Studenti stranieri e composizione delle classi

Dalla Circolare n. 205/1990 a una proposta di un sistema nazionale di rilevazione delle competenze degli studenti di recente ingresso

A cura di Redazione Redazione
24 settembre 2026 13:33
Studenti stranieri e composizione delle classi - prof. Romano Pesavento CNDDU
prof. Romano Pesavento CNDDU
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Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani interviene nel dibattito sviluppatosi intorno alla Circolare ministeriale 26 luglio 1990, n. 205, emanata durante il mandato di Sergio Mattarella quale ministro della Pubblica Istruzione e richiamata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni nell'attuale confronto sulla presenza degli alunni stranieri nelle classi.
Il riferimento a quel precedente amministrativo sollecita una riflessione che dovrebbe essere ricondotta alla realtà della scuola. La questione non consiste soltanto nel ricostruire ciò che una circolare prevedeva trentasei anni fa, ma nel verificare l'adeguatezza di criteri elaborati in presenza di condizioni demografiche, sociali e scolastiche profondamente differenti.
La Circolare n. 205 del 1990, riprendendo un orientamento già espresso dalla Circolare n. 301 dell'8 settembre 1989, indicava, ove possibile, una distribuzione tale da evitare nella medesima classe la presenza di più di cinque alunni appartenenti allo stesso gruppo linguistico. Il riferimento rispondeva quindi a una specifica esigenza linguistica e organizzativa e non coincideva con un limite generale applicato indistintamente in base alla cittadinanza.

Da allora è cambiata anzitutto la struttura demografica del Paese. Nel 2025 in Italia sono nati circa 355 mila bambini e il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14. Nello stesso anno il saldo naturale è risultato negativo per circa 296 mila unità, mentre al 1° gennaio 2026 i cittadini stranieri residenti sono 5,56 milioni. La dinamica migratoria contribuisce ad attenuare gli effetti della diminuzione naturale della popolazione, senza tuttavia essere sufficiente a compensarne la portata strutturale. La trasformazione è già visibile nella scuola. Gli ultimi dati consolidati disponibili indicano oltre 931 mila studenti con cittadinanza non italiana, pari all'11,6 per cento della popolazione scolastica, con un'incidenza superiore nella scuola primaria. Dietro questo dato convivono però condizioni molto diverse: studenti appena arrivati in Italia, studenti presenti da anni e studenti con cittadinanza straniera nati e interamente scolarizzati nel nostro Paese. È questa distinzione a risultare decisiva sul piano pedagogico. Cittadinanza straniera, recente immigrazione e insufficiente conoscenza dell'italiano non sono condizioni equivalenti. Uno studente nato e scolarizzato in Italia può non presentare alcun bisogno linguistico specifico; uno studente entrato recentemente nel sistema nazionale di istruzione può invece necessitare di un sostegno intensivo per acquisire l'italiano necessario allo studio.

Anche le rilevazioni sugli apprendimenti suggeriscono di evitare interpretazioni statiche. I dati INVALSI mostrano differenze tra studenti di prima e seconda generazione e studenti italiani, ma evidenziano anche come alcuni divari si riducano nel corso della scolarizzazione. Le analisi comparative dell'OCSE richiamano inoltre il peso delle condizioni socioeconomiche e della padronanza della lingua di istruzione nell'interpretazione delle differenze negli apprendimenti. La percentuale di studenti stranieri presente in una classe, considerata isolatamente, non costituisce quindi una misura sufficiente della sua complessità educativa. Ciò non significa ignorare le difficoltà che possono determinarsi quando nella stessa classe si concentra un numero elevato di studenti che necessitano contemporaneamente di un sostegno linguistico iniziale. Significa, al contrario, identificarne con maggiore precisione la natura, affinché l'intervento scolastico agisca sul bisogno effettivo e non su un indicatore indiretto come la cittadinanza. Le precisazioni fornite dal Ministro dell'Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara circa l'intenzione di riferire le nuove misure alla conoscenza della lingua italiana e agli studenti di nuovo ingresso possono orientare il confronto proprio in questa direzione. Il Coordinamento ritiene pertanto opportuno che l'eventuale disciplina sulla composizione delle classi sia accompagnata da un sistema nazionale omogeneo di rilevazione delle competenze linguistiche degli studenti di recente ingresso, collegato a percorsi strutturati di italiano L2 e a successive verifiche dei progressi. Il bisogno linguistico dovrebbe essere accertato all'ingresso, sostenuto attraverso un intervento didattico adeguato e nuovamente valutato nel tempo, affinché una difficoltà iniziale non si trasformi in una classificazione permanente.

Una simile impostazione consentirebbe di passare da una logica prevalentemente distributiva a una propriamente educativa: non limitarsi a distribuire tra classi diverse gli studenti che presentano una difficoltà, ma intervenire sulle condizioni che la determinano e accompagnarne il progressivo superamento. La disciplina dovrebbe inoltre considerare le profonde differenze territoriali. Una medesima soglia può avere effetti diversi in un'area metropolitana dotata di numerosi istituti e in un piccolo comune nel quale denatalità, spopolamento e riduzione degli iscritti limitano concretamente la possibilità di redistribuzione. In alcune realtà il problema prevalente può essere la concentrazione dei nuovi ingressi; in altre la progressiva rarefazione della popolazione scolastica. Una regolazione efficace non può prescindere da questa eterogeneità. Per tale ragione il Coordinamento sottopone all'attenzione del Ministro Valditara l'opportunità di affiancare alle eventuali soglie un sistema di osservazione che metta in relazione nuovi ingressi, competenze linguistiche, andamento degli apprendimenti e caratteristiche demografiche della rete scolastica territoriale, destinando le risorse professionali alle situazioni nelle quali sia effettivamente rilevata una concentrazione di bisogni educativi.

La denatalità rende questa prospettiva ancora più necessaria. In un Paese nel quale diminuiscono le generazioni più giovani, gli studenti provenienti da famiglie di origine straniera costituiscono una componente strutturale della popolazione scolastica. L'immigrazione non risolve il declino demografico, ma riduzione delle nascite, mobilità internazionale e trasformazione della popolazione scolastica sono processi che la programmazione dell'istruzione non può considerare separatamente. La Circolare n. 205 del 1990 conserva dunque interesse non come formula numerica da riprodurre, ma come testimonianza di un'amministrazione chiamata a governare una trasformazione della popolazione scolastica con gli strumenti allora disponibili. Oggi disponiamo di informazioni e strumenti di rilevazione più precisi: sarebbe pertanto riduttivo utilizzare la cittadinanza come approssimazione di un bisogno linguistico che può essere direttamente accertato. Il passaggio necessario è dalla logica della presenza alla logica del bisogno educativo. Se la difficoltà che si intende affrontare è linguistica, l'efficacia dell'intervento non dovrebbe essere misurata sulla diminuzione statistica degli studenti stranieri presenti in una classe, ma sulla progressiva riduzione del numero di studenti che non dispongono ancora degli strumenti linguistici necessari per partecipare autonomamente all'apprendimento. È su questo risultato, pedagogicamente osservabile e verificabile nel tempo, che può essere costruito un confronto istituzionale capace di trasformare una questione numerica in una politica educativa. Prof. Romano Pesavento Presidente CNDDU

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