Autismo a scuola: basta assecondare le crisi, bisogna costruire collaborazione
Instructional Control (Schramm 2007) e comportamenti problema
Intervista a Nicola Cefalo, Francesca Siciliano e Gaia Pilotto
A cura di
Luana Scalia
Nicola Cefalo, psicologo e analista del comportamento, Francesca Siciliano, psicologa, psicoterapeuta e analista del comportamento, e Gaia Pilotto, logopedista, consulente pedagogica e analista del comportamento, lavorano da diversi anni con famiglie, insegnanti e professionisti. Attraverso EvIL ABA (Evidence-based Intervention for Life https://evilaba.com/), progetto di divulgazione e formazione dedicato agli interventi basati su evidenze scientifiche, perseguono un obiettivo preciso: rendere gli interventi sull’autismo più chiari, pratici e misurabili.
Il loro lavoro nasce dalla necessità di contrastare la confusione che spesso circonda il tema dell’autismo, dove vengono talvolta proposti interventi generici, eclettici o privi di reali prove di efficacia.
L’ Analisi del Comportamento Applicata (ABA) parte da un principio diverso: definire i comportamenti, misurarli, comprenderne la funzione e verificare se l’intervento produce un cambiamento reale.
In questa intervista gli esperti affrontano il tema dell’Instructional Control, che possiamo tradurre come controllo educativo: non si tratta di obbedienza cieca, imposizione, o rigidità. Ma costruzione di una relazione educativa in cui collaborare diventa più utile del comportamento problema.
Perché un bambino non collabora?
Prima di rispondere a questa domanda, è opportuno fornire un’introduzione, ovvero delineare una cornice di riferimento.
Cefalo: “Per comprendere l’ABA”, possiamo fare riferimento ad altre scienze. La chimica studia le sostanze, la biologia studia gli organismi viventi, la fisica studia fenomeni come forza, movimento e temperatura. Una frattura non si valuta con un’opinione, ma osservando dati, ad esempio con una radiografia”.
Allo stesso modo, il comportamento è un fenomeno naturale. Pu essere osservato, descritto, misurato e modificato. L’ABA applica questi principi a problemi concreti:
comunicazione, apprendimento, autonomia, comportamenti problema e adattamento alla vita quotidiana.
Siciliano sottolinea un punto fondamentale: “Un bambino non si comporta nel vuoto”. Ogni comportamento avviene dentro un ambiente fatto di richieste, persone, oggetti, attenzioni, accessi, divieti e conseguenze.
Dire che un bambino è “oppositivo”, “testardo” o “non motivato” pu sembrare una spiegazione, ma spesso è solo un’etichetta.
La domanda utile non è: “Com’è il bambino?”
La domanda utile è: “Cosa succede prima e dopo quel comportamento?”
Se uno studente si siede quando suona la campanella, non è semplicemente perché “è bravo”. Probabilmente, nella sua esperienza, quel suono è stato appaiato a una routine: inizio della lezione, approvazione dell’insegnante, accesso ad attività prevedibili.
Pilotto collega questo alla realtà scolastica: “Il problema nasce quando la sedia, il banco, il materiale o l’istruzione dell’adulto non evocano comportamenti di collaborazione, ma altri: urlare, scappare, lanciare oggetti, sputare, aggredire”.
Il controllo educativo, secondo l’approccio di Robert Schramm, serve proprio a questo: rendere l’adulto una presenza affidabile, prevedibile e motivante.
Pillola pratica: il controllo educativo non significa controllare il bambino. Significa costruire un ambiente in cui collaborare funziona meglio del comportamento problema.
Cosa fare quando esplode la crisi?
Prima di parlare di “crisi”, sottolinea Cefalo è opportuno chiarire come comunemente viene spiegata la causa dei comportamenti.
Molti adulti affermano : “non lavora perché non è motivato”, “non collabora perché è oppositivo”, “non risponde perché ha problemi relazionali”.
Ma queste spiegazioni rappresentano mentalismi o explanatory fictions, cioè spiegazioni apparenti, fittizie.
Un esempio semplice: dire “il frigorifero raffredda perché è un frigorifero” non spiega nulla. Per spiegare davvero, bisogna parlare di compressore, gas refrigerante, scambio termico, temperatura.
