Dalla delega alla corresponsabilità- Il nuovo ruolo del docente nella scuola di tutti
Il passaggio terminologico da "docente di sostegno" a "docente per l’inclusione" non è un semplice maquillage burocratico
Il passaggio terminologico da "docente di sostegno" a "docente per l’inclusione" non è un semplice maquillage burocratico. Rappresenta il tentativo di scardinare un vizio di forma che dura da decenni: l'idea che l'alunno con disabilità sia una "proprietà esclusiva" dello specialista.
Nel nuovo modello, l’azione educativa cambia baricentro. Se prima il docente di sostegno agiva come un "cuscinetto" tra l'alunno e il resto della classe, oggi deve agire come un regista del contesto. Il suo obiettivo non è più solo assistere, ma trasformare il modo in cui tutti i docenti insegnano. Se la lezione è progettata bene fin dall'inizio, secondo i principi dell'Universal Design for Learning, l'alunno non avrà bisogno di essere "aiutato a parte", perché il metodo sarà già adatto a lui. Tuttavia, tra la teoria delle leggi e la pratica dei corridoi scolastici, esistono ostacoli concreti che rischiano di frenare questa evoluzione.
Gli Ostacoli pratici: perché il cambiamento è difficile?
Per quanto la visione sia illuminata, la realtà scolastica odierna presenta delle resistenze strutturali e culturali che non possono essere ignorate:
La persistenza della "Delega": Molti docenti curriculari vedono ancora l'inclusione come un compito tecnico che spetta solo allo specialista. Senza una formazione obbligatoria per tutti, il "docente per l'inclusione" rimarrà un solista in un'orchestra che suona un'altra musica.
La precarietà e il "Valzer delle Cattedre": l'inclusione richiede continuità. Se ogni anno (o ogni pochi mesi) il docente cambia, non si può costruire una progettazione di sistema. La stabilità del rapporto educativo è la condizione minima necessaria, oggi spesso disattesa.
Barriere architettoniche e digitali: si parla di Universal Design, ma molte scuole lottano ancora con edifici obsoleti o mancanza di tecnologie assistive. È difficile progettare contesti inclusivi se mancano gli strumenti materiali per farlo.
Classi pollaio: con 25-30 alunni per classe, la progettazione individualizzata e l'osservazione dei processi diventano imprese titaniche. Il sovraffollamento spinge i docenti verso una didattica frontale standardizzata, che è l'esatto opposto dell'inclusione.
Mancanza di tempi di progettazione: per far sì che il docente per l'inclusione sia davvero un "regista", dovrebbe avere ore dedicate alla co-progettazione con i colleghi. Spesso, invece, il confronto avviene nei ritagli di tempo, nei corridoi o durante i cambi d'ora.
In sintesi, l'azione educativa cambia perché passa dalla "cura del singolo" alla "cura dell'ambiente". Ma questo cambiamento resterà un'utopia se non verrà accompagnato da un investimento reale sulle persone: meno burocrazia, più tempo per la progettazione comune e, soprattutto, una responsabilità che pesi equamente su tutte le spalle dei docenti, non solo su quelle di chi ha il titolo di specializzazione.