Banchi a rotelle: un fallimento annunciato
Più di cento milioni di arredi comprati finiti nello sgabuzzino
Qualche giorno fa in rassegna si è tornato a parlare dei banchi a rotelle. Un Decreto-Legge scuola emanato durante la pandemia. Sembra una stagione lontana, un’era geologica della politica che appare distante anni luce. Eppure, tutto questo accadeva appena la scorsa legislatura. Un DL, quello sui famosi banchi a rotelle, che ha fatto discutere e che ha trovato la contrarietà netta della sottoscritta, allora deputata in carica. Perché? La risposta, come sempre, è nella realtà. D’un tratto nel dibattito pubblico si è smesso di parlare di scuola e dei suoi annosi problemi, delle aule sopraffollate, della didattica a distanza, della carenza organica e della necessità di ripensare radicalmente l’edilizia scolastica.
All’improvviso si inizia a parlare di un oggetto che avrebbe dovuto salvare la scuola e concesso la riapertura. Un oggetto, per giunta altamente infiammabile e di plastica (con buona pace del plastic free), che avrebbe archiviato per sempre la teledidattica. Una spesa di 119 milioni di euro quella dei banchi a rotelle, che sono diventati il feticcio di un periodo storico difficile, emblema di campanelle silenziose e corridoi deserti, sul quale scaricare ogni responsabilità. Di questa didattica innovativa, che doveva consentire la riapertura delle scuole (il piano prevedeva un metro di distanza con sedie monoposto mobili), rimane un arredamento per sgabuzzini. Chi ha girato le scuole da Nord a Sud sa benissimo come sono andate le cose. “Pezze a colori”, come direbbero i napoletani, che non risolvono la situazione.
Una seduta che si muove è per definizione una seduta che non tiene la distanza fissa. L’unico parametro che il Comitato Tecnico Scientifico (CTS) aveva chiesto di rispettare veniva affidato all’autodisciplina di ragazzini di dodici-sedici anni. Qualcuno li impiega per corsi alternativi e/o serali giusto per non sentirsi “in colpa” dell’esosa spesa affrontata con i soldi pubblici. Oltretutto, ciò che doveva essere uno strumento per fronteggiare il rischio sanitario, in realtà è finito col produrre un nuovo pericolo firmato 2.0. Per gli studenti con disabilità motoria, o per chiunque abbia bisogno di una seduta stabile, contenitiva, prevedibile, un supporto che ruota e che scivola non è certamente un’opportunità didattica, ma un grosso limite. Lo stesso vale per gli studenti con disturbi dell’attenzione o con difficoltà di autoregolazione, per i quali la seduta mobile diventa un vero problema.
Molti docenti lo hanno raccontato senza mezzi termini. “Con quei banchi, la gestione della classe si complicava e in alcuni casi diventava impossibile”. A questo si deve aggiungere le criticità ergonomiche segnalate: la tavoletta di appoggio concepita per studenti destrorsi, penalizzava i mancini; il piano di scrittura era insufficiente per mantenere aperti contemporaneamente quaderno e libro, peggio ancora con un dizionario. Un arredo non adatto non consente di studiare, crea barriere all’apprendimento e rende, di fatto, la scuola inaccessibile. Di questo ne era certa la Montessori, quando, con gli arredi didattici a misura di studente, ha rivoluzionato per sempre la scuola. Perché se è vero che ad ogni rivoluzione c’è un’involuzione, i banchi a rotelle non hanno rivoluzionato niente, ci hanno portato soltanto indietro di almeno un secolo. E per non bastare, hanno certificato un metodo: un banco nuovo si fotografa, si annuncia, si consegna entro una data. Una riforma si annuncia, si scrive, si spiega al massimo, ma non può essere resa visibile all’istante con una bella fotografia. E questa è una fotografia venuta male.