Lo stesso vale per il comportamento.
Dire “non lavora perché non è motivato” pu diventare un circolo vizioso: come sappiamo che non è motivato? Perché non lavora. Perché non lavora? Perché non è motivato.
Siciliano chiarisce che il punto: non è se il bambino sia oppositivo o poco motivato. La domanda è: quali condizioni evocano quel comportamento? Quali conseguenze lo mantengono? Che cosa ottiene o evita comportandosi così?”.
Purtroppo molti insegnanti ricevono poca formazione scientifica sul comportamento. Studiano teorie generali, modelli educativi, concetti psicologici ampi, ma spesso non procedure direttamente applicabili e misurabili.
L’ABA offre strumenti più precisi: analisi funzionale, rinforzo, insegnamento sistematico, raccolta dati, comunicazione funzionale, Precision Teaching e Direct Instruction.
Pilotto: un insegnante formato in ABA non si limita a dire “il bambino non partecipa”. Si chiede:
• quante volte risponde alle richieste;
• dopo quali istruzioni si blocca;
• quanto tempo resta seduto;
• quali compiti evita;
• cosa succede dopo fuga, pianto o aggressione;
• se il sistema di insegnamento sta producendo apprendimento.
Questo cambia la prospettiva.
La spiegazione non è: “se il bambino impara, l’insegnante è bravo; se non impara, è colpa del bambino o della sua diagnosi”.
La domanda diventa: il sistema di insegnamento sta funzionando? Se non funziona, cosa devo modificare?
Quando la crisi è già esplosa, spesso è tardi. Il bambino urla, scappa, colpisce, lancia oggetti. L’adulto prova a calmare, spiegare, contenere o negoziare.
Ma bisogna chiedersi: cosa ha imparato il bambino?
Se ogni volta che urla ottiene attenzione immediata, l’urlo pu aumentare.
Se ogni volta che scappa il compito viene interrotto, la fuga pu aumentare.
Se ogni volta che lancia oggetti riceve il tablet per calmarsi, il lancio pu aumentare.
Non perché il bambino sia monello”. Ma perché il comportamento che produce conseguenze efficaci tende a ripetersi.
Schramm propone sette passi pratici per cambiare questa storia di apprendimento:
1. controllare l’accesso ai rinforzatori importanti;
2. diventare una presenza piacevole e motivante;
3. dare istruzioni chiare e affidabili;
4. rendere la collaborazione più vantaggiosa del rifiuto;
5. rinforzare inizialmente ogni risposta adeguata;
6. conoscere e aggiornare i rinforzatori;
7. fare in modo che il comportamento problema non funzioni meglio della collaborazione.
Cefalo: “Se collaborare produce conseguenze migliori del comportamento problema, la collaborazione aumenta. Se il comportamento problema continua a essere più efficace, si ripeterà nel tempoNon è morale. È apprendimento”.
I tre professionisti riportano che, nella pratica clinico-educativa, i cambiamenti più rilevanti spesso partono proprio da repertori che sembravano ormai “bloccati”.
Un adolescente che per anni aveva usato aggressioni e distruzione di oggetti per interrompere richieste o ottenere attenzione ha iniziato progressivamente a usare forme di comunicazione funzionale: chiedere pausa, chiedere aiuto, richiedere oggetti o attività, invece di colpire o rompere.
In un altro caso, un ragazzo che impiegava circa 15 secondi per rispondere al proprio nome ha ridotto drasticamente il tempo di risposta attraverso un insegnamento mirato, basato su misurazione, prove ripetute, rinforzo e aumento graduale della fluenza.
In un altro percorso, un bambino con alimentazione estremamente selettiva, limitata per anni quasi esclusivamente a latte e biscotti, dopo alcuni mesi di intervento sistematico e basato su evidenze scientifiche ha ampliato in modo significativo la varietà degli alimenti consumati.
Questi esempi non indicano che ogni caso sia semplice o rapido. Indicano per un punto centrale: quando il comportamento viene misurato, quando la funzione viene studiata e quando adulti e ambiente cambiano in modo coerente, anche repertori molto radicati possono essere modificati.
Pillola pratica: non si supera una crisi solo “gestendo la crisi”. Si supera cambiando le condizioni che la rendono efficace .
