Illegalità, Mucci (SGS) : “Portiamo la voce diretta dei Giudici, Magistrati tra i banchi di scuola”
“Parlare ai giovani, alla gente, raccontare chi sono e come si arricchiscono i mafiosi, fa parte dei doveri di un giudice. Senza una nuova coscienza, noi, da soli, non ce la faremo mai”(Giudice Rocco Chinnici)
Molti colleghi del Giudice Rocco Chinnici, (ucciso dalla mafia insieme a due Carabinieri) lo accusavano di "perdere tempo" nelle scuole invece di stare in ufficio – dichiara Aldo Mucci dirigente nazionale SGS Scuola - Gli dicevano: “ma che ci vai a fare?”. Lui rispondeva che senza una nuova coscienza tra i giovani, le indagini giudiziarie da sole non sarebbero bastate. Questo lo rendeva "visionario" per l'epoca, ma isolato. Chinnici parlava con grande passione, non da magistrato autoritario, ma "come un padre che fa raccomandazioni e morale ai suoi figli". L'approccio era empatico, diretto, quasi familiare: spiegava i pericoli della droga (principale business mafioso allora), come la mafia si arricchisse a spese dei giovani, e invitava al rifiuto della rassegnazione e della collusione silenziosa.
Già dalla fine degli anni '70, - continua Mucci - Chinnici andava regolarmente nelle scuole (licei, istituti superiori, a volte medie) per spiegare che il mercato della droga era lo strumento principale di potere e guadagno di Cosa Nostra. Andava a spiegare ai ragazzi che la morte per overdose era l'emergenza visibile del potere mafioso, e che non drogarsi significava colpire economicamente la mafia. Un giudice in toga (o in abiti civili) che entrava in classe per parlare di "cose da adulti", quando a Palermo la parola "mafia" era pronunciata a bassa voce. Questi incontri non erano eventi isolati, ma una pratica costante che anticipava di decenni l'educazione alla legalità nelle scuole italiane. Oggi, grazie a lui, è normale che magistrati, carabinieri o associazioni entrino in classe per parlare di antimafia. Il suo lascito è proprio questo: trasformare la lotta giudiziaria in battaglia culturale partendo dai banchi di scuola. Chinnici lo diceva chiaro: senza una nuova coscienza tra i giovani, le indagini da sole non bastano. Oggi, con la mafia che cambia faccia (tra appalti, corruzione, cyber-crimine e ritorno della droga), riportarlo nelle scuole significa proprio questo: non lasciare che la rassegnazione vinca, ma seminare rifiuto dell’illegalità e coraggio civile.
Per fare come voleva Chinnici, non basta un incontro sporadico con un giudice. Serve a renderlo strutturale. Mi piacerebbe che i Magistrati "adottassero" classi per un anno intero non solo una lezione, ma un percorso con dibattiti, analisi di casi reali, visite in tribunale, lettura di sentenze, riflessione su beni confiscati - dichiara Mucci. Coinvolgere i ragazzi attivamente: farli diventare narratori (podcast, video, elaborati, gestione di beni confiscati trasformati in spazi educativi). Portare la voce diretta dei giudici: raccontare non solo le stragi, ma il lavoro quotidiano, le indagini patrimoniali, il perché la corruzione danneggia tutti, il ruolo della Costituzione come arma contro le mafie. Integrarlo nell’educazione civica obbligatoria, ma con testimonianze vive, non solo libri di testo. Lo dobbiamo ai nostri figli, ai nostri nipoti, perché crescano liberi, consapevoli e senza paura. Riportiamo lo spirito dei giudici, (e dei magistrati in generale) le loro grandi esperienze, nelle aule scolastiche, non solo nelle aule di tribunale, conclude il dirigente sindacale.