La dignità della persona non è negoziabile: la sentenza del Consiglio di Stato e la responsabilità educativa delle istituzioni
La qualità democratica di un Paese non si misura dalla complessità delle sue procedure né dalla quantità delle sue norme, ma dalla capacità di trasformare il diritto in esperienza vissuta, l'uguaglianza in opportunità concreta e la solidarietà in criterio
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani accoglie con particolare interesse la sentenza n. 4571/2026 del Consiglio di Stato, che ha riaffermato un principio di straordinario rilievo costituzionale e civile: una persona con disabilità gravissima, titolare di un ISEE sociosanitario pari a zero, non può essere chiamata a compartecipare economicamente alle prestazioni sociosanitarie indispensabili al proprio progetto di vita. La decisione chiarisce inoltre che i trattamenti assistenziali, destinati a compensare gli effetti della disabilità, non possono essere assimilati a redditi disponibili né utilizzati quale parametro per imporre oneri economici che finirebbero per compromettere la stessa finalità per cui tali provvidenze sono riconosciute.
Questa pronuncia non rappresenta soltanto un significativo approdo giurisprudenziale. Essa invita a una riflessione più profonda sul modo in cui una comunità interpreta il concetto di dignità umana e sulla responsabilità educativa che ogni istituzione esercita attraverso le proprie decisioni. Le norme, infatti, non sono meri strumenti regolativi: esse orientano i comportamenti collettivi, modellano la percezione della giustizia e contribuiscono a definire il valore attribuito alla persona. Ogni atto amministrativo trasmette un messaggio culturale prima ancora che giuridico. Quando una persona con disabilità è costretta a ricorrere all'autorità giudiziaria per ottenere il riconoscimento di un diritto essenziale, emerge una frattura tra la cultura dei diritti affermata dall'ordinamento e le prassi che ne ostacolano l'effettiva realizzazione. In questo scarto si annida una delle più insidiose forme di disuguaglianza: quella che non nasce dall'assenza di norme, ma dalla difficoltà di tradurle in esperienze concrete di cittadinanza.
Il progetto individuale previsto dalla normativa non può essere interpretato come un semplice elenco di prestazioni assistenziali, suscettibile di riduzioni motivate esclusivamente da esigenze finanziarie. Esso rappresenta uno spazio di costruzione dell'autonomia possibile, della partecipazione sociale, delle relazioni e della qualità della vita della persona. Ridurre tale progetto a una logica contabile significa impoverire il significato stesso della presa in carico, trasformando un diritto fondamentale in una prestazione condizionata dalle disponibilità economiche dell'amministrazione.
La sentenza richiama con forza il principio secondo cui la vulnerabilità non può tradursi in un aggravio di responsabilità economiche per chi già sperimenta condizioni di particolare fragilità. Una democrazia autentica non valuta il valore delle persone sulla base della loro produttività o della loro autosufficienza, ma sulla capacità delle istituzioni di garantire a ciascuno pari opportunità di sviluppo, partecipazione e autodeterminazione. In questa prospettiva, i trattamenti assistenziali non costituiscono un privilegio né una forma di assistenzialismo, bensì strumenti di giustizia sociale attraverso i quali la Repubblica realizza il principio di uguaglianza sostanziale sancito dalla Costituzione. Dal punto di vista educativo, questa vicenda pone interrogativi che non possono rimanere confinati nelle aule dei tribunali. Ogni scelta amministrativa contribuisce infatti a costruire l'immaginario sociale della disabilità. Se la persona fragile viene rappresentata come un costo da contenere, si alimenta una cultura dell'esclusione fondata sulla dipendenza e sulla marginalità. Se, al contrario, la persona è riconosciuta come titolare di diritti inviolabili, la comunità viene educata alla corresponsabilità, alla solidarietà e al riconoscimento reciproco. È proprio questa la sfida che la scuola è chiamata a raccogliere. L'educazione ai diritti umani non può limitarsi alla conoscenza delle norme o delle Carte internazionali; deve sviluppare negli studenti la capacità critica di leggere le dinamiche attraverso cui i diritti vengono concretamente garantiti oppure, più sottilmente, compressi da procedure, interpretazioni o prassi che finiscono per produrre nuove forme di esclusione.
Educare significa formare cittadini capaci di riconoscere che le disuguaglianze non sono inevitabili, ma sono il risultato di scelte culturali, politiche e amministrative che possono e devono essere continuamente ripensate alla luce della dignità della persona. Il caso esaminato dal Consiglio di Stato dimostra inoltre quanto sia necessario superare una concezione meramente burocratica dell'azione pubblica. L'efficienza amministrativa non coincide con il semplice equilibrio dei bilanci, ma con la capacità di rispondere in maniera equa ai bisogni delle persone, soprattutto quando queste vivono condizioni di particolare vulnerabilità. L'interesse pubblico non può essere separato dalla tutela dei diritti fondamentali, poiché è proprio nella protezione dei più fragili che lo Stato manifesta la propria legittimazione democratica. Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani auspica che questa pronuncia possa favorire un cambiamento culturale capace di orientare non soltanto l'operato delle amministrazioni, ma anche il percorso educativo delle nuove generazioni. Una società realmente inclusiva non costringe i cittadini più vulnerabili a difendere in giudizio ciò che dovrebbe essere loro garantito naturalmente; costruisce invece istituzioni capaci di riconoscere nella persona il fondamento di ogni decisione pubblica.
La qualità democratica di un Paese non si misura dalla complessità delle sue procedure né dalla quantità delle sue norme, ma dalla capacità di trasformare il diritto in esperienza vissuta, l'uguaglianza in opportunità concreta e la solidarietà in criterio permanente dell'azione istituzionale. È in questo orizzonte che la scuola, insieme alle istituzioni della Repubblica, è chiamata a svolgere la propria più alta funzione educativa: formare una coscienza civile capace di riconoscere che la tutela della persona più fragile non rappresenta un'eccezione al principio di giustizia, ma ne costituisce la più autentica espressione. prof. Romano Pesavento presidente CNDDU