Perché scuola e famiglia devono lavorare insieme?
Cefalo richiama un punto centrale: se il comportamento è modellato dall’ambiente, allora ogni ambiente conta.
Il bambino si comporta a casa, a scuola, dai nonni, al parco, con l’insegnante, con il genitore, con l’educatore. Ogni contesto pu insegnare qualcosa.
Gli esseri umani imparano a discriminare le situazioni. Il costume si indossa in spiaggia, non al museo. “Buon Natale” si dice a dicembre, non a Ferragosto. Un pugile tira pugni sul ring, non in fila al supermercato.
Non cambia la persona. Cambia il contesto.
Allo stesso tempo, gli esseri umani generalizzano. Un bambino pu imparare a leggere a scuola e poi leggere a casa. Pu imparare a dire “grazie” dalla nonna e usarlo anche con l’insegnante.
Siciliano osserva che questo vale anche per i comportamenti problema: “Se a scuola uno studente impara che dire ‘sono stanco’ gli permette di evitare matematica e fare trenta minuti di passeggiata, potrebbe usare la stessa strategia a casa. Allo stesso modo, se a casa minaccia il genitore e ottiene lunghe discussioni o la sospensione della richiesta, potrebbe ripeterlo a scuola”.
Pilotto precisa che coerenza non significa rigidità assoluta. Casa e scuola sono ambienti diversi. Ma i principi devono essere condivisi: quali comportamenti aumentare, quali non rinforzare, quali alternative insegnare, quali dati osservare.
Gli interventi intensivi e precoci basati sull’ABA, come gli Early Intensive Behavioral Intervention (EIBI), hanno mostrato risultati importanti in una parte dei bambini con autismo, soprattutto quando l’intervento è sistematico, supervisionato e coinvolge più contesti e figure educative. In alcuni studi , fino al 47% dei bambini trattati ha raggiunto livelli di funzionamento intellettivo e adattivo nella norma o comunque esiti molto superiori rispetto ai gruppi di controllo (Lovaas, 1987; Smith et al., 1997; Sallows & Graupner, 2005; Cohen et al., 2006; Eikeseth et al., 2007).
Questo non significa che ogni bambino ottenga gli stessi risultati. Significa per che l’intervento efficace non pu essere isolato dalla vita quotidiana.
Pillola pratica: se scuola, famiglia e altri adulti applicano regole diverse, il bambino non riceve un intervento coerente. Riceve ambienti che insegnano cose diverse.
Conclusione: prima collaborazione, poi insegnamento
Il controllo educativo non è obbedienza cieca. È costruire condizioni in cui collaborare diventa più utile del comportamento problema.
L’ABA parte da comportamenti osservabili, dati, funzione e conseguenze. Non da etichette. Non da impressioni. Non da spiegazioni circolari. Perché se il comportamento problema continua a produrre risultati, continuerà. Se invece comunicare, aspettare, sedersi, chiedere aiuto o seguire una richiesta diventano risposte più efficaci, il repertorio del bambino pu cambiare.
Senza collaborazione, l’insegnamento diventa una lotta quotidiana. Con adulti coerenti, procedure condivise, rinforzo sistematico dei comportamenti desiderabili, dati e generalizzazione programmata, l’apprendimento diventa possibile nei contesti reali: casa, scuola, vita familiare e vita scolastica.
Per genitori, insegnanti ed educatori, questo significa smettere di inseguire soltanto le crisi e iniziare a costruire ambienti che insegnano davvero. Ogni richiesta, ogni conseguenza, ogni risposta dell’adulto pu rendere più probabile il comportamento problema oppure più probabile la collaborazione.
Chi lavora ogni giorno con bambini e ragazzi con autismo non ha bisogno di slogan. Ha bisogno di strumenti pratici, procedure chiare e criteri per capire se ci che sta facendo funziona davvero.
Per approfondire questi temi, è possibile seguire contenuti, articoli e webinar gratuiti degli esperti attraverso il loro sito e i canali di formazione dedicati all’ABA, all’autismo e agli interventi basati su dati.
La domanda da portare con sé è questa: nel vostro contesto educativo, state solo gestendo il comportamento problema o state costruendo le condizioni perché la collaborazione diventi possibile?