34° anniversario, Via D'Amelio non appartiene al passato

La mafia teme più una scuola che educa al pensiero critico che mille celebrazioni. Investire nei docenti di diritto significa investire nella sicurezza democratica del Paese

A cura di Redazione Redazione
17 luglio 2026 13:29
34° anniversario, Via D'Amelio non appartiene al passato -
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Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, in occasione del 34° anniversario della strage di via D'Amelio, ricorda il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, assassinati il 19 luglio 1992 in uno dei più feroci attacchi mai sferrati contro la Repubblica e contro il principio di legalità. A trentaquattro anni da quella strage il rischio più grave non è l'oblio della memoria, ma l'assuefazione all'illegalità. È la progressiva convinzione che la legalità sia una materia per magistrati, forze dell'ordine e tribunali, mentre rappresenta il fondamento stesso della convivenza democratica, della crescita economica, della libertà d'impresa e della credibilità delle istituzioni.

Le mafie contemporanee hanno compreso prima dello Stato che il consenso si conquista molto prima dei tribunali. Per questo investono nell'economia legale, nell'usura silenziosa, nella corruzione amministrativa, nelle piattaforme digitali, nella manipolazione del mercato e nelle nuove vulnerabilità sociali. Il Rapporto SVIMEZ evidenzia come la criminalità organizzata abbia ormai assunto una dimensione nazionale: nel Mezzogiorno continua a esercitare il controllo del territorio, mentre nel Centro-Nord opera sempre più attraverso infiltrazioni economiche, riciclaggio e acquisizione di imprese. Le mafie non sono più un'emergenza territoriale, ma una questione strutturale che riguarda l'intero sistema economico italiano. Parallelamente, nel 2024 sono stati denunciati in Italia oltre 2,38 milioni di reati, in aumento rispetto all'anno precedente. È un dato che impone una riflessione: nessuna strategia repressiva, da sola, potrà mai risultare sufficiente se il Paese continuerà a investire molto meno sulla prevenzione culturale che sulla repressione penale. Il Coordinamento ritiene che la vera sfida nazionale consista nel riportare il principio di legalità al centro delle politiche scolastiche. La legalità non è una ricorrenza, non è uno slogan, non è un progetto extracurricolare. È una competenza civile che si costruisce con continuità attraverso lo studio del diritto, della Costituzione, delle istituzioni e dei meccanismi che regolano la vita democratica. Per questa ragione il CNDDU rivolge un appello al Ministro dell'Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, affinché venga avviato un Piano Straordinario Nazionale per la Cultura della Legalità, destinando risorse strutturali al potenziamento dell'organico dei docenti delle discipline giuridiche ed economiche, con priorità nelle province caratterizzate da una maggiore presenza della criminalità organizzata, da più elevati livelli di dispersione scolastica e da particolari fragilità socio-economiche. Non chiediamo una nuova giornata della legalità. Chiediamo una nuova politica della legalità. Ogni euro investito nell'educazione giuridica produce un risparmio sociale futuro in termini di minore criminalità, maggiore partecipazione democratica e maggiore fiducia nelle istituzioni. Continuare a considerare il diritto una disciplina marginale significa rinunciare allo strumento educativo più efficace per formare cittadini consapevoli dei propri doveri oltre che dei propri diritti. Il CNDDU propone inoltre la costituzione di una Rete nazionale delle scuole per la legalità costituzionale, coordinata dal Ministero, con percorsi permanenti affidati ai docenti di diritto, in collaborazione con magistratura, università, avvocatura, forze dell'ordine e associazioni impegnate nel contrasto alle mafie. La cultura della legalità deve diventare un indicatore della qualità del sistema scolastico nazionale, non un'attività occasionale affidata alla buona volontà dei singoli istituti. Paolo Borsellino affermava che la lotta alla mafia è un movimento culturale e morale. Oggi quella intuizione assume un significato ancora più profondo: le mafie hanno compreso che per governare un territorio non occorre più dominarlo con la violenza, ma renderlo culturalmente rassegnato. È questa la nuova frontiera da contrastare. Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene che il principio di legalità debba essere riconosciuto come una vera infrastruttura strategica della Repubblica, al pari della sanità, della sicurezza e delle reti materiali. Dove arretra la cultura della legalità avanzano corruzione, clientelismo, sopraffazione e criminalità; dove cresce la conoscenza del diritto cresce, invece, la capacità dei cittadini di difendere la libertà, pretendere trasparenza e partecipare responsabilmente alla vita pubblica. La scuola non produce soltanto diplomati. Produce cittadini. E se lo Stato vuole davvero onorare il sacrificio di Paolo Borsellino, deve avere il coraggio di riconoscere che oggi la più importante politica antimafia non si gioca esclusivamente nelle procure della Repubblica, ma nelle aule scolastiche. Ogni cattedra di diritto che viene istituita nei territori più fragili rappresenta un presidio permanente dello Stato; ogni cattedra che manca lascia un vuoto che altri sono pronti a occupare. La legalità, prima di essere difesa con le sentenze, deve essere insegnata con competenza, autorevolezza e continuità. Prof. Romano Pesavento presidente CNDDU

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