativa legata alla complessità educativa, organizzativa e territoriale, costruita su dati pubblici e verificabili. Un simile modello troverebbe fondamento nel principio di uguaglianza sostanziale sancito dall’articolo 3 della Costituzione. L’equità, infatti, non coincide necessariamente con la distribuzione uniforme delle risorse. Trattare allo stesso modo situazioni oggettivamente differenti può produrre, sul piano sostanziale, nuove disuguaglianze. Allo stesso tempo, il CNDDU ritiene da evitare qualsiasi automatismo che colleghi direttamente la retribuzione dei docenti ai risultati degli studenti, perché un simile meccanismo rischierebbe di penalizzare proprio chi opera nei contesti più complessi. Il terzo nodo riguarda i tempi della retribuzione accessoria. L’articolo 36 della Costituzione tutela il diritto a una retribuzione proporzionata e sufficiente, mentre l’articolo 97 richiama i principi di buon andamento e imparzialità della pubblica amministrazione. Pur non fissando direttamente specifici termini di pagamento, tali principi impongono una riflessione sull’efficienza di un sistema nel quale tra prestazione, certificazione e liquidazione possano trascorrere tempi eccessivamente lunghi.

Ogni incarico dovrebbe essere accompagnato, sin dal conferimento, dall’indicazione della fonte finanziaria, del criterio di determinazione del compenso e della sequenza amministrativa prevista per la liquidazione. Una volta conclusa e certificata l’attività, il lavoratore dovrebbe poter conoscere con chiarezza lo stato della procedura e la prevista finestra temporale di pagamento. La programmazione delle risorse dovrebbe inoltre essere il più possibile preventiva, così da consentire alle scuole di contrattare e programmare sulla base di disponibilità effettivamente conoscibili. In questa prospettiva, la digitalizzazione potrebbe svolgere un ruolo decisivo. Un fascicolo economico professionale digitale, integrato nei sistemi già esistenti, consentirebbe a ogni dipendente di conoscere gli incarichi conferiti, il compenso previsto o il relativo criterio di calcolo, la fonte contrattuale e lo stato della liquidazione. Non si tratterebbe di aggiungere burocrazia, ma di rendere trasparenti informazioni che l’amministrazione già gestisce. Il CNDDU ritiene infine che una politica pubblica da oltre 847 milioni di euro debba essere non soltanto contabilizzata, ma anche valutata. Sarebbe quindi opportuno pubblicare annualmente dati aggregati sui tempi di assegnazione, sui tempi medi di pagamento, sulla distribuzione territoriale delle risorse e sul peso delle attività ricorrenti. Questo consentirebbe di comprendere quanto del Fondo sia realmente destinato al miglioramento dell’offerta formativa e quanto, invece, venga assorbito da funzioni ormai stabilmente necessarie. La domanda centrale, quindi, non è soltanto quanto il FMOF valga. È quanto del lavoro che oggi definiamo aggiuntivo sia ormai diventato strutturalmente necessario alla scuola italiana.

Da questa distinzione può nascere un sistema più razionale, più equo e più coerente con gli articoli 3, 36, 81 e 97 della Costituzione e con la disciplina del lavoro pubblico contrattualizzato. Un sistema nel quale il trattamento stabile remuneri ciò che è stabilmente necessario, il Fondo continui a sostenere ciò che è realmente aggiuntivo, la perequazione compensi le differenze territoriali e la pubblica amministrazione garantisca maggiore certezza e trasparenza nei tempi della retribuzione. È questa, per il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, la prospettiva nella quale leggere gli 847,36 milioni destinati al FMOF: non soltanto come una disponibilità finanziaria, ma come l’occasione per ripensare il rapporto tra lavoro, autonomia, equità e responsabilità pubblica. Prof. Romano Pesavento Presidente CNDDU

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