Invalsi 2025: meno abbandoni, medie più basse. Il "paradosso" apparente
Le prove Invalsi 2025 mostrano un calo nelle competenze medie. Ma il vero motivo potrebbe non essere il Covid: è il ritorno di mezzo milione di studenti fragili.
I risultati delle prove Invalsi 2025 hanno fatto circolare una parola: paradosso. La scuola italiana perde meno studenti, eppure le competenze medie calano. Un controsenso apparente che, guardato più da vicino, potrebbe non esserlo affatto.
I numeri
I dati sono chiari. In quinta superiore, la quota di studenti che raggiunge il livello atteso in italiano è scesa dal 64,93% del 2018/19 al 52,67% del 2024/25. In matematica dal 61,49% al 50,74%. Alle medie il calo è meno brusco ma comunque visibile: in italiano dal 64,94% al 58,34%, in matematica dal 60,73% al 55,51%.
Nello stesso periodo, però, la dispersione scolastica precoce è scesa all'8,2%, sotto la media europea del 9,1% e già al di sotto dell'obiettivo Ue fissato per il 2030. Tra il 2023 e il 2025, circa mezzo milione di ragazzi è rientrato nel circuito scolastico, soprattutto grazie ai programmi Agenda Sud e Agenda Nord, finanziati dal Ministero dell'Istruzione e del Merito con oltre un miliardo di euro.
L'interpretazione che non convince
La lettura più diffusa attribuisce il calo delle competenze agli strascichi della pandemia. È una spiegazione plausibile, ma probabilmente insufficiente. Il Covid è finito da anni, e non spiega perché i risultati non si riprendano. C'è un'altra chiave di lettura, più scomoda e più logica: se tornano in classe studenti che avevano abbandonato, studenti che, per definizione, erano tra i più fragili e i più lontani dai livelli di apprendimento attesi, la media nazionale scende. Non perché la scuola funzioni peggio, ma perché misura una platea più larga e più eterogenea.
In altri termini, il calo nelle prove Invalsi potrebbe essere in parte il prezzo statistico di un risultato positivo: più inclusione significa, nel breve periodo, medie più basse.
Nord e Sud: il quadro territoriale
Dal punto di vista geografico, il Nord mantiene i risultati assoluti più alti. Lecco guida la classifica sia in italiano sia in matematica. Ma anche molte grandi città del Centro-Nord, Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Roma, registrano risultati inferiori rispetto al periodo pre-pandemia. Al Sud, invece, emergono segnali di recupero in province come Caserta, Benevento, Reggio Calabria e Agrigento, sia in italiano sia in matematica. Un dato che merita attenzione e che potrebbe proprio riflettere l'effetto dei programmi di contrasto alla dispersione concentrati nel Mezzogiorno.
Il nodo strutturale
Al di là delle dinamiche congiunturali, i dati Invalsi si inseriscono in un quadro sistemico che la scuola italiana non ha ancora risolto: denatalità, bassa quota di laureati rispetto alla media europea, disallineamento tra formazione e mercato del lavoro. Le imprese cercano profili tecnici e competenze digitali; università e ITS richiedono basi solide. Se metà dei diplomati incontra difficoltà nella comprensione del testo o nel ragionamento logico-matematico, il problema si riflette sull'occupazione, sulla produttività, sulla mobilità sociale.
Le prove Invalsi non misurano tutto, non misurano la qualità della relazione educativa, non il lavoro quotidiano dei docenti, non la complessità di una classe difficile. Sono però uno strumento utile per capire quante ragazze e ragazzi possiedono l'alfabeto minimo per continuare a studiare e orientarsi nello studio e nel mondo. E quel dato, oggi, dice che il lavoro da fare è ancora molto.
Il punto
La scuola italiana ha fatto una scelta precisa: tenere dentro chi tendeva a uscire. È una scelta giusta. Ma tenere dentro non basta se non si investe con la stessa determinazione nel portare quei ragazzi a competenze reali. Il passo successivo, il più difficile, più costoso, più lungo, è trasformare la presenza in apprendimento. Le medie Invalsi torneranno a salire quando quella sfida sarà affrontata sul serio.