Una pedagogia sartoriale: l’istruzione parentale tra homeschooling e unschooling
Tra homeschooling e unschooling — spesso ritenute alternative eccentriche, talvolta radicali — si manifesta una tensione comune e generativa
Nadia De Cristofaro
Nell’epoca in cui la scuola italiana attraversa una stagione trasformativa, sospesa tra solidità della tradizione e richiamo all’innovazione, l’istruzione parentale emerge tra i modelli più vivaci e stimolanti del dibattito pedagogico. Tra homeschooling e unschooling — spesso ritenute alternative eccentriche, talvolta radicali — si manifesta una tensione comune e generativa: un laboratorio educativo alternativo che conferisce piena centralità al singolo studente, riconoscendone la pluralità dei ritmi, delle inclinazioni e degli stili di acquisizione.
Nitido e ben definito il quadro normativo nazionale che disciplina l’istruzione parentale: la Costituzione riconosce in capo ai genitori il diritto–dovere di istruire ed educare i figli (art. 30), sancendo l’obbligo d’istruzione, senza vincolare necessariamente alla frequenza scolastica (art. 34); il D. Lgs. n. 297/1994 “Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di istruzione”, stabilisce che i genitori possono impartire l’istruzione domiciliare ai figli, a condizione di garantire l’adeguatezza del percorso formativo; in tempi più recenti, il D. Lgs. n. 62/2017, “Valutazione e certificazione delle competenze degli studenti”, specifica l’obbligo, in capo agli studenti che seguono percorsi di istruzione parentale, di sostenere un esame annuale di idoneità per l’accesso alla classe successiva, assicurando così il rispetto dei livelli essenziali di apprendimento.
Si configura, dunque, uno spazio di libertà vigilata, in cui l’autonomia educativa delle famiglie si intreccia con il dovere dello Stato di supervisione e tutelare il diritto all’istruzione, in un equilibrio sottile, ma necessario, tra responsabilità privata e interesse pubblico, a garanzia di ogni minore.
Nella homeschooling, scuola “diffusa” dalla trama ordinata, la casa si trasforma in un atelier educativo in cui risuonano echi montessoriani, un luogo in cui le discipline assumono una fisionomia familiare, ma non meno rigorosa: ambiente strutturato, osservazione come primario strumento pedagogico, libertà all’interno della cornice. I genitori — o le figure educative designate — sono tenuti a proporre un percorso coerente con gli obiettivi declinati nel curricolo nazionale, ma modulandolo sul ritmo del bambino, sulle sue attitudini, sui suoi tempi di concentrazione e di esplorazione.
Di contro l’unschooling, l’apprendimento intessuto nel quotidiano. Un modello educativo che ribalta ogni impostazione tradizionale fondando la sua efficacia sul dinamismo dell’esperienza; i bambini apprendono in modo naturale, liberi dalle costrizioni dei programmi formali, se liberi di esplorare ciò che li incuriosisce e appassiona; un percorso, quello di John Holt, che dialoga profondamente con la pedagogia attiva di Dewey, con la visione cooperativa di Freinet, con l’istanza libertaria di Illich, un’educazione che nasce dalla vita e alla vita ritorna, sciolta da vincoli rigidi e mediazioni artificiali.
Al di là delle categorie teoriche, le due modalità, spesso ibride, tessono un dialogo continuo tra struttura e spontaneità, tra guida e autonomia, tra disciplina e scoperta. Oltre il dualismo risiede una visione dell’educazione che respira più ampiamente, che non teme la complessità e che riconosce nel bambino un soggetto attento, curioso, capace di orientarsi nel mondo, se guidato da adulti presenti, consapevoli e competenti. L’istruzione parentale — quando esercitata con serietà e rispetto delle norme — potrebbe porsi come opportunità di riflessione collettiva che invita a ripensare l’apprendere, non come mera trasmissione di contenuti, ma come percorso di crescita, autodeterminazione e scoperta. Una pedagogia sartoriale, cucita su misura, intrisa di osservazioni attente, progetti flessibili e interventi formativi attivi. Uno scenario in cui la scuola potrebbe diventare interlocutrice e partner, arricchendo la propria visione attraverso il confronto con l’esterno, acquisendo nuovi elementi per rinnovare pratiche, ambienti e curricoli, nel rispetto delle raccomandazioni europee sulle life skills e sulla personalizzazione dell’apprendimento.
Tuttavia l’istruzione parentale, tralasciando qui l’aspetto legato alla socializzazione, pur offrendo straordinarie possibilità di libertà e personalizzazione, non è garanzia di pari opportunità per tutti gli studenti. Qualità ed efficacia dell’apprendimento variano, in misura significativa, in base al livello culturale e alle competenze metodologico-didattiche di chi li guida, alla ricchezza degli stimoli presenti nel set familiare e sociale. In tal senso, il percorso educativo può risultare profondamente differenziato, favorendo chi dispone di più ampie risorse cognitive, culturali e materiali. La scuola, al contrario, pur nella sua struttura uniforme, è garanzia di un medesimo set di servizi, conoscenze e competenze, offrendo un orizzonte condiviso di istruzione e cittadinanza.
Ciascun modello racchiude in sé potenzialità straordinarie e limiti insiti che richiamano consapevolezza profonda, delicato equilibrio e responsabilità costante da parte di chi educa. Non si tratta solo di trasmettere contenuti, ma di misurarsi con la complessità del processo formativo, per valorizzare talenti, stimolare curiosità e offrire strumenti adeguati a trasformare la libertà in opportunità concreta per tutti.