Scuola, cambiare nome non basta
Tecnici e professionali diventano licei: la vera sfida è cambiare didattica, risorse e opportunità, non solo le insegne
Il decreto-legge approvato dal Consiglio dei ministri il 24 settembre ridisegna, almeno nel nome, la mappa dell’istruzione secondaria italiana: gli istituti tecnici diventano «licei tecnologici», quelli professionali «licei professionali». L’obiettivo dichiarato è superare la vecchia gerarchia che considera questi percorsi una scelta di serie B. Ma una nuova denominazione, da sola, non cancella pregiudizi né divari.
La pari dignità si misura infatti sulla qualità dei laboratori, sulla stabilità dei docenti, sull’orientamento e sulla capacità di offrire competenze solide. Valorizzare il “saper fare” significa riconoscere il ruolo di tecnici, informatici, chimici, geometri, professionisti della ristorazione e artigiani nel sistema produttivo, senza contrapporre cultura scientifico-tecnica e formazione umanistica.
Risorse e filiera 4+2: la prova dei fatti
Il provvedimento non si limita alle insegne. Prevede la revisione del monte ore degli attuali istituti tecnici e destina dieci milioni di euro ai campus della filiera tecnologico-professionale. Il riassetto si collega al modello “4+2”, che affianca a un percorso quadriennale due anni di specializzazione negli ITS Academy, lasciando aperta anche la strada dell’ingresso diretto nel lavoro.
È qui che la riforma dovrà dimostrare la propria efficacia: i fondi dovranno tradursi in laboratori accessibili, orientamento consapevole, collegamenti trasparenti con le imprese e opportunità che non restringano troppo presto le scelte degli studenti. Altrimenti il rischio è sostituire un’etichetta senza modificare la sostanza.
Le altre misure e i nodi aperti
Il decreto interviene anche sul sostegno, sull’apprendimento dell’italiano e sulla composizione delle classi prime. Dal 2027/2028 è previsto un limite del 30% per determinate categorie di alunni con cittadinanza non italiana, definito in base al percorso scolastico svolto in Italia; sono previste deroghe organizzative e risorse per il potenziamento linguistico. Viene inoltre vietato l’ingresso a scuola con il volto integralmente coperto.
Il testo dovrà ora affrontare la conversione parlamentare. Nel frattempo, resta una domanda decisiva: la scuola italiana saprà trasformare il riconoscimento formale dei percorsi tecnici e professionali in qualità educativa, inclusione e reale mobilità sociale? Il cambio di nome può essere un segnale. Per diventare riforma, serviranno continuità, investimenti e risultati verificabili.